La schiuma della memoria

Qui si parla innanzitutto di un romanzo, uscito nel novembre del 2010 presso le edizioni Montag di Tolentino.
Il titolo è La schiuma della memoria e l'ho scritto io.
Poi si parla e si scrive di altre cose, di fotografie e di film, di libri letti e di teatro, di teatroterapia e di paesaggio. E di altro ancora. L'intenzione è comunque quella di raccordare la memoria con l'attualità per ritrovare il senso perduto degli eventi e per non dimenticare personaggi che con le loro vite hanno scritto pagine di storia non solo privata, ma anche collettiva. Molti di essi sono i miei riferimenti culturali e di valore. Il romanzo stesso dialoga con questi contenuti, in modo dinamico, in costante evoluzione, perché la memoria non è cristallizzazione ma è senso e significato. Mi piacerebbe che la lettura del blog desse anche il piacere della scoperta e di un punto di vista sul mondo spostato dalla norma, in qualche modo sorprendente. Buona lettura.
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giovedì 29 settembre 2011

"una parte del mondo vive nel freddo, nella fame, nel dolore. Io ho voluto vendicarla"

Il 29 settembre del 1879 nasce a Marsiglia Alexandre Jacob.
La sua vita è un romanzo, a cominciare dal suo imbarco su una nave come mozzo a soli 11 anni. Di nave in nave, sale su una diretta verso l'Australia, scoprendo solo agli antipodi di Marsiglia che si trattava di una nave pirata. In qualche modo si tratta di un'esperienza formativa, perché Alexandre ne uscirà cambiato. Ritornerà a casa a sedici anni, malato, in compagnia di un anarchico, gran lettore di libri, sui quali lo stesso Jacob si forma. Che cosa poteva scaturire da una formazione di pirata anarchico? Un ladro per scelta, come egli stesso confessò nel processo che lo condannò all'ergastolo. http://it.wikipedia.org/wiki/Alexandre_Jacob
Un Robin Hood degli anarchici: rubava ai ricchi borghesi per finanziare il movimento anarchico francese, una sorta di personale lotta di classe, con un curriculum di 150 furti in tre anni, una condanna all'ergastolo da scontare alle Guyane, nel famigerato carcere della Cayenna (perché dalle prigioni precedenti aveva sempre tentato di fuggire in modo rocambolesco, con ben 17 tentativi di evasione). Grande interprete di travestimenti (gli riusciva bene, curiosamente, quello da prete: dei preti la gente si fida e lui ne approfittava...) era coadiuvato da un rospo, utilizzato come palo. Non si trattava di un vezzo, ma semplicemente di un sistema sicuro: il rospo semtte di gracidare quando sente qualcuno avvicinarsi. Sarà stato in amore, il rospo, la sera che Alexandre viene catturato.
Graziato nel 1928, rientra in Francia, dedicandosi a una vita non più di furti, ma di anarchia sì. Muore suicida con la morfina nel 1954, all'età di 75 anni, per farsi beffe della vecchiaia:
Lasciò una lettera in cui scrisse:

« …Ho vissuto un'esperienza piena di avventure e sventure, mi considero soddisfatto del mio destino. Dunque, voglio andarmene senza disperazione il sorriso sulle labbra e la pace nel cuore. Ho vissuto. Adesso posso morire. P.S. Vi lascio qui due litri di vino rosato. Brindate alla vostra salute. »




























giovedì 1 settembre 2011

Sette martiri antifascisti, 67 anni fa, a Parma

Le settimane che accompagnarono la fine dell’estate del 1944 rappresentarono uno dei momenti più dolorosi e tragici della guerra per il movimento di liberazione antifascista e per la città di Parma. Il 31 agosto un nucleo partigiano uccise in un agguato due esponenti della brigata nera cittadina provocando la reazione, immediata e violenta, dei fascisti locali. Uomini in divisa nera percorsero in formazione il quartiere popolare dell’Oltretorrente, seminando terrore e devastando numerosi esercizi pubblici, perché frequentati da antifascisti, in piazzale Corridoni e nella centralissima via M. D’Azeglio. Durante quella spedizione scellerata perse la vita Cleonice Cavalca, affacciatasi alla finestra di casa al passaggio dei fascisti. Nelle stesse ore, squadre di brigatisti neri assaltarono anche le case comunali in via Venezia (i cosiddetti capannoni del Cristo) dove i fascisti sospettavano abitassero alcuni dei partigiani che avevano partecipato all’azione  del pomeriggio. Spararono sulle case dal terrapieno della ferrovia, ferendo diversi abitanti, alcuni  di loro in modo grave.
Ma il peggio doveva ancora accadere. La notte successiva, dalla caserma-prigione di via Walter Branchi ormai affollata di antifascisti e di loro famigliari, sequestrati e segregati nel corso di quelle settimane, vennero prelevati sette prigionieri che furono trascinati, già moribondi per le percosse subite durante la detenzione, in piazza Garibaldi. Nel silenzio, alla sola presenza delle autorità tedesche e fasciste, i sette vennero finiti a colpi d’arma da fuoco.
I loro corpi furono trasportati, notte tempo, al cimitero della Villetta dove furono abbandonati davanti al cancello d’ingresso fino alla mattina successiva.
I loro nomi: Giuseppe Barbieri (Parma, 30 anni), Afro Fanfoni (S.Secondo, 40 anni), Vincenzo Ferrari (Parma, 41 anni), Gedeone Ferrarini (S.Pancrazio, 39 anni),  Eleuterio Massari (Parma, 42 anni), Ottavio Pattacini (Sant’Ilario d’Enza, 38 anni), Bruno Vescovi (Parma, 19 anni).
Come ricorda il sito twimc
http://www.twimc.it/

"Sono trascorsi 67 anni, ma il tempo non ha cancellato nella mente e nel cuore dei parmigiani uno degli atti più crudeli della nostra storia, perpetrato dai fascisti verso sette persone colpevoli solo di trovarsi nelle loro mani in quel maledetto giorno in cui decisero di dare corso alla più atroce delle vendette.
Giovedì 1° settembre in Piazza Garibaldi, dinanzi all’ingresso del Palazzo del Governatore, viene ricordato il sacrificio dei partigiani prelevati dalla caserma e dalla sede della brigata nera e trucidati per rappresaglia dai nazifascisti, dopo atroci sevizie, nella notte del primo settembre 1944, i cui corpi martoriati furono trasportati da Piazza Garibaldi e lasciati davanti alla Villetta come barbaro monito di ciò che poteva accadere agli oppositori del regime".

Un disegno di Remo Gaibazzi che ricorda l'episodio

venerdì 8 luglio 2011

"Ferro" Emilio Ferretti e i nuovi partigiani

Emilio Ferretti nasce l'8 luglio 1923 ad Ancona. Era operaio nei cantieri navali Fincantieri di Ancona quando, di fronte ai primi sbarchi dei corpi di soldati italiani semi congelati che rientravano nelle bare dal fronte greco (e Mussolini aveva detto, nel discorso di entrata in guerra, la nota frase "Spezzeremo le reni alla Grecia"...), prese coscienza della brutalità e stupidità del regime fascista e si iscrisse al Partito Comunista. Fra 1943 e 1944 prese la via della montagna, diventando partigianocol nome di Ferro. Fu comandante della V divisione Garibaldi. Subito dopo la guerra l'ex comandante Ferro diviene dirigente del movimento contadino, poi sindacalista a Fabriano. Nel 1946 fonda l'ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d'Italia) nelle Marche. Dirige sin dall’inizio l'associazione partigiana a livello provinciale e regionale e successivamente diviene anche membro del comitato nazionale. Spende la sua vita nel cercare un filo diretto con le nuove generazioni, raccontando nelle scuole e nei ritrovi giovanili la sua esperienza di combattente per la libertà. Per il Pci diviene poi consigliere provinciale e assessore provinciale alla sanità, proprio nel periodo in cui si dovevano chiudere i manicomi in seguito alla legge 180 del 1978, la legge Basaglia. Ferretti fu tra i più strenui sostenitori della legge e molte delle innovazioni che ancora oggi si riscontrano ad Ancona in materia di salute mentale si devono alla sua opera coraggiosa.
In questo modo reinterpretò, rinnovandolo, il suo ruolo di partigiano per liberare gli oppressi, in questo caso i "matti". 
Ferro muore il 21 luglio del 2007, all'età di 84 anni.

domenica 3 luglio 2011

Franz Kafka e Max Brod

Il 3 luglio del 1883 nasce a Praga Franz Kafka. Proveniente da una famiglia ebraica borghese, fu introdotto dal padre nel mondo del commercio, come tanti ebrei dell'epoca, per divenire poi impiegato nelle assicurazioni. Cercò nella scrittura la libertà che la società del suo tempo gli negava, ma in vita non pubblicò quasi nulla. Possiamo leggere i suoi capolavori solo perché il suo amico e curatore testametario Max Brod gli disobbedì e li fece pubblicare. Prima di morire, infatti, Kafka aveva dato precise istruzioni all'amico: distruggere tutti i suoi manoscritti e assicurarsi che non avrebbero mai visto la luce del sole.
Kafka amava la scrittura e aborriva la carnalità e la sua stessa corporeità. Egli stesso racconta il disgusto per il proprio corpo quando il padre accompagnandolo in piscina lo costringeva a denudarsi. Lo stesso senso di ripugnanza egli lo esprimeva nei confronti dell'amore sessuale, che descrive ad esempio nel Castello come qualcosa di sporco e che riduceva l'uomo all'animalità.
Ebe rapporti sessuali probabilmente solo con l'amata (e orripilante, nelle stesse descrisioni di Kafka) Felice Bauer, con la quale fu fidanzato ufficialmente per un paio d'anni.
Quando si seppe malato di tubercolosi, nel 1917, ruppe il suo rapporto con lei. Brod ricorda che fu quella l'unica volta in cui vide piangere il nostro Franz. Kafka muore il 3 giugno del 1924, un mese esatto prima di compiere 41 anni.
Lessi per la prima volta i suoi racconti, nella versione pocket longanesi vecchia anni'60, in un paio di giorni in cui ero a casa da scuola, al ginnasio, per un'influenza. Trovai il libro negli scaffali di casa, era lì da diversi anni.
L'insieme costituito dalla febbre intorno a 38° e la visionarietà di Kafka risultò un ottimo cocktail.
Il pezzo forte della raccolta è La metamorfosi.
Geniale l'inizio: al risveglio Gregor Samsa si ritrova trasformato in scarafaggio. Non mi hanno mai spaventato o disgustato gli scarafaggi, quindi mi sono accostato totalmente libero da condizionamenti al racconto. L'atmosfera della narrazione oscilla fra realtà quotidiana e allucinazione, un bel mix, equilibrato e stimolante. "Bisogna attenersi ai fatti", scriveva Althusser da un manicomio, "ma anche le allucinazioni sono fatti". Ecco, ben si adatta alla Metamorfosi, questa frase di Althusser.
Dentro a questa atmosfera strana ci sono tutte le tematiche che poi Kafka svilupperà nei romanzi: la solitudine dell'individuo; l'incomprensibilità della realtà; la critica al potere e alla burocrazia; la morte come liberazione. Lo stile di scrittura è ironico e paradossale, per cui la tragedia sfuma in un'angoscia sottile che ti pervade.
L'opera più complessa di Kafka è la trilogia di romanzi incompleti. Il primo è America, scritto fra il 1912 e il 1916.
Narra le vicende tragicomiche di un sedicenne costretto da una colpa originaria (una serva lo aveva sedotto e aveva avuto un bambino da lui) a lasciare Praga per gli Stati Uniti. Là incontra la tecnologia che lo isola e in qualche modo lo condanna a una perdizione, inghiottito da ingranaggi che non capisce. Karl è un disperso, uno spaesato, come lo straniero di Camus. La felicità, intravista ogni tanto, porta sempre e comunque il protagonista a cadere in disgrazia.
Il secondo è Il processo, scritto nel 1917-18.
Il linguaggio può essere solo allusivo, diceva Kafka. Questa diviene una chiave di lettura e di interpretazione del Processo di tutto il resto. E probabilmente Kafka allude con le sue allucinazioni alla propria vita quotidiana, trascorsa come un lungo esilio linguistico (scrittura in tedesco vivendo a Praga), culturale (ebreo) e lavorativo (costretto dietro la scrivania di un ufficio, con un sorriso di circostanza freddo e vuoto, erede delle insonnie notturne dovute ad ansia ed emicrania, lui, dall'immaginazione implacabile).
Ne Il processo c'è un altro tipo di estraneo, rispetto ad America: si porta addosso una colpa che non conosce, l'inquisizione burocratica, col paradosso di una legge che è nota esclusivamente a quelli che ne stanno fuori. E chi non la conosce è sempre colpevole e non può sottrarsi al suo rigore.
Il terzo è Il castello, scritto nel 1922.
Terzo capitolo della trilogia sull'assurdità della vita, terzo incompiuto, terzo "tradimento" dell'amico Max Brod, che contravvenendo alle volontà di Kafka, fece pubblicare tutto ciò che trovò in casa di Franz, con la consapevolezza di trovarsi davanti a capolavori, anche se, come i romanzi, incompiuti. Il Castello è la metafora dell'inaccessibilità della Grazia, una delle forme della divinità nella Kabbala ebraica; l'altra è la Giustizia, rappresentata nel Processo. Se c'è un Dio, sembra allora dire Kafka, oltre che inaccessibile è incomprensibile, perché incomprensibile è il mondo da Lui creato. E la scrittura diviene per Kafka l'unico possibile strumento di riscatto, di sottrazione di sé all'infelicità con la forza dell'immaginazione. Una scrittura che Franz aveva previsto e pensato come autoreferenziale e autistica, ma che il "tradimento" di Brod ci ha restituito e ha sottratto all'oblio.
Un tradimento di cui gli siamo riconoscenti.
Tomba di Franz Kafka nel cimitero ebraico di Praga, uno dei luoghi più suggestivi della capitale ceca.

domenica 19 giugno 2011

Auguri Subcomandante

Il 19 giugno, se l'identificazione compiuta dal governo messicano nel 1995 è corretta, compie gli anni il Subcomandante Marcos, riconosciuto dalle autorità messicane in Rafael Sebastien Guillen Vicente, ex ricercatore dell'Università di Città del Messico, con un passato maoista.
Su Marcos se ne sono dette tante: che non esiste, che è un'invenzione costruita per i giornalisti e per il governo, che il ruolo è interpretato da vari comandanti. Ma c'è anche chi giura di averlo incontrato di persona; tempo fa lessi un'intervista da parte di un giornalista de il manifesto.
Comunque il Subcomandante, che in realtà è il comandante supremo dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (Ezln), ma che si chiama Sub-comandante perché ritiene che il suo comandante sia il popolo indio del Chiapas, in particolare della selva Lacandona, vive e tiene viva la lotta degli indios, per i loro diritti; da anni la lotta non è più militare, ma cerca contatti diplomatici e rivendicazioni politiche mediante il dialogo con le Istituzioni messicane. Inoltre, sparge preferibilmente via internet pensieri anticapitalistici in tutto il mondo. I suoi proclami sono noti e rivendicano l'orgoglio  e i diritti degli indios messicani, praticamente inesistenti per i tradizionali partiti politici. E' un rivoluzionario marxista che ha saputo trasformare le rivendicazioni indios in contestazione del sistema di produzione capitalistico. Marcos ha sempre negato di essere Rafael Guillén. La famiglia di quest'ultimo ha affermato di ignorare dove egli si trovi e si è rifiutata di confermare o smentire l'identificazione fatta dal governo. Durante la grande marcia, che nel 2001 ha portato gli zapatisti a Città del Messico, Marcos ha visitato l'UNAM e nel suo discorso è risultato evidente che fosse già stato in precedenza in quei luoghi. Ma la sua identità, di fatto, rimane misteriosa.
Pippo Delbono ha utilizzato il testo di un proclama del Subcomandante Marcos nello spettacolo teatrale Guerra. Marcos è un grande comunicatore, sia col megafono nelle piazze, sia nelle piazze virtuali della rete web e non solo.
Un elemento non secondario della grande capacità comunicativa di Marcos, capacità che costituisce forse la ragione principale per cui il caso Chiapas è da oltre un decennio all'attenzione dei mass media internazionali, è la sua scrittura. I suoi comunicati, le sue lettere sono di pregevolissima fattura. Con lui il comunicato politico è uscito dall'angusto ambito politico per entrare in quello letterario. Vanno ricordati soprattutto due personaggi da lui creati. Il primo è il vecchio Antonio e rappresenta il lato indigeno della sua cultura; mentre il secondo è don Durito della Lacandona, espressione della cultura occidentale. Don Durito è uno scarafaggio che, similmente a Don Chisciotte, pensa di essere un cavaliere errante e tratta lo stesso Marcos come fosse il suo scudiero. Di Don Durito il Premio Nobel della letteratura Octavio Paz, certo non molto affine politicamente a Marcos, ha detto che si tratta di "un'invenzione letteraria memorabile". Affermazione cui il Subcomandante Marcos ha replicato, con il suo personale gusto per il paradosso, "lui non è un'invenzione, è reale. Io, semmai, sono un'invenzione".
Nel 2004 il quotidiano messicano La Jornada ha pubblicato a puntate un romanzo intitolato Morti scomodi (Muertos incómodos), scritto a quattro mani da Marcos e Paco Ignacio Taibo II. Pubblicato in Francia da Liberation e in Italia da Carta (con traduzione di Pino Cacucci), doveva in origine avere come autore anche Manuel Vazquez Montalbàn. L'improvvisa scomparsa di quest'ultimo non ha annullato il progetto; anzi, come ha detto lo stesso Marcos, "a causa della sua assenza abbiamo concepito la nostra parte come un piccolo omaggio a don Manuel". Nel 2005 il romanzo è stato pubblicato in Italia in volume da Marco Tropea Editore.
Quindi: auguri a Marcos, sperando che l'identificazione del governo messicano sia corretta; in tal caso oggi il Subcomandante compie 54 anni.

giovedì 16 giugno 2011

Geronimo

Geronimo nasce il 16 giugno del 1829. Era un apache Chiricahua, tribù che viveva fra l'attuale New Mexico e il Messico vero e proprio. Il suo nome Chiricahua era Goyaleé, che significa "colui che sbadiglia" o "colui che sogna". Più probabile questo secondo significato, perché lui era uno sciamano, una persona capace di mettere in contatto i mondi che stanno sotto (gli inferi) coi mondi che stanno sopra (la volta celeste). Oltre che sciamano era guerriero, che combatté frequentemente contro le truppe messicane. Furono proprio i suoi avversari messicani a dargli il soprannome di "Geronimo", la versione in spagnol del nome Girolamo.
Geronimo combatté contro un sempre maggior numero di truppe messicane e statunitensi e divenne famoso per il suo coraggio e per essere sfuggito numerose volte alla cattura. Rivendicava la libertà della sua terra e del suo popolo.
Le forze di Geronimo divennero l'ultimo grande gruppo di combattimento di pellerossa che si rifiutarono di riconoscere il governo degli Stati Uniti nel West. Questa lotta giunse a termine il 4 settembre del 1886, quando Geronimo si arrese al generale Nelson Miles, dell'esercito statunitense, a Skeleton Canyon, Arizona. Venne dunque fatto prigioniero e fu esibito come fenomeno da baraccone  in sfilate e fiere. morì di polmonite il 7 febbraio del 1909. Aveva quasi ottant'anni. Probabilmente gli ultimi 23 se li sarebbe anche risparmiati. Così come i vincitori avrebbero potuto risparmiarsi le umiliazioni inflittegli e rinvece riconoscergli il grande valore umano e militre. Ma il mondo, spesso, gira così.

martedì 14 giugno 2011

Ernesto Che Guevara

Oggi è il 14 giugno. Oggi, nel 1928, a Rosario, in Argentina, nasceva Ernesto Guevara de la Serna, meglio noto come "Che" Guevara. Rivoluzionario marxista, combattente per la libertà. Credeva nel Sud America unito e libero e lo attraversò in motocicletta. Artefice con Fidel Castro della rivoluzione cubana, fu ministro dell'economia a Cuba. Per qualche anno, poi tornò a girare il mondo, a cominciare dall'Africa, perché "la rivoluzione o è mondiale o non è rivoluzione". Alcune pagine del mio romanzo La schiuma della memoria sono dedicate a lui, nelle parole di un vecchio barbone ex partigiano che l'aveva conosciuto di persona e lo ricorda. 
Morì nella foresta boliviana, ucciso da un reparto anti-guerriglia dell'esercito boliviano, assistito dalla CIA, nell'ottobre del 1967. Fu pianto da tutti e divenne un'icona: il suo volto è una delle immagini più riprodotte e amate dai ribelli di ogni tipo.
Che fosse destinato a divenire un'icona, è testimoniato anche dalla sconvolgente somiglianza fra il suo cadavere fotografato e il Cristo morto dipinto dal Mantegna.
Non voglio dire altro, solo ricordarlo qui in questo blog, perché ho il vizio della memoria.

venerdì 3 giugno 2011

Il giornalista freelance e il poeta beat

3 giugno, data di nascita di Antonio Russo (1960), giornalista che, per scelta, per rimanere sempre davvero libero da qualsiasi padrone, volle sempre lavorare solo come free lance. Libero di girare di guerra in guerra, documentandone gli orrori e i lati peggiori. Russo è stato per molti anni free lance e reporter internazionale di Radio Radicale. Fu spesso in Africa (Algeria, Burundi, Ruanda) e nei paesi dell'est Europa, ex Jugoslavia compresa. In Kosovo documentò, solitario, la pulizia etnica contro gli albanesi kosovari. Fu ucciso nel 2000, a soli quarant'anni, in circostanze non ancora chiarite a Tbilisi, in Georgia, dove era arrivato per documentare la violenta repressione da parte dell'esercito russo contro la popolazione civile della Cecenia. Il suo corpo portava i segni della tortura.
*****
Il 3 giugno è la data di nascita anche di Allen Ginsberg, nato a Newark, negli Stati Uniti (New Jersey), nel 1926.

Durante gli anni in cui era matricola alla Columbia, Ginsberg, conobbe Lucien Carr, un compagno di università che poi lo presentò a un certo numero di scrittori Beat, tra cui Jack Kerouac e William Burroughs.
La loro amicizia divenne sodalizio artistico e culturale, poiché coglievano con entusiasmo il potenziale dei giovani americani, un potenziale che esisteva al di fuori degli stretti confini del conformismo del dopo guerra, nel periodo tetro del maccartismo. Ginsberg e Carr parlavano di una "nuova visione", concetto mutuato da Arthur Rimbaud, per la letteratura e per l'America. Ginsberg conobbe anche Neal Cassady, per il quale ebbe una lunga infatuazione. Kerouac descrisse in seguito l'incontro tra Ginsberg e Cassady nel primo capitolo del suo romanzo del 1957, On the road (del quale già ho parlato a proposito di Kerouac, vedi post del 12 marzo http://laschiumaelarosamattiatoscani.blogspot.com/2011/03/jack-kerouac.html).
Qui sotto, invece, c'è la recensione del romanzo che ho pubblicato su aNobii, col titolo "Jack poteva essere Gesù".
http://www.anobii.com/mattosc/comments?public=0&sort=3&page=2
Ma torniamo a Ginsberg.
Nel 1954 si trasferì a San Francisco.
Nell'estate del 1955 il pittore Wally Hedrick, co-fondatore della "Galleria Six", gli chiese di organizzare una lettura di poesie presso la Galleria stessa. Ginsberg accettò la proposta perché, come scrive Fernanda Pivano, fra le principali divulgatrici in Italia delle opere della beat generation"... aveva capito l'importanza del suono della lingua scritta, e anche l'importanza del coinvolgimento fisico del poeta coi versi lunghi: la lunghezza del verso non indicava soltanto l'atto fisico di tirare il respiro ma anche l'unione dello stato fisico con quello emotivo durante la composizione".
L'evento venne pubblicizzato da Ginsberg con il titolo "Sei poeti alla Galleria Six" e aveva fatto stampare dei biglietti d'invito che dicevano: "Sei poeti alla Six Gallery, notevole raccolta di angeli tutti insieme nello stesso luogo: vino, musica, poesia seria, satori gratis. Piccola questua per vino e cartoline. Avvenimento incantevole". Giovedì 13 ottobre 1955 si tenne quindi uno dei più importanti eventi della "Mythos Beat" conosciuto semplicemente come "The six Gallery reading". Durante quella notte ci fu la prima lettura pubblica di Howl, un poemetto che ha portato nel mondo grande fama a Ginsberg. Howl è anche l'opera principale di Ginsberg, ed è ben nota per la sua linea di apertura: "Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi per strade di negri all'alba in cerca di droga rabbiosa... ". Ispirato e scritto principalmente durante visioni indotte dal peyote,  fu considerato scandaloso all'epoca della sua pubblicazione, a causa della crudezza del suo linguaggio, che è spesso esplicito, venne messo al bando per oscenità. Il bando venne in seguito tolto dopo che il giudice Clayton W. Horn dichiarò che il poema possedeva un aspetto di importanza sociale. Nel componimento, che risente dell'influenza di Walt Whitman ed è scritto con un verso ritmato che ha la cadenza della lingua parlata, il poeta rivive le sue crude esperienze, dal ricovero in un ospedale psichiatrico, all'uso delle droghe e all'omosessualità.
Nel 1957 si trasferì a Parigi col compagno di vita Peter Orlovsky, alloggiando in un locale sopra un bar che divenne poi noto come Beat Hotel, chiuso nel 1963 e che è stato di recente restaurato, riaperto e reso utilizzabile dai turisti in rue Git-le-coeur.
La poesia di Ginsberg venne fortemente influenzata dal ritmo e dalle cadenze del jazz, dalla sua fede Buddhista e dalle sue radici ebraiche.
Morì il 5 aprile 1997, circondato da familiari e amici nel suo East Village a New York City, soccombendo per le complicazioni di un'epatite dovute a un cancro al fegato.
Nonostante la malattia Ginsberg continuò a scrivere e la sua ultima poesia, Things I'll Not Do (Nostalgias), terminata il 30 marzo, pochi giorni prima della sua morte.
È sepolto nel suo appezzamento di famiglia nel Gomel Chesed Cemetery, nella zona dei cimiteri ebraici, a Newark nel New Jersey.

ANTONIO RUSSO


ALLEN GINSBERG

sabato 28 maggio 2011

Il Robin Hood maremmano

Il 28 maggio 1836 nacque a Cellere Domenico Tiburzi. A 16 anni era già ricercato per furto, a 31 anni uccise per la prima volta un uomo. Si trattava di Angelo Del Bono, guardiano del marchese Guglielmi, che lo aveva multato per aver raccolto una bracciata di fieno nei terreni del marchese. Con la latitanza inizia la sua storia di bandito. Arrestato nel 1869 e condanato a 18 anni di galera, ne fuggì nel 1872, divenendo il più famoso brigante di Maremma, una leggenda per i grossetani. Divenne un eroe popolare, il brigante buono e soccorrevole che uccideva "perché fosse rispettato il comando di non uccidere". Eliminò, infatti, molti briganti che si erano distinti per la loro prepotenza e cattiveria, quando capì che non sarebbe riuscito con la persuasione a ridurli a più miti comportamenti. Egli distingueva bene la legge dalla giustizia e lui stesso si era nominato protettore della giustizia anche contro la legge, che in quell'epoca era quella del Regno d'Italia dei Savoia.
Da "bravo" brigante era diventato una sorta di Robin Hood delle paludi, aveva istituito una tassa sul brigantaggio per i nobili ed i ricchi possidenti terrieri, che tenevano in pugno l'economia agricola della zona; per gli insolventi la punizione era l'incendio, tipico mezzo di reazione antipadronale dei braccianti maremmani.
Tiburzi donava una parte del denaro ricavato dalla tassa di protezione ai familiari dei meritevoli briganti uccisi e con un'altra pagava il sostentamento per i più poveri e per i contadini e gli artigiani che non riuscivano a sbarcare il lunario. D'altronde aveva uno spirito umanitario, anche se un po' particolare. Fu ucciso nel 1896, dopo 24 anni di latitanza, dal Regio esercito, a fucilate.
Di Tiburzi si conoscono i delitti, quelli che risultano negli archivi. Ma nessun archivio riporta, di un brigante, le manifestazioni positive; altrimenti non si spiegherebbe l'ammirazione da parte di tanta gente del popolo. Infatti il prete voleva negare al brigante il funerale e la sepoltura in terra consacrata ma la ostinata popolazione di Capalbio, sdegnata da tale decisione, richiese per il paladino dei diritti dei più deboli un’onorata sepoltura in terreno consacrato. Si arrivò così ad un compromesso: "mezzo dentro e mezzo fuori dal cimitero". Quindi si scavò la fossa proprio dove si apriva il cancello d'ingresso originario e gli arti inferiori restarono dentro - come vuole la tradizione - mentre la testa, il torace (e dunque l'anima) rimasero fuori.
Nel 1996, a cento anni dalla morte, Paolo Benvenuti gli ha dedicato un film, intitolato semplicemente Tiburzi.
A lui sono stati dedicati vari libri. Nel link sottostante ne compare una breve rassegna.
http://www.unilibro.it/find_buy/findresult/libreria/prodotto-libro/argomento-tiburzi_domenico_.htm

La tomba di Tiburzi al cimitero di Capalbio

giovedì 26 maggio 2011

Berlinguer, la questione morale e i referendum

Ieri 25 maggio era l'anniversario della nascita di Enrico Berlinguer. Infatti Berlinguer nacque il 25 maggio del 1922 a Sassari. Cresciuto in una famiglia della nobiltà sassarese, nel 1943 si iscrisse al Partito Comunista Italiano. Nel 1949 divenne segretario della FGCI, organizzazione giovenile del partito, che diresse fino al 1956. Nel 1968 fu eletto deputato per la prima volta, nel collegio elettorale di Roma. Nel 1969 eseguì il primo clamoroso "strappo" dall'Unione Sovietica: guidò una delegazione del partito ai lavori della conferenza internazionale dei partiti comunisti che si tenne a Mosca; in tale occasione, trovandosi in disaccordo con la "linea" sovietica (fonte massima degli indirizzi dell'Internazionale comunista) a sorpresa rifiutò di sottoscrivere la relazione finale. La presa di posizione, inattesa quanto "scandalosa", fu memorabile: tenne il discorso decisamente più critico in assoluto fra quelli che mai leader comunisti abbiano tenuto a Mosca, rifiutando tassativamente la "scomunica" dei comunisti cinesi e rinfacciando a Leonid Breznev che l'invasione sovietica della Cecoslovacchia nel 1968 (che definì espressivamente la "tragedia di Praga") aveva solo evidenziato le radicali divergenze affioranti nel movimento comunista su temi fondamentali come la sovranità nazionale, la democrazia socialista e la libertà di cultura. 
Nel 1972 divenne segretario generale del partito. La sua segreteria fu caratterizzata da un lato dal tentativo di collaborare con la Democrazia Cristiana nella prospettiva di realizzare riforme sociali ed economiche che considerava indispensabili, dall'altro dalla convinzione della necessità di rappresentare un nuovo comunismo indipendente dall'URSS (chiamato "eurocomunismo"). Negli anni in cui Berlinguer fu segretario il PCI raggiunse il suo massimo storico, il 34,4% del 1976, e in molti ritengono che questo risultato sia stato ottenuto principalmente per merito di Berlinguer. Il 1976 fu anche l'anno del secondo "strappo" dall'URSS. In occasione di un congresso a Mosca, dinanzi a 5.000 delegati provenienti da tutto il mondo, Berlinguer parlò in aperto contrasto con le posizioni "ufficiali" dell'Internazionale comunista di "sistema pluralistico" e descrisse l'intenzione del PCI di costruire un socialismo "che riteniamo necessario e possibile solo in Italia", il primo nucleo teorico dell'eurocomunismo.
Nell'ottobre 1977, Berlinguer, proseguendo le manovre per raggiungere il compromesso storico, cioè una politica di accordi politici con la DC senza partecipare direttamente al governo del Paese, cercando di dissipare le paure dei cattolici italiani, aprì un dialogo con l' allora vescovo di Ivrea Mons. Luigi Bettazzi, tramite la pubblicazione, sulla rivista Rinascita, di lettere scambiatisi in cui affermava di volere "realizzare una società che, senza essere cristiana, cioè legata integralisticamente a un dato ideologico, si organizzi in maniera tale da essere sempre più aperta e accogliente verso i valori cristiani"; le lettere sono pubblicate sotto il titolo comune significativo di "Comunisti e cattolici: chiarezza di principi e base di un’intesa".
Sempre nel 1977 sviluppò il tema dell'austerità, criticando in modo pesante e acuto il modello di sviluppo vigente, giudicandolo dissennato. Di fatto riprendeva l'articolo di Pier Paolo Pasolini di qualche anno prima sulle differenze fra Progresso e Sviluppo.
All'inizio degli anni '80 intuì per primo la degenerazione del sistema politico italiano in mero sistema di potere e pose le basi della cosiddetta "questione morale".
"La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, denunciarli e metterli in galera.  La questione morale, nell'Italia di oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d'essere forze di rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude".
Il tutto sembra detto sull'Italia di oggi, invece è tratto da un'intervista rilasciata a Eugenio Scalfari su Repubblica il 28 luglio del 1981. Un altro passaggio sembra parlare dell'Italia di oggi, sottolineando l'importanza dei Referendum e della libertà di voto che essi esprimono.
"Molti italiani si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani danno in occasione dei referendum e in occasione delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo di parte. E' un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti, è un voto libero e di progresso".
Sarà per questo che cercano in tutti i modi di depotenziare il significato e la partecipazione dei referendum che ci attendono il 12 e 13 giugno? Trovo impressionante rileggere oggi quelle parole di trenta anni fa. Provo anche rabbia e tristezza perché, in fondo siamo rimasti lì, forse siamo anche peggiorati, antropologicamente devastati, direbbe Pasolini. E comunque non ho la minima intenzione di arrendermi alla devastazione.
Ma torniamo alla piccola grande storia di Berlinguer, giunta alle ultime battute.
Dopo una legislatura da parlamentare europeo (eletto nel 1979 al primo Parlamento europeo per le liste del PCI), in vista delle successive elezioni (1984), Berlinguer si recò a Padova il 7 giugno, dove tenne un comizio. Mentre si apprestava a pronunciare la frase "Compagni, lavorate tutti, casa per casa, strada per strada, azienda per azienda" venne colpito da un malore, che poi si rivelò essere un ictus. Pur se palesemente provato dal malore e sofferente, continuò il discorso fino alla fine, nonostante anche la folla, dopo i cori di sostegno, urlasse in lacrime: "Basta, Enrico!". Alla fine del comizio rientrò in albergo, dove si addormentò sul letto della sua stanza, entrando subito in coma. Dopo il consulto con un medico, venne trasportato all'ospedale e ricoverato in condizioni drammatiche. Morì l'11 giugno, a causa di una emorragia cerebrale.
Il Presidente dellla Repubblica Sandro Pertini, che si trovava già a Padova per ragioni di Stato, si recò in ospedale per constatare le condizioni di Berlinguer. Fece in tempo a entrare in stanza per vederlo e baciarlo sulla fronte. Poche ore dopo il decesso, si impose per trasportare la salma sull'aereo presidenziale. Commovente fu il suo saluto al funerale del 13 giugno, al quale partecipò circa un milione di persone, dove si chinò con la testa sopra la bara, baciandola.
Persino il segretario del MSI (Movimento Sociale Italiano, dichiaratamente nostalgico della Repubblica Sociale Fascista), Giorgio Almirante, si recò a rendere omaggio al feretro dell'avversario, suscitando lo stupore e il rispetto della folla in coda per entrare nella camera ardente.
Il giorno delle elezioni europee, il 17 giugno 1984 il PCI, nonostante la scomparsa di Berlinguer, decise di lasciare il suo segretario capolista e chiese di votarlo. Le elezioni, forse anche per gli eventi precedenti, decretarono la vittoria del PCI che, per la prima e unica volta nella storia, sorpassò seppur di poco la DC, affermandosi come primo partito italiano (33,3% contro il 33,0%): questo "sorpasso" è ricordato come dovuto all'"effetto Berlinguer".
Nel 1977 Giuseppe Bertolucci girò un film che aveva come protagonista Roberto Benigni, all'inizio della sua carriera di comico, e che s'intitolava Berlinguer ti voglio bene. Ecco, anch'io.

martedì 24 maggio 2011

24 maggio: il Piave, Ilaria Alpi e Bob Dylan

Uno dice ventiquattro maggio. Che cosa viene in mente? A me viene in mente innanzitutto il Piave, che moromora calmo e placido, il 24 maggio (quando passano i fanti). Ultimamente, se fossi nel Piave, mi incazzerei anche molto, altro che mormorare o borbottare. C'è una lista politica, non so se sia un vero e proprio partito, comunque esiste, e si chiama Razza Piave. A me viene in mente, detta così, una razza bovina. Invece no, sarebbe, nelle intenzioni dei promotori, una razza umana. E allora penso: va beh essere dementi, ma qui si esagera.
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Il 24 maggio del 1961 è nata Ilaria Alpi, oggi, se fosse viva compirebbe 50 anni. Inviata di Raitre, uccisa in Somalia, a Mogadiscio il 20 marzo del 1994, insieme al suo operatore di ripresa, Miran Hrovatin, nel corso di un'inchiesta sul traffico di armi e di sostanze tossiche. I due giornalisti, veri giornalisti d'inchiesta, avevano probabilmente scoperto qualcosa che probabilmente coinvolgeva l'esercito italiano e altre autorità nazionali e internazionali.
Guarda caso, nel novembre precedente era stato ucciso sempre in Somalia, in circostanze misteriose, il sottufficiale del SISMI Vincenzo Li Causi, informatore della stessa Alpi sul traffico illecito di scorie tossiche nel paese africano. Per saperne di più, rimando a un approfondimento su un sito di controinformazione.
http://www.libreidee.org/2010/07/armi-e-rifiuti-tossici-ilaria-alpi-il-martirio-della-verita/
Ma la scia di morti legati a quel caso non è finita qui.
Secondo alcune interpretazioni, i due giornalisti avrebbero scoperto un traffico internazionale di veleni, rifiuti tossici e radioattivi prodotti nei Paesi industrializzati e stivati nei Paesi poveri dell'Africa, in cambio di tangenti e armi scambiate coi gruppi politici locali.
Sulla "scena del delitto" erano presenti due troupes televisive: quella della Svizzera italiana (RTSI) ed una americana (ABC).
Le immagini che ci sono giunte, di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin colpiti ed accasciati nell'abitacolo del loro fuoristrada, sono state girate dall'operatore dell'Abc, di origine greca, trovato ucciso qualche mese dopo a Kabul, in una stanza d'albergo. Vittorio Lenzi, operatore della troupe svizzera-italiana è rimasto vittima di un incidente stradale sul lungolago di Lugano (mai chiarito del tutto nella dinamica).
Roba da brividi.
Il film del 2003 Ilaria Alpi - Il più crudele dei giorni, di Ferdinando Vicentini Orgnani, cerca di ripercorrere la vicenda, sulla quale è stata aperta anche un'inchiesta parlamentare. La Commissione è ancora al lavoro.
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Il 24 maggio del 1941 è nato Bob Dylan, che oggi compie 70 anni.
Nel 1966 rivelò in un'intervista di essere appena uscito dalla dipendenza dall'eroina, per la quale spendeva 25 dollari al giorno, e di avere tentato il suicidio.
Aveva già realizzato sette album, con alcune delle sue canzoni più belle.
Il suo sito ufficiale è:
http://www.bobdylan.com/
The freewheelin' Bob Dylan, il suo secondo album, uscito il 27 maggio del 1963, contiene alcuni dei suoi brani più belli, ed è una rivoluzione in musica, antesignana di quelle che seguiranno negli anni successivi nelle scuole e nelle università (e molti cantavano Bob Dylan...): Blowin' in the wind, Masters of war (entrambe contro la guerra), A hard rain's gonna fall (contro il nucleare militare), Don't think twice, it's all right e altri brani innovativi e dai contenuti sociali forti.
Il sesto album, del 1965, Highway 61 revisited contiene Like a rolling stone, altro brano celebre e più volte reinterpretato e riarrangiato; notissima e forse insuperabile la versione live con The Band.
La mia personale playlist del "menestrello" prosegue con Just like a woman, presente nel settimo album, del 1967, Blonde on blonde. Il dodicesimo album in studio originale, Pat Garrett & Billy the Kid, colonna sonora di un film del 1973, contiene un altro brano indimenticabile: Knockin' on heaven's door. Album numero 14, Planet waves, con Forever Young, e siamo arrivati al 1974. Il 1974 è anche l'anno del doppio lp live Before the flood, in cui Dylan suona con The Band. Si tratta di uno degli album più belli, in cui Dylan rivisita i suoi brani con gli arrangiamenti della Band per eccellenza. C'è una bellissima versione di I shall be released, già incisa da The Band nell'album di esordio e da Dylan nel secondo Greatest Hits del 1971.
Nel 1976 arriva Desire il 17° album in studio, in cui compaiono alcuni bellissimi brani, fra cui il più noto è Hurricane; c'è anche Romance in Durango, resa famosa in Italia da una versione tradotta da Fabrizio De André (Avventura a Durango).
1978: diciottesimo album in studio, Street legal, contenente Baby stop crying.
Per trovare qualcosa dello stesso livello dei dischi citati, secondo me occorre attendere oltre vent'anni. Nel 2001 il menestrello pubblica un album stupendo, Love and theft.
Sono passati dieci anni esatti da allora.
Auguri, Bob Dylan.

mercoledì 18 maggio 2011

Bertrand Russell (e Spinoza)

Il 18 maggio 1872 è la data di nascita di Betrand Russell, filosofo e pacifista inglese.
Mi trovai per caso a leggere un suo libro un'estate in montagna, mi piacque il titolo: La conoscenza del mondo esterno, che il nostro aveva scritto nel 1914. Avevo 14 anni e mi appassionai alla lettura, scoprendo una passione per la filosofia. Da quel momento, Russell fu uno degli autori che seguii. Mi colpì la sua capacità di essere allo stesso tempo rigoroso e divulgativo. Trovavo la sua logica inoppognabile, assolutamente convincente. Negli anni successivi infilai, nelle edizioni Longanesi, una serie di letture su tematiche laiche e diritti civili che mi interessavano molto: Perché non sono cristiano (1927), Saggi scettici (1928), Matrimonio e morale (1929), La conquista della felicità (1930).
Utilizzai la sua Storia della filosofia occidentale (1945) come antidoto al corso di filosofia del mio professore del liceo classico, un cattolico che riteneva Tommaso d'Aquino il miglior filosofo di tutti i tempi, mentre Russell lo considerava un filosofo "con ben poco spirito filosofico", cioè incapace, per scelta, di seguire, socraticamente, un ragionamento fin dove questo lo avrebbe portato, precludendosi così la possibilità delle scoperte. Indimenticabili le parole che invece Russell utilizza per  Spinoza: "Spinoza è il più nobile e il più degno d'amore dei grandi filosofi. Se qualcun altro lo ha superato per intelletto, dal punto di vista etico è superiore a tutti. Di conseguenza, fu considerato, durante la sua vita e per un secolo dopo la sua morte, un uomo di spaventosa malvagità. Era nato ebreo, ma gli ebrei lo sconfessarono. [...] Egli visse tranquillamente, prima ad Amsterdam e poi a L'Aja, guadagnandosi la vita levigando lenti. I suoi bisogni erano pochi e semplici, e mostrò in tutta la sua esistenza una rara indifferenza per il denaro."
Il libro è scritto tutto un po' così, con le opinioni personali di Russell esposte con ironia, a tratti con umorismo. Ma il pensiero dei filosofi è esposto con chiarezza e rigore. Certo, ci sono molte scelte anche discutibili, ma che godimento divenne per me la filosofia!
Albert Einstein lo definì "un libro prezioso, un'opera pedagogica di altissimo livello che si situa sopra il conflitto tra le parti e le opinioni".
Alcuni episodi della sua vita sono raccontati nell'autobiografia, improntata allo stesso stile scettico, riflessivo e ironico. Racconta di come l'amore per la matematica lo salvò dal suicidio; delle sue quattro mogli, alle quali sempre faticò ad essere fedele, soprattutto alla prima; di come nel 1948, a 76 anni, si salvò nuotando in mare da un incidente aereo. Invece non potè raccontare della sua morte, avvenuta nel 1970 in Galles per un'influenza, all'età di 98 anni.
Ebbe un'attiva partecipazione politica, impegnandosi, a partire dagli anni '50, con Einstein  per il disarmo nucleare; in precedenza era passato da un pacifismo assoluto a uno che aveva coerentemente definito "relativo", ma riteneva la guerra giusta solo in casi del tutto straordinari, per esempio contro Hitler. Nel 1961 Russell fu processato e condannato a una settimana di prigione in seguito a una manifestazione a Londra contro il proliferare delle armi nucleari. La guerra in Vietnam fu l'ultimo obiettivo polemico del pacifismo di Russell, che insieme a Jean Paul Sartre fondò il tribunale per processare gli Stati Uniti per crimini di guerra (il tribunale assunse poi il nome di "Tribunale Russell"). Da attento polemista, criticò anche la ricostruzione dell'assassinio di John Fitzgerald Kennedy; lo scritto 16 questions on the assassination  pubblicato nel 1964 è ancora considerato una efficace denuncia della inconsistenza della versione ufficiale del caso. Politicamente sostenitore del socialismo democratico, avversò duramente il totalitarismo di Stalin.

sabato 14 maggio 2011

Robert Owen e l'utopia di Campomaggiore

Robert Owen nasce a Newtown, in Galles, il 14 maggio del 1771. E' considerato uno dei primi socialisti, uno dei socialisti utopisti, corrente di pensiero affermatasi nella prima metà dell'Ottocento. A soli diciannove anni divenne imprenditore a Manchester, dove dirigeva una fabbrica di filati di cotone, nella quale mise in luce notevoli capacità gestionali. Cresciuto secondo il pensiero liberale di Bentham, seppe immaginare qualcosa che andava ben al di là del libero mercato. Nel 1799 rilevò a Glasgow in Scozia l'impianto di New Lanark, che condusse secondo i suoi principi fra il 1800 e il 1825. Sostituì i negozi di prodotti scadenti riservati agli operai (che vi spendevano una moneta utilizzabile solo lì) con negozi cooperativi di prodotti di ottima qualità, fondò la prima scuola d'infanzia della Gran Bretagna per i figli degli operai. Intorno al 1815 teorizzò il suo modello ideale di socialismo comunitario.
Comunità di 1200 persone dovevano essere insediate su tenute di 1000-1500 acri (4-6 km²), dimensioni affini a quelle di New Lanark. Tutti avrebbero risieduto in un grande edificio quadrato con cucine e refettori pubblici, ma appartamenti familiari privati. I bambini sarebbero stati affidati alla famiglia fino ai tre anni e successivamente alla comunità, con libero accesso a loro da parte dei genitori. Il lavoro e il godimento dei suoi frutti sarebbero stati comuni. Le comunità potevano essere istituite da individui, parrocchie, contee, anche dallo Stato; comunque con efficace supervisione di personale qualificato.
Owen sostenne poi che questa era la miglior forma di riorganizzazione della società in generale, secondo idee che non mutò per il resto della vita. Il numero adatto per una buona comunità di lavoro era un'associazione di 500 - 3000 persone che, nei limiti del possibile, sarebbe stata auto-sufficiente. "As these townships should increase in number, unions of them federatively united shall be formed in circles of tens, hundreds and thousands", fino ad abbracciare il mondo intero. La visione utopistica di Owen si rivelò efficace, incrementando in modo inatteso il livello di vita dei suoi cittadini, circondandoli di strutture pulite e sane, di attività ricreative per i lavoratori, con salari sopra la media e con l'aggiunta di un sistema previdenziale unico al mondo nel periodo e anticipatore di quasi un secolo delle politiche novecentesche di Welfare (che in gran parte dell'Europa divennero comuni solo a seguito della Prima guerra mondiale e si espansero dopo la Seconda). Oltre a ciò, ottenne dei risultati economici di indubbio pregio nel settore tessile: in breve New Lanark divenne uno dei centri industriali più importanti nella produzione e filatura del cotone di tutta Europa. Il sistema socialista creato da Owen divenne immediatamente un centro di studi per tutta l'emergente borghesia inglese e dimostrò come un lavoratore felice e soddisfatto rendesse meglio di un lavoratore oppresso e sfruttato. Gli esperimenti condotti secondo il suo modello in tutta Europa e anche negli Stati Uniti d'America hanno spesso avuto un grande successo limitato nel tempo, alcuni altri, se non seguiti da lui direttamente, sono stati un fallimento. L'umanità probabilmente non era pronta alle idee di Owen. Le idee devono essere incarnate e vissute, non semplicemente applicate come una tecnologia. Le comuni nate negli anni Sessanta e Settanta, almeno in parte riprendevano le idee di Owen. Sulle idee di Owen è stata ideata la progettazione del vecchio borgo di Campomaggiore, piccolo centro lucano, costruito perfettamente a scacchiera, con la chiesa e il palazzo baronale, uno di fronte all'altro ai lati della grande piazza, e con l'idea di programmare e attrezzare il borgo per ospitare un preciso numero di abitanti (circa 1600) in un sistema di convivenza perfetta. Il borgo per anni, fino alla sua distruzione a causa di una frana, è stato il paese dell'Utopia. Una comunità "alla Owen", a declinata sul versante della produzione agricola, rispettando la vocazione del territorio lucano. Questo è, anche, incarnare un'idea, senza applicarla pedissequamente. Gli abitanti avevano tutti un pezzo di terra da coltivare con un numero di ulivi predeterminato e una vigna. La Piazza centrale fu chiamata "dei Voti" per ricordare l'impegno che presero le prime 16 famiglie nella costruzione del paese. I conti Rendina emanarono un editto che prevedeva un alloggio e terreno da coltivare a chiunque si fosse trasferito a Campomaggiore, richiamarono poi delle maestranze di Bitonto per la piantagione di ulivi nel territorio circostante. Nel 1833 la popolazione era di 1500 persone, era una delle prime ad avere una stazione ferroviaria, un cimitero e una grande fontana come lavatoio, e vari frantoi dislocati sul territorio, e il comando delle forze armate. Era un paese all'avanguardia. Poi una frana distrusse il paese, che fu abbandonato per essere ricostruito 400 metri più in alto. Più che fallimento dell'Utopia, questa è vera malasorte. Oggi a Campomaggiore c'è un Parco della Scultura, che unisce in un itinerario il paese vecchio, col suo tipico aspetto di paese fantasma ruderale e il paese nuovo.

venerdì 13 maggio 2011

Bruce Charles Chatwin

Bruce Charles Chatwin nasce a Sheffield il 13 maggio del 1940. Nel 1958 iniziò a lavorare per la prestigiosa casa d'aste londinese Sotheby's. Grazie alla sua brillantezza e sensibilità in materia di percezione visiva, ne divenne presto l'esperto di impressionismo. All'età di ventisei anni abbandonò il suo lavoro per paura di perdere la vista a causa di tanta arte e di tanta bellezza. Sindrome di Stendhal?
La sindrome di Stendhal, detta anche sindrome di Firenze, perché lì si è verificata più volte, è il nome di una malattia psicosomatica che provoca tachicardia, capogiro, vertigini, confusione mentale e anche allucinazioni in soggetti messi al cospetto di opere d'arte di straordinaria bellezza, specialmente se sono compresse in spazi limitati. Allucinazioni, percezione visiva alterata.
La malattia, piuttosto rara, colpisce principalmente persone molto sensibili e fa parte dei cosiddetti malanni del viaggiatore. Ma Chatwin doveva ancora diventarlo.
La sua divenne comunque una sorta di fobia. Un oculista lo rassicurò: non c'era niente che non andasse nei suoi occhi, tuttavia gli consigliò di smettere di osservare i quadri così da vicino e di rivolgere piuttosto lo sguardo verso «l'orizzonte». Chatwin lo prese talmente alla lettera che incominciò a viaggiare per il mondo, l'orizzonte consigliato dall'oculista si spostava sempre più in là. Mqanifestò da subito un interesse particolare per il fenomeno globale del nomadismo, come distacco dalla proprietà privata. S'innamorò della Patagonia, sulla quale scrisse degli strepitosi racconti di viaggio. Il libro che ne ricavò, In Patagonia, del 1977, è divenuto un cult book. Un altro libro importante è Le vie dei Canti, del 1987, un romanzo, stavolta, ispirato al viaggio realizzato nelle terre australiane degli aborigeni.
In quegli anni, si ammalò di Aids. Tenne nascosta la sua malattia, facendo credere che i sintomi fossero dovuti a un'infezione provocata da un fungo della pelle o dal morso di un pipistrello cinese. Si trasferì con la moglie nel sud della Francia, dove morì (a Nizza) nel 1989, a 48 anni. L'ultimo periodo della sua vita, dopo tutti quei viaggi, lo passò su una sedia a rotelle. Delle volte, il destino.

lunedì 9 maggio 2011

Sophie Scholl e la Rosa Bianca

Il 9 maggio del 1921 nasce a Forchtenberg, in Germania, Sophie Magdalena Scholl. A dodici anni, nel 1933, come era d'obbligo ai suoi tempi, venne iscritta alla gioventù hitleriana. Nel 1937 il regime arrestò il suo amatissimo fratello Hans. Nel 1940 toccò al padre. Nel 1942 aderì alla Rosa Bianca, da studentessa presso l'Università di Monaco, insieme al fratello Hans.
Operativo a Monaco di Baviera, il gruppo di ispirazione cristiana pubblicò sei opuscoli, che chiamavano i tedeschi a ingaggiare la resistenza passiva contro il regime nazista. Erano cinque studenti e un professore.
Essi rigettavano la violenza della Germania nazista e credevano in un'Europa federale che aderisse ai principi di tolleranza e giustizia. La  Bibbia non era l'unico testo a cui si ispiravano: negli opuscoli comparivano citazioni di Lao Tzu, Aristotele, NovalisGoethe e Schiller, fiduciosi che gli intellettuali si sarebbero opposti al nazismo.
Nel febbraio 1943 distribuirono gli ultimi due opuscoli e dipinsero slogan contro Hitler sui muri di Monaco e sui cancelli dell'università. Gli opuscoli parlavano di Resistenza non violenta al nazismo.
Distribuirono i loro materiali in luoghi frequentati e Sophie Scholl prese la coraggiosa decisione di salire in cima alle scale dell'atrio e lanciare da lì gli ultimi volantini sugli studenti sottostanti. Venne individuata da un inserviente che era anche membro del partito nazista ed arrestata assieme al fratello. Gli altri membri attivi vennero subito fermati e il gruppo, assieme a tutti quelli a loro associati, venne sottoposto a interrogatorio da parte della Gestapo. Gli Scholl si assunsero immediatamente la piena responsabilità degli scritti sperando, invano, di proteggere i rimanenti membri del circolo; i funzionari della Gestapo che li interrogarono rimasero stupiti per il coraggio e la determinazione dei due giovani. La Gestapo torturò Sophie Scholl per quattro giorni, dal 18 al 21 febbraio 1943 senza ottenere nulla.
Furono processati dal "Tribunale del popolo", un organo nazista. Nel corso di un breve dibattimento, durato cinque ore, furono reputati colpevoli e ghigliottinati il giorno stesso.
Prima di morire disse fieramente agli sbirri della Gestapo: "Non mi pento di nulla e mi assumo la pena".
Gli altri membri chiave del gruppo, processati in seguito, furono anch'essi trovati colpevoli e decapitati nei mesi successivi. Così finì la Rosa Bianaca dopo un solo anno di vita.

venerdì 6 maggio 2011

Alcide Cervi

Alcide Cervi è il padre dei Sette fratelli Cervi.
Alcide nasce il 6 maggio del 1875. E' contadino, seguendo le orme paterne, prima mezzadro e, dopo il 1934, affittuario, nella zona fra Gattatico e Campegine, due Comuni della provincia di Reggio Emilia. Antifascista, aderente al Partito Popolare, trasforma la sua casa, durante la Resistenza, in un rifugio per antifascisti e in gruppo partigiano operativo, insieme ai suoi figli, la cosiddetta Banda Cervi. Alcide ebbe con la moglie Genoveffa nove figli, due femmine e i sette fratelli: Diomira, Rina; Gelindo (1901), Antenore (1906), Aldo (1909), Ferdinando (1911), Agostino (1916), Ovidio (1918), Ettore (1921).
Il cascinale della famiglia Cervi diviene porto sicuro per antifascisti e partigiani feriti, nonché per i prigionieri stranieri sfuggiti ai nazifascisti, fra cui diversi soldati dell'Armata Rossa, poi aggregatisi alla lotta partigiana come strateghi militari.
Per diverse settimane, nel 1943, il gruppo dei Fratelli Cervi riesce a mantenere un'intensa attività militare contro i fascisti, ma successivamente, nella notte tra il 24 e il 25 novembre 1943, durante un rastrellamento, viene sorpreso nella abitazione stessa dei Cervi dalle pattuglie fasciste insieme a alcuni partigiani russi, a Dante Castellucci e a Quarto Camurri. Dopo un breve scontro a fuoco vengono tutti catturati. I fratelli Cervi vengono trasportati nel carcere politico dei Servi a Reggio Emilia.
Nello stesso anno, il 27 dicembre, viene ucciso il segretario del Partito Fascista di Bagnolo in Piano (RE) Davide Onfiani e, per rappresaglia, il 28 dicembre tutti i figli di Alcide vengono uccisi, per decisione dei dirigenti fascisti di Reggio Emilia
L'8 gennaio del 1944, un bombardamento apre ad Alcide una via per fuggire dal carcere dove era stato trasferito. Tornato a casa, non viene subito informato della morte dei figli. Una volta messo al corrente, reagisce con grande forza d'animo.
Solo nell'ottobre del 1945 Alcide Cervi potrà far sì che venga celebrato un funerale solenne per i suoi figli. Nel pomeriggio del 28 ottobre, dopo la manifestazione di affetto dei cittadini emiliani, i feretri dei fratelli sono portati al cimitero di Campegine.
Per il suo impegno partigiano e per quello dei suoi figli, gli fu consegnata una medaglia d'oro creata dallo scultore Marino Mazzacurati. La medaglia reca da un lato l'immagine di Alcide Cervi e dall'altro un tronco di quercia tra i cui rami spezzati compaiono le 7 stelle dell'orsa. Durante la consegna, Alcide pronunciò un discorso di cui sono ancora ricordate queste parole: "Mi hanno sempre detto... tu sei una quercia che ha cresciuto sette rami, e quelli sono stati falciati, e la quercia non è morta... la figura è bella e qualche volta piango... ma guardate il seme, perché la quercia morirà, e non sarà buona nemmeno per il fuoco. Se volete capire la mia famiglia, guardate il seme. Il nostro seme è l'ideale nella testa dell'uomo."
Alcide Cervi si spegne a 95 anni, nel 1970. Oltre 200.000 persone si riuniscono a Reggio Emilia per l'estremo saluto.
Nella casa colonica, ubicata fra Gattatico e Campegine è stato realizzato un Museo della Resistenza, chiamato semplicemente Casa Cervi (Istituto Alcide Cervi).
http://www.fratellicervi.it/

lunedì 2 maggio 2011

Duccio Galimberti

Il 30 aprile mi è sfuggito l'anniversario della nascita di Duccio Galimberti, nato a Cuneo nel 1906. Cerco di rimediare alla dimenticanza. Duccio era un abbreviativo di un nome lunghissimo formato da 4 nomi di cui il primo era Tancredi. E' stato una delle principali figure della Resistenza in Piemonte. Il padre fu senatore fascista. Lui mai si avvicinò ai fascisti, era antifascista forse per rigetto del padre (e dalli con 'sta psicanalisi...). Avvocato penalista, fra il 1940 e il 1942 provò in tutti i modi a organizzare l'antifascismo a Cuneo e a Torino. Fu fra i fondatori del Partito d'Azione a Torino. Nel 1943, il 26 luglio, tenne il primo comizio della Resistenza dal terrazzo del suo studio di Cuneo. Organizzò le prime bande partigiane in Piemonte, dalle quali nacquero le brigate di Giustizia e Libertà.
Nel gennaio del 1944 Galimberti venne ferito durante un rastrellamento e curato sommariamente da una dottoressa, ebrea polacca, sfuggita ai nazisti e riparata tra i partigiani. Venne nominato comandante di tutte le formazioni Giustizia e Libertà del Piemonte e loro rappresentante nel Comitato militare regionale.
Si trasferì a Torino dove iniziò ad esercitare l’incarico della direzione militare regionale. Galimberti cominciò in tal modo un'opera incessante e rischiosissima di organizzazione.
In seguito ad una delazione, venne arrestato il 28 novembre del 1944, in una panetteria di Torino che era il recapito del Comando partigiano. I frenetici tentativi delle forze della Resistenza di operare uno scambio di prigionieri con i tedeschi furono inutili: Galimberti era una preda troppo ambita per lasciarla sfuggire.
Quattro giorni più tardi, nel pomeriggio del 2 dicembre, un gruppo di fascisti dell’Ufficio politico di Cuneo andò a Torino per prelevarlo dal carcere. Fu trasportato nella caserma delle brigate nere di Cuneo: qui Galimberti venne sottoposto a interrogatorio e ridotto in fin di vita dallebotte e dalle torture, ma nonostante questo i fascisti non riuscirono ad ottenere alcuna informazione riguardante le formazioni partigiane della montagna cuneese, perché il comandante Galimberti non disse una sola parola.
Il mattino del 4 dicembre fu caricato su un camioncino e trasportato nei pressi di Centallo, dove venne ucciso con una raffica di mitra alla schiena.
Gli è stata conferita una Medaglia d'oro al valor militare per il suo impegno nella lotta partigiana.
Piero Calamandrei ha dedicato alla memoria di Duccio Galimberti la "Lapide ad ignominia", scritta in risposta ad Albert Kesselring, comandante delle truppe tedesche in Italia, condannato per crimini di guerra, che affermava invece di meritare un monumento.
Lapide ad ignominia
Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
Più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA

L'impegno di Galimberti e il suo eroismo sono stati ricordati anche dalla canzone di Fausto Amodei Per i morti di Reggio Emilia, che rievoca i fatti del luglio 1960 a Reggio Emilia. Nel corso di una manifestazione sindacale cinque operai reggiani, i cosiddetti morti di Reggio Emilia, Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli, tutti iscritti al PCI, furono uccisi dalle forze dell'ordine. Una canzone comunista che rende onore a Galimberti, che comunista non era mai stato.

Duccio Galimberti nel primo comizio antifascista a Cuneo.

domenica 1 maggio 2011

Una rosa per Mereu

Oggi è il primo maggio, Festa del lavoro. E' domenica, quindi di fatto si tratta di una festa saltata sul calendario dei lavoratori. Ma per qualcuno è stata giornata di lavoro: il cosiddetto innovatore/rottamatore del Pd Renzi, sindaco di Firenze, ha pensato bene di lasciare libertà di apertura ai negozi, in questa giornata che è domenica e che è pure festa del lavoro. Mah, sarà una grande innovazione, una delle sue meravigliose idee per far tornare a vincere la sinistra... (considero Renzi solo un ipocrita arrivista, uno che fa politica solo per far carriera, totalmente privo di valori di sinistra e di riferimenti culturali adeguati, per chi non l'avesse capito). Comunque, in questo giorno, ritengo significativo attribuire la rosa della settimana a Gianmarco Mereu, che il 28 aprile ha tenuto la sua rappresentazione teatrale, Giorni rubati,  ad Arbatax, nei capannoni di un'azienda, invitato dai dirigenti dell'azienda stessa, che ha offerto lo spettacolo ai propri dipendenti. Rimane da dire che il 28 aprile è stata la giornata mondiale per la sicurezza sul lavoro e che Mereu ha avuto cinque anni fa un grave incidente sul lavoro al porto di Arbatax, rimanendo paraplegico: una cancellata di sei quintali gli ha spezzato la schiena, fratturando le vertebre D10 e D11. Nello spettacolo, realizzato dalla compagnia Rossolevante di Arbatax, per la regia di Juri Piroddi e Silvia Cattoi, Mereu in scena racconta la tragedia e tutto il flusso di sentimenti, emozioni e reazioni che sono seguite all'incidente e che gli hanno cambiato la vita. Mereu si è esibito di fronte a molti compagni di lavoro, persone che conosceva, perché lui lavorava per una ditta esterna. L'azienda non ha fatto opera di beneficenza, ma semplicemente ha interesse a diffondere la cultura della sicurezza perché, lavorando con molte ditte straniere, esiste in ambito internazionale un problema di costi assicurativi legati alla clausola "incidenti zero". Si tratta di un fatto comunque assolutamente apprezzabile e che dimostra come si possa collaborare a fini comuni per ottenere risultati positivi. L'investimento sulla sicurezza diventa necessario: virtuoso per l'azienda e virtuoso per i lavoratori.
Riporto qui due brani dell'intervista che Mereu ha rilasciato a Gianfranco Cappitta, critico teatrale de il manifesto: "Senza dubbio è stata un'esperienza bellissima e molto forte, ma che mi ha anche messo in difficoltà: è stato duro portare a termine lo spettacolo senza interrompermi, guardando le facce di chi mi conosceva pure prima e che quella storia la conosce già. Riviverla assieme a loro è stato particolarmente toccante, e in certi momento la commozione mi ha attanagliato, soprattutto nel racconto dell'incidente". E, parlando del figlio più grande, che all'epoca dell'incidente aveva 7 anni: "Stiamo cercando di inventarci un nuovo rapporto. All'ospedale mi disse una frase bellissima: -Papà, quando torni a casa, torni con la sedia a rotelle? 
Io avevo le lacrime agli occhi e non ce la facevo a rispondere. Mi ha abbracciato e mi ha detto: -Non è importante, torna a casa in fretta.
Penso che non dimenticherò mai una lezione del genere. Io spero di essere all'altezza e di lasciargli un messaggio che lui possa recepire e trasmettere agli altri. Bisogna salvaguardarsi, indignarsi e rifiutare di lavorare fuori delle condizioni di sicurezza."
Una rosa per Gianmarco Mereu. E per suo figlio. E per il teatro d'impegno civile.

martedì 26 aprile 2011

Ondina Peteani

Il 26 aprile del 1925 nasce a Trieste Ondina Peteani. Operaia dei cantieri navali di Monfalcone, si aggrega ai partigiani del Carso, di cui diviene la prima staffetta (così vuole la tradizione), nella Brigata Proletaria. Viene arrestata per due volte dalle SS, per due volte riesce a fuggire. Un terzo arresto la porta dritto alla deportazione ad Auschwitz. Così ricorda uno dei momenti più bui della sua prigionia: "Di Auschwitz ho un ricordo stupido se si vuole - ... una sera sono andata sulla soglia della porta della baracca e c'era una lunona grande. Pensavo - la vedono anche a casa mia. Mi ha preso un'angoscia, un male fisico, una nostalgia così dolorosa della mia gente, della mia terra, di casa... Avevo il terrore di non farcela e mi ricordo che ci torturavamo dicendoci - ... finirà presto la guerra, ci vedranno in questo stato e ci porteranno a casa con degli aerei. Avranno tutte le cure per noi ridotte in queste condizioni." Ma ormai esperta in fughe rocambolesche, anche da lì riesce a fuggire, durante un trasferimento, nell'aprile del 1945. Tornerà a casa a piedi, giungendovi in luglio, dopo tre mesi di cammino. "Emozionante è stato tornare a casa. Avevo avuto il tempo di recuperare la sensibilità, l'umanità perduta. Sono stata fra le prime a rientrare, erano i primi di luglio, tre mesi incredibili per attraversare 1300 chilometri circa, in un'Europa in ginocchio, senza più ponti, strade e ferrovie integre. Quando ho abbracciato mamma, papà ed il cane che mi è saltato addosso per farmi le feste e che mi ha riconosciuto, allora sì che ho capito di essere tornata libera". Nel dopoguerra si iscrisse al PCI e divenne ostetrica. Morì il 3 gennaio del 2003. Alla sua vita è ispirato uno spettacoli di teatro narrazione, di e con Marta Cuscunà, E' bello vivere liberi, vincitore del Premio Scenario 2009.

sabato 23 aprile 2011

L'anarchico e la ragazza del secolo scorso

Oggi, 23 aprile, è il giorno della nascita di Nicola Sacco, nato nel 1891 a Torremaggiore, in provincia di Foggia. Emigrò negli Stati Uniti nel 1913, all'età di 22 anni. Dato che in Italia era stato calzolaio di professione, trovò lavoro in una fabbrica di calzature a Milford, nel Massachusetts. Fu accusato di un omicidio insieme all'amico Bartolomeo Vanzetti, anch'egli immigrato, conosciuto nella militanza anarchica negli Stati Uniti. Da una lettera di Sacco al figlio Dante, dalla prigionia, dopo la sentenza di condanna a morte.
"Mio carissimo figlio e compagno,
sin dal giorno che ti vidi per l'ultima volta ho sempre avuto idea di scriverti questa lettera: ma la durata del mio digiuno e il pensiero di non potermi esprimere come era mio desiderio, mi hanno fatto attendere fino ad oggi. Non avrei mai pensato che il nostro inseparabile amore potesse così tragicamente finire!
Ma questi sette anni di dolore mi dicono che ciò è stato reso possibile. Però questa nostra separazione forzata non ha cambiato di un atomo il nostro affetto che rimane più saldo e più vivo che mai. Anzi, se ciò è possibile, si è ingigantito ancor più. Molto abbiamo sofferto durante il nostro lungo calvario.
Noi protestiamo oggi, come protestammo ieri e protesteremo sempre per la nostra libertà. [...] Ricordati anche di ciò figlio mio. Non dimenticarti giammai, Dante, ogni qualvolta nella vita sarai felice, di non essere egoista: dividi sempre le tue gioie con quelli più infelici, più poveri e più deboli di te e non essere mai sordo verso coloro che domandano soccorso. Aiuta i perseguitati e le vittime perchè essi saranno i tuoi migliori amici, essi sono i compagni che lottano e cadono, come tuo padre e Bartolomeo lottarono e oggi cadono per aver reclamati felicità e libertà per tutte le povere cenciose folle del lavoro. In questa lotta per la vita tu troverai gioia e soddisfazione e sarai amato dai tuoi simili. Continuamente pensavo a te, Dante mio, nei tristi giorni trascorsi nella cella di morte, il canto, le tenere voci dei bimbi che giungevano fino a me dal vicino giardino di giuoco ove vi era la vita e la gioia spensierata. Ma poi pensai che fu meglio che tu non fossi venuto a vedermi in quei giorni, perché nella cella di morte ti saresti trovato al cospetto del quadro spaventoso di tre uomini in agonia, in attesa di essere uccisi, e tale tragica visione non so quale effetto avrebbe potuto produrre nella tua mente, e quale influenza avrebbe potuto avere nel futuro. [...]Sì, Dante mio, essi potranno ben crocifiggere i nostri corpi come già fanno da sette anni: ma essi non potranno mai distruggere le nostre Idee che rimarranno ancora più belle per le future generazioni a venire. Dante, per una volta ancora ti esorto ad essere buono ed amare con tutto il tuo affetto tua madre in questi tristi giorni: ed io sono sicuro che con tutte le tue cure e tutto il tuo affetto ella si sentirà meno infelice. E non dimenticare di conservare un poco del tuo amore per me, figlio, perchè io ti amo tanto, tanto... I migliori miei fraterni saluti per tutti i buoni amici e compagni, baci affettuosi per la piccola Ines e per la mamma, e a te un abbraccio di cuore dal tuo padre e compagno".
La condanna a morte fu eseguita il 23 agosto del 1927, nonostante ci fosse un reo confesso dell'omicidio di cui i due anarchici italiani erano  accusati e nonostante una significativa mobilitazione internazionale in loro favore.
Negli anni a venire venne dimostrata definitivamente la loro innocenza. Joan Baez cantò per loro The ballad of Nick and Bart (Here's to you).
Il 23 aprile è nata anche Rossana Rossanda, a Pola, nel 1924. Oggi Rossana compie 87 anni.
Partecipò alla Resistenza dopo avere studiato al liceo classico Manzoni di Milano. Dopo la guerra si iscrisse al Pci, di cui divenne responsabile della cultura. Nel 1963 fu eletta deputata. Nel 1968 era vicina alla contestazione giovanile. Contraria al socialismo reale dell'Unione sovietica, insieme a Luigi Pintor, valentino Parlato e Lucio Magri contribuì alla nascita de Il manifesto, che, inizialmente, fu anche un partito, oltre che un quotidiano. Nonostante il parere contrario di Enrico Berlinguer, la Rossanda fu radiata dal PCI insieme ai suoi compagni nel 1969.
Nel 2005 è uscito per Einaudi il suo libro di memorie biografiche La ragazza del secolo scorso.
Una riflessione, soprattutto, sul senso di essere comunisti nel novecento italiano.
Auguri, Rossana.
I funerali di Sacco e Vanzetti
Rossana Rossanda ritratta da Uliano Lucas, nella copertina del libro citato