Il primo libro letto nel nuovo anno. Alessandro Robecchi è uno storico collaboratore di Radio Popolare e de il manifesto. Schierato "dalla parte del torto" come recita uno slogan pubblicitario del quotidiano.
Robecchi scrive un libro il cui genere potrebbe essere definito in vari modi: romanzo di fantascienza, cronaca politica, pamphlet critico contro il potere e lungo racconto satirico.
Shakerate per bene: il mix che ne risulta è gradevolissimo.
Robecchi racconta di essere stato rapito dai marziani che vogliono compiere un esperimento su di lui: come rappresentante della razza umana, verrà sottoposto a prove per capire come classificare, all'interno dell'impero galattico, i terrestri.
In realtà i rapitori non sono marziani, ma una popolazione galatticamente multietnica, interessata a salvaguardare il progresso, la continuità e la sicurezza dell'Impero.
L'Impero galattico è in realtà spesso metafora dell'Impero del Bene fondato da Bush, dato che utilizza spesso le stesse strategie, pur con tecnologie decisamente più avanzate. E dal suo esilio intergalattico Robecchi scrive dei rapporti che vengono inviati sulla Terra, una specie di diario che racconta tutto l'esperimento, dalla durata indefinita.
I rapporti dalla galassia sono alternati a capitoli in cui i riferimenti alla cronaca italiana sono espliciti, spesso con nomi e cognomi, anche se come scrive il nostro in epigrafe: "Nessun personaggio politico nazionale, esponente del governo, ministro, sottosegretario o leader dell'opposizione è stato maltrattato o torturato per scrivere questo libro. Ce ne scusiamo coi lettori..."
E fra un capitolo e l'altro Robecchi sbeffeggia e critica i vizi e i deteriori costumi italiani: la dichiarata serenità dei politici o potenti economici indagati per varie nefandezze di cui sono accusati; la differenza fra sicurezza e la paura percepita, cavallo di battaglia della Lega e del centrodestra in generale (capitolo utile a capire, grazie alla ricchezza di dati che propone, la deformazione della realtà, artatamente studiata dai manipolatori dell'informazione televisiva, per provocare il senso d'insicurezza); una surreale riabilitazione forzata di un critico del sistema, alias lavaggio del cervello, surreale, ma non troppo, se consideriamo i ricchi riferimenti al panorama dei palinsesti televisivi italiani; l'evoluzione (involuzione?) del PCI fino al PD e oltre, raccontata come se fosse l'evoluzione di un software; lo sfregio alla Costituzione, in particolare al lavoro come suo fondamento nella prassi politica ed economica del Paese; il moderatismo imperante (solo per certi versi, avverte Robecchi: spesso chi si spaccia per moderato fa in realtà affermazioni violente e integraliste, che non è proprio il massimo del moderatismo); il territorio e la deformazione dell'uso della parola che ne distorce il significato linguistico; la religione assolutista del Chilometro zero come moda.
Si ride molto, speso di gusto, a tratti amaramente.
Alcuni riferimenti a S. B. scritti naturalmente prima della caduta dell'imperatore dei moderati: "Insomma, ha menato un'esistenza all'insegna della misura, moderato almeno quanto Bukowski era sobrio e Barbablù gentile con le mogli".
Il top dell'insulto di un moderato a un collega parlamentare dell'opposizione: "Sei un cesso corroso!" (autore della perla, tal Nino Strano, moderato di destra).
Esilarante la bibliografia ragionata conclusiva, scritta nel 2030 e destinata a raccontare un trentennio (1994-2024, dio ci salvi!) di berlusconismo.
Un esempio:
"Tradotto in 22 lingue e ormai romanzo culto per i giovani italiani è il notissimo "Teresa non dargliela" (Nuova Einaudi, 2024), di Marta Massimi, narratrice sensibile e spigolosa. Vi si narra la storia (ispirata a vicende reali) di Teresa, una precaria della scuola che può passare di ruolo solo realizzando un calendario pornografico da allegare a una rivista maschile vicina al regime.
Lo struggente finale, in cui Teresa finisce in un bordello per gerarchi leghisti di Varese e li avvelena tutti con una polenta al curaro, è già diventato un classico" (p. 181)
D'altra parte, come ricorda la quarta di copertina "Nel nostro paese la forma più comune di impudenza è quella di ridere, ritenendole assurde, delle cose che poi avverranno". Che è poi una frase di Ennio Flaiano.
Il blog di Mattia Toscani, il blog del romanzo La schiuma della memoria, La rosa della settimana
La schiuma della memoria
Qui si parla innanzitutto di un romanzo, uscito nel novembre del 2010 presso le edizioni Montag di Tolentino.
Il titolo è La schiuma della memoria e l'ho scritto io.
Poi si parla e si scrive di altre cose, di fotografie e di film, di libri letti e di teatro, di teatroterapia e di paesaggio. E di altro ancora. L'intenzione è comunque quella di raccordare la memoria con l'attualità per ritrovare il senso perduto degli eventi e per non dimenticare personaggi che con le loro vite hanno scritto pagine di storia non solo privata, ma anche collettiva. Molti di essi sono i miei riferimenti culturali e di valore. Il romanzo stesso dialoga con questi contenuti, in modo dinamico, in costante evoluzione, perché la memoria non è cristallizzazione ma è senso e significato. Mi piacerebbe che la lettura del blog desse anche il piacere della scoperta e di un punto di vista sul mondo spostato dalla norma, in qualche modo sorprendente. Buona lettura.
Il titolo è La schiuma della memoria e l'ho scritto io.
Poi si parla e si scrive di altre cose, di fotografie e di film, di libri letti e di teatro, di teatroterapia e di paesaggio. E di altro ancora. L'intenzione è comunque quella di raccordare la memoria con l'attualità per ritrovare il senso perduto degli eventi e per non dimenticare personaggi che con le loro vite hanno scritto pagine di storia non solo privata, ma anche collettiva. Molti di essi sono i miei riferimenti culturali e di valore. Il romanzo stesso dialoga con questi contenuti, in modo dinamico, in costante evoluzione, perché la memoria non è cristallizzazione ma è senso e significato. Mi piacerebbe che la lettura del blog desse anche il piacere della scoperta e di un punto di vista sul mondo spostato dalla norma, in qualche modo sorprendente. Buona lettura.
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giovedì 5 gennaio 2012
venerdì 1 luglio 2011
mercoledì 29 giugno 2011
La meravigliosa utilità del filo a piombo
Paolo Nori scrive cose interessanti e divertenti, su questo non ci piove, almeno per quanto mi riguarda. Scrive tanto, e buon per lui, lo invidio un po' per questo. Ultimamente gira anche tanto e lo chiamano a parlare un po' di tutto. Ecco, se questi discorsi diventano libri, qui c'è qualcosa di scivoloso, blisgoso, forse scriverebbe Nori, italianizzando il dialetto parmigiano. Considerando che è il terzo libro di discorsi... Ci sono cinque discorsi e una premessa, in questo libro, che s'intitola La meravigliosa utilità del filo a piombo. La premessa, che s'intitola Specchi, parla dello scrivere; è sintetica e bella, anche originale e significativa. Il titolo del libro è bellissimo e si riferisce al contenuto di uno dei discorsi, "Un mondo di esperti", un bel discorso senz'altro. E la parte migliore è forse il ricordo del nonno muratore e gran lettore, nei giorni di pioggia, in cui non poteva lavorare. Imprinting sul nipote Nori Paolo, e la meravigliosa utilità del filo a piombo è in queste pagine. Che abbia poi poco a che fare con l'inaugurazione di un museo di arte moderna a Bologna, che era poi l'occasione del discorso, alla fine poco importa. Anche tutti gli altri discorsi sono molto simpatici e contengono spesso considerazioni non banali. "Tutto tranne che il liscio" è un discorso sul concetto di frontiera, con belle rievocazioni degli anni '60 e '70, e sul cambiamento di Parma, a partire dagli anni '80. "Bua bua" è sulla fantascienza e più che un discorso è un vero e proprio cazzeggio, in cui l'unico contenuto di fantascienza è la citazione di alcune pagine di Fruttero e Lucentini sull'argomento. Diciamo che togliendolo dal libro, questo non perde nulla. "I bicchieri infrangibili" è sulla letteratura della DDR, della quale Nori svela di non sapere assolutamente nulla. Anche questo era proprio necessario? Infine, "Noi e i governi", come discorso è il più significativo. E anche come racconto scritto. Sarebbe stato bello esserci, quando l'ha pronunciato nel Museo Cervi a Campegine, in provincia di Reggio Emilia.
Voglio chiudere con una citazione. A pag. 43 il nostro scrive: "E scrivere, in fondo, secondo me, è un po' questo, è come farsi crescere dentro la pancia una macchina per lo stupore".
Ecco, caro Paolo, tornaci a stupire come sai fare in romanzi bellissimi come A Bologna le bici erano come i cani, Mi compro una gilera, Siam poi gente delicata, ma soprattutto come Noi la farem la vendetta, opera struggente, e Pancetta, il più originale fra tutti nella struttura narrativa. E te ne saremo grati.
Voglio chiudere con una citazione. A pag. 43 il nostro scrive: "E scrivere, in fondo, secondo me, è un po' questo, è come farsi crescere dentro la pancia una macchina per lo stupore".
Ecco, caro Paolo, tornaci a stupire come sai fare in romanzi bellissimi come A Bologna le bici erano come i cani, Mi compro una gilera, Siam poi gente delicata, ma soprattutto come Noi la farem la vendetta, opera struggente, e Pancetta, il più originale fra tutti nella struttura narrativa. E te ne saremo grati.
giovedì 23 giugno 2011
Le Catilinarie
Non so perché, ma a leggere questo libro di Amelie Nothomb mi è venuta in mente una canzone di Giorgio Gaber, una delle utime che ha scritto, I mostri che abbiamo dentro.
La canzone dice così:
"I mostri che abbiamo dentro/che vagano in ogni mente/sono i nostri oscuri istinti/e inevitabilmente/dobbiamo farci i conti. [...] I mostri che abbiamo dentro/ci spingono alla violenza/che quasi per simbiosi/si è incollata/alla nostra esistenza. [...] I mostri che abbiamo dentro/ci inculcano idee contorte/e il gusto sadico e morboso/di fronte a immagini di morte. La nostra vita cosciente/la nostra fede nel giusto e nel bello/è un equilibrio apparente/che è minacciato/dai mostri che abbiamo nel nostro cervello".
La canzone è durissima, ma molto bella e io ho sempre pensato che si riferisse anche al cancro che lo stava divorando.
Ne Le Catilinarie il mostro in effetti c'è: uno scocciatore obeso e deforme, Bernardin, incapace di dialogare e di godere qualsiasi aspetto della vita.
Certe sue spigolosità ricordano un altro obeso della Nothomb, il Pretextat Tach di Igiene dell'assassino.
E anche qui c'è un confronto serrato fra le vittime predestinate e il mostro. Ma Bernardin è un mostro silente, non ha la parlantina aggressiva di Tach. Le vittime predestinate sarebbero due coniugi felici di trasferirsi in campagna, amanti della natura e dei fiori, messi in crisi dall'incontro con questo vicino ossessivo, che va a trovarli sempre alla stessa ora, come in una specie di persecuzione.
Ma i colpi di scena sono sempre tanti e imprevedibili nei libri non biografici di Amelie. E anche qui ce ne sono almeno tre che lasciano il segno. Naturalmente non li rivelo per non guastare il gusto della sorpresa, costruita magistralmente da Nothomb. Della struttura dirò solo che è una narrazione in flashback di eventi accaduti un anno prima. C'era la neve allora e anche adesso nevica, è questo il semplice meccanismo che mette in moto il racconto di uno dei protagonisti. Apro una parentesi:
e poi ho pensato che sarebbe bello leggere i libri con dentro il tempo atmosferico uguale a quello che c'è fuori; per esempio, questo, leggerlo quando nevica o è appena nevicato. Pensate leggere I morti di Joyce mentre sta nevicando. O, perdonatemi il paragone, leggere il mio La schiuma della memoria con la neve fuori per strada. Fine della parentesi.
Dirò anche che il titolo della Nothomb fa riferimento a una citazione della voce narrante, ex professore di greco e latino in un liceo francese.
E le sue catilinarie sono i lunghi monologhi a cui è costretto dal mostro.
I mostri, sembra dirci la Nothomb (che mi pare anche ossessionata in qualche modo dall'obesità che descrive come orrore deforme) sono a volte molto più vicini di quello che pensiamo.
E la quotidianità nasconde l'orrore. E l'orrore quotidiano è descritto da Nothomb sempre con grande verve ed efficacia. E i mostri esterni a noi, a volte, tirano fuori il mostro che c'è in noi. Tutto torna, adesso. Ecco perché mi è venuta in mente I mostri che abbiamo dentro di Gaber.
La canzone dice così:
"I mostri che abbiamo dentro/che vagano in ogni mente/sono i nostri oscuri istinti/e inevitabilmente/dobbiamo farci i conti. [...] I mostri che abbiamo dentro/ci spingono alla violenza/che quasi per simbiosi/si è incollata/alla nostra esistenza. [...] I mostri che abbiamo dentro/ci inculcano idee contorte/e il gusto sadico e morboso/di fronte a immagini di morte. La nostra vita cosciente/la nostra fede nel giusto e nel bello/è un equilibrio apparente/che è minacciato/dai mostri che abbiamo nel nostro cervello".
La canzone è durissima, ma molto bella e io ho sempre pensato che si riferisse anche al cancro che lo stava divorando.
Ne Le Catilinarie il mostro in effetti c'è: uno scocciatore obeso e deforme, Bernardin, incapace di dialogare e di godere qualsiasi aspetto della vita.
Certe sue spigolosità ricordano un altro obeso della Nothomb, il Pretextat Tach di Igiene dell'assassino.
E anche qui c'è un confronto serrato fra le vittime predestinate e il mostro. Ma Bernardin è un mostro silente, non ha la parlantina aggressiva di Tach. Le vittime predestinate sarebbero due coniugi felici di trasferirsi in campagna, amanti della natura e dei fiori, messi in crisi dall'incontro con questo vicino ossessivo, che va a trovarli sempre alla stessa ora, come in una specie di persecuzione.
Ma i colpi di scena sono sempre tanti e imprevedibili nei libri non biografici di Amelie. E anche qui ce ne sono almeno tre che lasciano il segno. Naturalmente non li rivelo per non guastare il gusto della sorpresa, costruita magistralmente da Nothomb. Della struttura dirò solo che è una narrazione in flashback di eventi accaduti un anno prima. C'era la neve allora e anche adesso nevica, è questo il semplice meccanismo che mette in moto il racconto di uno dei protagonisti. Apro una parentesi:
e poi ho pensato che sarebbe bello leggere i libri con dentro il tempo atmosferico uguale a quello che c'è fuori; per esempio, questo, leggerlo quando nevica o è appena nevicato. Pensate leggere I morti di Joyce mentre sta nevicando. O, perdonatemi il paragone, leggere il mio La schiuma della memoria con la neve fuori per strada. Fine della parentesi.
Dirò anche che il titolo della Nothomb fa riferimento a una citazione della voce narrante, ex professore di greco e latino in un liceo francese.
E le sue catilinarie sono i lunghi monologhi a cui è costretto dal mostro.
I mostri, sembra dirci la Nothomb (che mi pare anche ossessionata in qualche modo dall'obesità che descrive come orrore deforme) sono a volte molto più vicini di quello che pensiamo.
E la quotidianità nasconde l'orrore. E l'orrore quotidiano è descritto da Nothomb sempre con grande verve ed efficacia. E i mostri esterni a noi, a volte, tirano fuori il mostro che c'è in noi. Tutto torna, adesso. Ecco perché mi è venuta in mente I mostri che abbiamo dentro di Gaber.
mercoledì 22 giugno 2011
La vita agra
La settimana scorsa ho concluso la lettura de La vita agra, romanzo di Luciano Bianciardi. Nato a Grosseto nel 1922, ha scritto questo libro nel 1962, all'inizio del boom economico italiano. L'io narrante è uno scrittore giornalista che dalla Maremma si trasferisce a Milano. Di fatto il romanzo racconta, con molte idee geniali e con un linguaggio chiaro e diretto, una parte della biografia dell'autore Luciano Bianciardi. Nella vita di Bianciardi la partenza per Milano avviene nel 1954. E le date paiono coincidere, più o meno, perché l'io narrante, senza parlare di date, descrive la sua partenza, già avvenuta in precedenza rispetto al perido narrato dal romanzo, con un flashback commosso ma anche divertente.
Le date più o meno coincidono perché viene raccontato un fatto di cronaca che diviene l'occasione della partenza e il fatto di cronaca è del 1954. Si tratta dell'esplosione di un pozzo di una miniera per il grisù, a Ribolla, in Toscana, che uccide 43 minatori.
Nel romanzo, lo spunto per partire è raggiungere a Milano un palazzo di vetro e cemento, sede della compagnia industriale, e farlo esplodere per vendicare i minatori morti.
Questa, ironicamente e amaramente, sarebbe la missione da anarchico dell'io narrante.
Poi la vita sceglie altro, vale a dire che il protagonista abbandona i suoi propositi esplosivi e comincia a lavorare nel campo dell'editoria.
"L'avrei scritta come un bitinicco arrabbiato, dieci anni or sono, quando il signor Jacques Querouaques forse non aveva nemmeno imparato a tirarsi su i calzoni. L'avrei fatto, ma mi mancò il tempo e mi mancarono i mezzi."
Così dalla narrativa alla "beatnik" ("bittinicco") stile Kerouac ("Querouaques"), l'io narrante è costretto a ripiegare sulle traduzioni. Ma il suo obiettivo è la narrativa integrale:
"Costruirò la mia storia a vari livelli di tempo, di tempo voglio dire sia cronologico che sintattico. Farò squillare come ottoni gli aoristi, zampognare come fagotti gli imperfetti, pagine e pagine di avoivoevo da far scendere il latte alle ginocchia, svariare i presenti dal gemito del flauto al trillo del violino alla pasta densa del violoncello, tuonare come grancasse e timpani i futuri carichi di speranza. [...] Vi darò la narrativa integrale dove il narratore è coinvolto nel suo narrare proprio in quanto narratore e il lettore nel suo leggere in quanto lettore, insomma interi".
E ne La vita agra, l'operazione riesce, la metafora musical-strumentale approda sulle pagine di un bellissimo libro.
Il capitolo X è il più bello, caustico sul miracolo economico incipiente (è scritto nel 1962) e visionario sul futuro desiderato.
"I miracoli veri sono quando si moltiplicano pani e pesci e pile di vino, e la gente mangia gratis tutta insieme, e beve (il fatto fu uno solo, anche se il dottor Giovanni scinde e sposta la storia del vino nella località di Cana). Mangiano e bevono a brigate sull'erba, per gruppi di cento e di cinquanta. Mangiano e bevono e cantano, stanno a sentire la conferenza e appena buio, sempre lì sull'erba, come capita capita, fanno all'amore. Il conferenziere si è tirato in disparte coi suoi dodici assistenti, e discorre con loro sorridendo. E' un dottore ebreo, biondo, sui trent'anni. I miracoli veri sono sempre stati questi. E invece ora sembra che tutti ci credano a questo miracolo balordo."
Come si fa a non amare pagine così?
"Io mi oppongo", dichiara l'io narrante; al miracolo economico, intende. E "ora so che non basta sganasciare la dirigenza politico-economico-social-divertentistica italiana. La rivoluzione deve cominciare da ben più lontano, deve cominciare in interiore homine".
E queste parole non sono ancora attuali? Non sembrano scritte il giorno dopo i referendum del 12 e 13 giugno?
Il futuro immaginato da Bianciardi è un "neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio", in cui nessuno lavora, la terra produce i suoi frutti, l'essere umano li raccoglie, vivendo in pace e nel piacere di un amore e di un sesso liberi dalla famiglia. Ma nel frattempo, dice l'io narrante, bisogna sopravvivere e adattarsi al ondo così com'è. E provare a capire una città grigia come i suoi abitanti, che in tram non si salutano e mal si sopportano.
Un gran libro, questo, di quelli importanti. Sarà piaciuto a Pasolini, mi son detto. Poi cerca cerca e non ho trovato contatti fra Pasolini e Bianciardi. E pensare che dicevano un po' le stesse cose, decenni prima degli altri.
Le date più o meno coincidono perché viene raccontato un fatto di cronaca che diviene l'occasione della partenza e il fatto di cronaca è del 1954. Si tratta dell'esplosione di un pozzo di una miniera per il grisù, a Ribolla, in Toscana, che uccide 43 minatori.
Nel romanzo, lo spunto per partire è raggiungere a Milano un palazzo di vetro e cemento, sede della compagnia industriale, e farlo esplodere per vendicare i minatori morti.
Questa, ironicamente e amaramente, sarebbe la missione da anarchico dell'io narrante.
Poi la vita sceglie altro, vale a dire che il protagonista abbandona i suoi propositi esplosivi e comincia a lavorare nel campo dell'editoria.
"L'avrei scritta come un bitinicco arrabbiato, dieci anni or sono, quando il signor Jacques Querouaques forse non aveva nemmeno imparato a tirarsi su i calzoni. L'avrei fatto, ma mi mancò il tempo e mi mancarono i mezzi."
Così dalla narrativa alla "beatnik" ("bittinicco") stile Kerouac ("Querouaques"), l'io narrante è costretto a ripiegare sulle traduzioni. Ma il suo obiettivo è la narrativa integrale:
"Costruirò la mia storia a vari livelli di tempo, di tempo voglio dire sia cronologico che sintattico. Farò squillare come ottoni gli aoristi, zampognare come fagotti gli imperfetti, pagine e pagine di avoivoevo da far scendere il latte alle ginocchia, svariare i presenti dal gemito del flauto al trillo del violino alla pasta densa del violoncello, tuonare come grancasse e timpani i futuri carichi di speranza. [...] Vi darò la narrativa integrale dove il narratore è coinvolto nel suo narrare proprio in quanto narratore e il lettore nel suo leggere in quanto lettore, insomma interi".
E ne La vita agra, l'operazione riesce, la metafora musical-strumentale approda sulle pagine di un bellissimo libro.
Il capitolo X è il più bello, caustico sul miracolo economico incipiente (è scritto nel 1962) e visionario sul futuro desiderato.
"I miracoli veri sono quando si moltiplicano pani e pesci e pile di vino, e la gente mangia gratis tutta insieme, e beve (il fatto fu uno solo, anche se il dottor Giovanni scinde e sposta la storia del vino nella località di Cana). Mangiano e bevono a brigate sull'erba, per gruppi di cento e di cinquanta. Mangiano e bevono e cantano, stanno a sentire la conferenza e appena buio, sempre lì sull'erba, come capita capita, fanno all'amore. Il conferenziere si è tirato in disparte coi suoi dodici assistenti, e discorre con loro sorridendo. E' un dottore ebreo, biondo, sui trent'anni. I miracoli veri sono sempre stati questi. E invece ora sembra che tutti ci credano a questo miracolo balordo."
Come si fa a non amare pagine così?
"Io mi oppongo", dichiara l'io narrante; al miracolo economico, intende. E "ora so che non basta sganasciare la dirigenza politico-economico-social-divertentistica italiana. La rivoluzione deve cominciare da ben più lontano, deve cominciare in interiore homine".
E queste parole non sono ancora attuali? Non sembrano scritte il giorno dopo i referendum del 12 e 13 giugno?
Il futuro immaginato da Bianciardi è un "neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio", in cui nessuno lavora, la terra produce i suoi frutti, l'essere umano li raccoglie, vivendo in pace e nel piacere di un amore e di un sesso liberi dalla famiglia. Ma nel frattempo, dice l'io narrante, bisogna sopravvivere e adattarsi al ondo così com'è. E provare a capire una città grigia come i suoi abitanti, che in tram non si salutano e mal si sopportano.
Un gran libro, questo, di quelli importanti. Sarà piaciuto a Pasolini, mi son detto. Poi cerca cerca e non ho trovato contatti fra Pasolini e Bianciardi. E pensare che dicevano un po' le stesse cose, decenni prima degli altri.
sabato 4 giugno 2011
La porta
Ho finito di leggere nei giorni scorsi La porta di Magda Szabo. Non conoscevo questa scrittrice. Gran penna, la Szabo. La vicenda è moooolto femminile, narra di un rapporto conflittuale e difficile fra due donne, la voce narrante, che è una scrittrice come la Szabo, e la sua domestica, una vecchia che nasconde segreti e ha un carattere impossibile. La storia è apparentemente molto quotidiana, fra pulizie di casa, piatti cucinati, protocolli comportamentali da decifrare, passeggiate col cane, reazioni verbalmente violente e silenzi eloquenti. Poi, pagina dopo pagina, si disvela un mondo, anzi si disvelano due mondi: quello racchiuso dietro la porta di Emerenc, la domestica, e quell'altro che Emerenc si porta dentro, che comprende le vicende più dolorose dell'Ungheria e dell'Europa del XX secolo. Memoria individuale e memoria collettiva. Insomma, un po' come 'sto blog. Il tutto si rivela a poco a poco, come in un giallo. Notevole la tensione narrativa che la Szabo riesce a creare dal nulla, da una quotidianità anche piuttosto noiosa, priva di eventi da ricordare, regolata da costumi a me assai lontani.
Voglio annotare qui alcuni passaggi, il primo metanarrativo sulla scrittura:
"la scrittura non è un padrone condiscendente, le frasi se restano interrotte, non ritrovano più la completezza dell'armonia originaria".
E' il mistero della scrittura. Come nasce quella voce che ti suggerisce le frasi, che devi ascoltare con cura e attenzione, senza distrarti, altrimenti le frasi che ti vengono a visitare scapapno via e chi le ritrova più?
E poi le parole di Emerenc, sempre molto franche e quasi feroci, in questo caso a proposito del digiuno del venerdì santo che la scrittrice pratica per tradizione:
"A me le sue fissazioni non interessano e, mi creda, cucinare le prugne è meno faticoso che sviscerare un pollo, ma è un piatto che io le ho sempre cucinato, mangi pure quel che vuole se crede che conti lassù in cielo. Il suo Dio è molto strano se fa attenzione alle prugne, il mio, se esiste, è dappertutto".
E ancora, nelle parole della scrittrice, la riconoscenza per il dono più grande di Emerenc:
"Mi aveva trasmesso la pretesa che nell'arte non fossero le macchine, la tecnica, a scuotere i rami degli alberi, bensì la passione autentica - questo era molto, era il dono più importante di Emerenc".
La porta, in fondo, è proprio un libro sul dono dell'amicizia, quella vera, quella profonda. E qui c'è della poesia, della profondità.
Anche se poi alcune situazioni mi infastidiscono, mi irritano, forse perché non le capisco fino in fondo e le considero un po' roba da femmine complicate, forse un po' isteriche.
E adesso starete pensando: quanto sei irascibile, Mattia.
Voglio annotare qui alcuni passaggi, il primo metanarrativo sulla scrittura:
"la scrittura non è un padrone condiscendente, le frasi se restano interrotte, non ritrovano più la completezza dell'armonia originaria".
E' il mistero della scrittura. Come nasce quella voce che ti suggerisce le frasi, che devi ascoltare con cura e attenzione, senza distrarti, altrimenti le frasi che ti vengono a visitare scapapno via e chi le ritrova più?
E poi le parole di Emerenc, sempre molto franche e quasi feroci, in questo caso a proposito del digiuno del venerdì santo che la scrittrice pratica per tradizione:
"A me le sue fissazioni non interessano e, mi creda, cucinare le prugne è meno faticoso che sviscerare un pollo, ma è un piatto che io le ho sempre cucinato, mangi pure quel che vuole se crede che conti lassù in cielo. Il suo Dio è molto strano se fa attenzione alle prugne, il mio, se esiste, è dappertutto".
E ancora, nelle parole della scrittrice, la riconoscenza per il dono più grande di Emerenc:
"Mi aveva trasmesso la pretesa che nell'arte non fossero le macchine, la tecnica, a scuotere i rami degli alberi, bensì la passione autentica - questo era molto, era il dono più importante di Emerenc".
La porta, in fondo, è proprio un libro sul dono dell'amicizia, quella vera, quella profonda. E qui c'è della poesia, della profondità.
Anche se poi alcune situazioni mi infastidiscono, mi irritano, forse perché non le capisco fino in fondo e le considero un po' roba da femmine complicate, forse un po' isteriche.
E adesso starete pensando: quanto sei irascibile, Mattia.
sabato 7 maggio 2011
Dieci gocce
Dieci gocce per controllare l'ansia. "Chi ha paura muore tutti i giorni, chi non ha paura muore una volta sola". L'ha detto Paolo Borsellino, il giudice antimafia fatto fuori insieme alla sua inseparabile agenda che conteneva misteri e probabili collegamenti fra la sfera politica e quella criminale. Per continuare a servire le istituzioni, Borsellino non poteva, non doveva avere paura. L'hanno ammazzato.
Mario, il protagonista di Dieci gocce, l'ultimo romanzo di Giorgio Todde, oculista e scrittore cagliaritano, ha paura e muore un po' ogni giorno. La sua paura l'ha portato all'isolamento, a vivere secondo un sistema rigido di regole severe per proteggersi. Niente amici, niente donne, niente vacanze, niente rischi. L'immobilità come risposta e come strategia. Ma la vita è movimento, l'immobilità è tipica della morte. L'ansia è figlia della paura, paura di non farcela, paura di essere esposti al giudizio negativo degli altri. Le dieci gocce diventano anche molte di più, a seconda dell'intensità dell'ansia, delle crisi di panico e della depressione del protagonista. Che troverà un nuovo equilibrio dopo eventi inattesi e svolte nella sua vita inimmaginabili. Il movimento, il cambiamento si fanno breccia nell'immobilità. L'importante è trovare la dose giusta, ci dice Mario. Detta così sembra una storia molto cupa e deprimente, in realtà non lo è. Il romanzo è leggero, scivola via, forse un po' troppo. Todde prova a dosare ironia e riflessioni, realismo e surrealismo, oltre alle gocce del protagonista, ma il libro stenta a decollare. Un'altra lettura possibile è la rassegna in forma di racconto dei mali dell'uomo contemporaneo. E della donna. Solo le ultime 50 pagine mi hanno davvero portato via, rapito. Forse perché il grottesco sfuma nel poetico. Mi sembra che comunque sia il libro meno riuscito di Todde.
Mario, il protagonista di Dieci gocce, l'ultimo romanzo di Giorgio Todde, oculista e scrittore cagliaritano, ha paura e muore un po' ogni giorno. La sua paura l'ha portato all'isolamento, a vivere secondo un sistema rigido di regole severe per proteggersi. Niente amici, niente donne, niente vacanze, niente rischi. L'immobilità come risposta e come strategia. Ma la vita è movimento, l'immobilità è tipica della morte. L'ansia è figlia della paura, paura di non farcela, paura di essere esposti al giudizio negativo degli altri. Le dieci gocce diventano anche molte di più, a seconda dell'intensità dell'ansia, delle crisi di panico e della depressione del protagonista. Che troverà un nuovo equilibrio dopo eventi inattesi e svolte nella sua vita inimmaginabili. Il movimento, il cambiamento si fanno breccia nell'immobilità. L'importante è trovare la dose giusta, ci dice Mario. Detta così sembra una storia molto cupa e deprimente, in realtà non lo è. Il romanzo è leggero, scivola via, forse un po' troppo. Todde prova a dosare ironia e riflessioni, realismo e surrealismo, oltre alle gocce del protagonista, ma il libro stenta a decollare. Un'altra lettura possibile è la rassegna in forma di racconto dei mali dell'uomo contemporaneo. E della donna. Solo le ultime 50 pagine mi hanno davvero portato via, rapito. Forse perché il grottesco sfuma nel poetico. Mi sembra che comunque sia il libro meno riuscito di Todde.
lunedì 25 aprile 2011
Prospero
Ieri ho concluso la lettura di Prospero, romanzo di Gianluca Di Dio, pubblicato da Italic Pequod nel 2010. Una voce narrante racconta una storia del recente passato, della durata di circa due anni, dal 1970 al 1972. Anni caldi. Spezzoni delle vicende di quegli anni sono narrati da altre voci, oltre a quella narrante principale, che solo alla fine del romanzo si capirà chi è. Qui non lo rivelo, ma dico che quel punto di vista, quella prospettiva della storia, la rende ancor più commovente di quanto già sia per conto suo. La rafforza, in qualche modo. E'la storia di un operaio, che subisce un'ingiustizia che lo tormenta e lo ossessiona. In qualche modo quella vicenda viene messa all'origine del terrorismo che proprio in quegli anni vedeva la nascita. L'ingiustizia. Sembra un richiamo all'invocazione ai figli di Che Guevara: “Soprattutto siate sempre capaci di sentire nel più profondo di voi stessi ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo: è la qualità più bella di un rivoluzionario”. Sicuramente nella testa di Prospero c'è quell'afflato rivoluzionario, ma innestato su una vicenda assolutamente privata; però è una vicenda simbolo dell'ingiustizia, della diversità di fronte alla legge: è per questo che Prospero, in fondo, se ne fa carico. Ed è un'ingiustizia di Stato, che viene avallata dallo Stato, nonostante questori della polizia onesti e Presidenti della Repubblica comprensivi e Ministri degli Interni poco propensi all'uso della forza per schiacciare i deboli. Lo Stato che ne esce, nonostante alcune figure positive, è comunque un sistema di potere, in cui i poteri non sono separati, in cui tutti cercano di controllare tutto e si ricattano a vicenda. In cui i forti rimangono più forti e si divertono a schiacciare i deboli. Uno Stato in cui i più deboli non sono tutelati è uno Stato degenerato, che non assolve al suo compito. Uno Stato che tutela i forti e li mette al di sopra della legge è ancora peggiore. E' con quest'ultimo che abbiamo a che fare oggi.
lunedì 28 marzo 2011
Il serpente
Il serpente avvelena e divora le sue prede. Libro straordinario e terribile, questo di Malerba. Struttura narrativa interessante e spiazzante: sembra una storia d'amore, poi sembra divenire un giallo, poi una specie di gioco linguistico sul filo del rapporto fra menzogna e verità, fra finzione e realtà. E aratterizzato da un'ironia a tratti comica, anche nelle scene più terribili. Scrittura evocativa, che produce immagini e nella lettura dà ampio spazio all'immaginazione fotografica del lettore che cerca di ricostruire i luoghi, spesso più che descritti, individuati con precisione da cartina stile google map, scrittura che disegna e che schizza, a volte. Non per caso Malerba è stato anche sceneggiatore del cinema e della televisione. Il tutto narrato in prima persona con un linguaggio che rimanda al parlato e che fonda, probabilmente senza volerlo, una specie di scuola emiliana di narrativa, che si sviluppa attraverso le opere di Palandri (che in realtà è di origini veneziane), Celati, Cavazzoni, Guccini, Nori, Cornia, Benati. Il soliloquio è comunque la modalità espressiva dominante. I dialoghi sono pochi e asciutti, ridotti all'osso. Il protagonista, l'io narrante è sposato, anzi, forse non lo è. Conosce una donna, la seduce, la incontra, intrattiene con lei rapporti sessuali che sono vere e proprie sinfonie musicali, ne diviene gelosissimo, fino a compiere l'atto estremo: dramma della gelosia? Ma forse quella donna non è mai esistita, o forse sì. Non è semplice distinguere il confine fra verità e finzione. Ma il romanzo è avvincente al di là di questo e al di là della trama. A un certo punto sembra divenire il diario di uno squilibrato, di un mitomane, di un pazzo. Un diario in forma di appunti molto quotidiani, che a tratti assomigliano alla Coscienza di Zeno, ma solo a tratti. In realtà, ciò che accade rimane avvolto dal mistero fino alle ultime pagine, tanto che l'io narrante conclude così: "Adesso basta, la storia è finita. Ma non so nemmeno se è proprio una storia. Sono stanco. [...] Vorrei stare al buio, nel silenzio, in un luogo ben riparato. [...] Al buio. Non avere nessun desiderio, nessuno che parla e nessuno che ascolta, così, al buio, con gli occhi chiusi". Probabilmente l'io narrante mente per dare un senso all'insensatezza della vita.
L'unico dato certo, per il lettore, è la presenza di una voce che vuol far credere qualcosa.
E' un serpente che si insinua dentro, poco alla volta, anche se "Serpenti non ce ne dovrebbero essere qui in città. Però se senti qualcosa strisciare ai tuoi piedi è meglio che ti scansi rapidamente [...] I serpenti, di qualunque razza essi siano, temono sia l'odore del frassino che le bastonate".
Luigi Malerba è morto nel 2008.
L'unico dato certo, per il lettore, è la presenza di una voce che vuol far credere qualcosa.
E' un serpente che si insinua dentro, poco alla volta, anche se "Serpenti non ce ne dovrebbero essere qui in città. Però se senti qualcosa strisciare ai tuoi piedi è meglio che ti scansi rapidamente [...] I serpenti, di qualunque razza essi siano, temono sia l'odore del frassino che le bastonate".
Luigi Malerba è morto nel 2008.
martedì 11 gennaio 2011
Colpi di coda a Genova
Ieri ho concluso la lettura di Colpi di coda, romanzo thriller di Bruno Morchio, psicoterapeuta genovese che ha ideato il personaggio del detective, pure lui genovese, Bacci Pagano. 475 pagine che ho fatto fuori in due giorni, un po' perché sono lettore vorace, un po' perché il romanzo è molto avvincente. Se entri nella vicenda difficilmente riesci a staccarti. Ascrivibile al genere noir mediterraneo (per approfondimento vedi http://www.massimocarlotto.it/ e digita Noir mediterraneo nella stringa di ricerca del sito), il libro si apre con una terribile esecuzione di quattro giovani arabi da parte di un misterioso commando, la cui composizione e origine si capirà solo nelle ultime pagine del libro. Gli ingredienti del romanzo: Servizi segreti italiani e americani, commercio clandestino di armi, omicidi e intrighi; Colpi di scena a Genova, Lisbona e Berlino; Squarci del paesaggio marino genovese e delle vie della città vecchia; Luoghi realmente esistenti, come la trattoria Ombre rosse (via Indoratori 20, di fronte a piazza dei Ragazzi), a due passi da Caricamento, dove Bacci mangia stoccafisso accomodato innaffiato da una bianchetta genovese; Dialoghi avvincenti e mai banali, con duri giudizi sull'Italia di oggi (la vicenda è ambientata nell'autunno del 2008).
Alcuni passaggi:
"C'è che questo paese ha perso la bussola e le cose funzionano così. I clandestini sono tutti delinquenti, gli zingari ladri e i musulmani terroristi."
*****
"Sapete che cosa mi ha sedotto di questa città?
-La sua somiglianza con Lisbona?
-Anche quella, ma soprattutto il fatto che mi ricorda una vecchia signora che non si preoccupa di nascondere la propria età. In questi tempi di donne rifatte e centri storici tirati a lucido, mostrare le rughe è un atto che richiede una serena fiducia nella propria bellezza".
*****
"Non preoccupatevi. A Genova si perdono solo i bambini e gli scrittori venuti da fuori (NdR: evidente citazione del libro di Maggiani Mi sono perso a Genova, bellissimo percorso fotografico nella città scelta da Maggiani come residenza). E' facile, basta tenere come punto di riferimento il mare".
Tutta da leggere, la serie di Bacci Pagano, per chi ama Genova e il noir mediterraneo. I primi tre titoli pubblicati con Frilli, editore genovese di buona qualità: Bacci Pagano (2004), Maccaia (2005), La creuza degli ulivi (2005); gli ultimi quattro con Garzanti: Con la morte non si tratta (2006); Le cose che non ti ho detto (2007); Rossoamaro (2008); e, appunto, Colpi di coda (2010).
Alcuni passaggi:
"C'è che questo paese ha perso la bussola e le cose funzionano così. I clandestini sono tutti delinquenti, gli zingari ladri e i musulmani terroristi."
*****
"Sapete che cosa mi ha sedotto di questa città?
-La sua somiglianza con Lisbona?
-Anche quella, ma soprattutto il fatto che mi ricorda una vecchia signora che non si preoccupa di nascondere la propria età. In questi tempi di donne rifatte e centri storici tirati a lucido, mostrare le rughe è un atto che richiede una serena fiducia nella propria bellezza".
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"Non preoccupatevi. A Genova si perdono solo i bambini e gli scrittori venuti da fuori (NdR: evidente citazione del libro di Maggiani Mi sono perso a Genova, bellissimo percorso fotografico nella città scelta da Maggiani come residenza). E' facile, basta tenere come punto di riferimento il mare".
Tutta da leggere, la serie di Bacci Pagano, per chi ama Genova e il noir mediterraneo. I primi tre titoli pubblicati con Frilli, editore genovese di buona qualità: Bacci Pagano (2004), Maccaia (2005), La creuza degli ulivi (2005); gli ultimi quattro con Garzanti: Con la morte non si tratta (2006); Le cose che non ti ho detto (2007); Rossoamaro (2008); e, appunto, Colpi di coda (2010).
sabato 8 gennaio 2011
Eloisa
Ieri sera ho letto Eloisa, racconto di Dario Fo.
La storia è narrata in prima persona da Eloisa, giovane badessa ad Argenteuil.
E' una storia d'amore, che precede la scelta del monastero da parte di Eloisa. Eloisa, la giovane più bella e colta della Parigi del XII secolo, si innamora del maestro Abelardo, fine intellettuale libero e sapiente, maestro del pensiero. Una sfida fra intelletti e fra caratteri forti, che si sciolgie in un amore travolgente. Un amore che rischia, che sfida le convenzioni del secolo (e probabilmente anche quelle di oggi), che si consuma nei luoghi più svariati, in una Parigi ancora in divenire (Notre Dame è in costruzione), ma già luogo dell'anima dell'amore. Il tempo non esiste più per Abelardo ed Eloisa, lo spazio è solo quello intorno a loro, qualunque esso sia. Pagine anche molto sensuali, quelle di Dario Fo. Poi il tragico epilogo, al di là di ogni aspettativa, figlio dell'invidia e del rancore altrui. L'amore come fuoco che divora, come acqua che avvolge, come aria che si respira, come terra da fecondare. E "lo stordimento che mi procuravano i suoi racconti, l'amore che m'invadeva al ritmo dei palpiti dell'emozione" lasciano il segno dentro chi legge e, alla fine chiude il libro, segnato da quella passione travolgente e dall'orrore dell'umana crudeltà.
La storia è narrata in prima persona da Eloisa, giovane badessa ad Argenteuil.
E' una storia d'amore, che precede la scelta del monastero da parte di Eloisa. Eloisa, la giovane più bella e colta della Parigi del XII secolo, si innamora del maestro Abelardo, fine intellettuale libero e sapiente, maestro del pensiero. Una sfida fra intelletti e fra caratteri forti, che si sciolgie in un amore travolgente. Un amore che rischia, che sfida le convenzioni del secolo (e probabilmente anche quelle di oggi), che si consuma nei luoghi più svariati, in una Parigi ancora in divenire (Notre Dame è in costruzione), ma già luogo dell'anima dell'amore. Il tempo non esiste più per Abelardo ed Eloisa, lo spazio è solo quello intorno a loro, qualunque esso sia. Pagine anche molto sensuali, quelle di Dario Fo. Poi il tragico epilogo, al di là di ogni aspettativa, figlio dell'invidia e del rancore altrui. L'amore come fuoco che divora, come acqua che avvolge, come aria che si respira, come terra da fecondare. E "lo stordimento che mi procuravano i suoi racconti, l'amore che m'invadeva al ritmo dei palpiti dell'emozione" lasciano il segno dentro chi legge e, alla fine chiude il libro, segnato da quella passione travolgente e dall'orrore dell'umana crudeltà.
giovedì 6 gennaio 2011
A Bologna le bici erano come i cani
Ieri ho concluso la lettura, iniziata il giorno prima, di A Bologna le bici erano come i cani, l'ultimo libro di Paolo Nori, scrittore emiliano che ho sempre seguito fin dagli esordi di Le cose non sono le cose (1999). Il titolo fa riferimento a una citazione degli anni '50 di Zavattini, che diceva la stessa cosa di Luzzara, "un posto dove fino a qualche anno fa la gente si portava per mano la bici anche quando andava a piedi, come se eran dei cani".
La narrazione avviene come sempre, o quasi, nei romanzi di Paolo Nori, in prima persona, con l'io narrante che funge da alter ego dello scrittore, e racconta la sua quotidianità con sguardo capace di sorprendersi, a volte un po' stralunato. Probabilmente l'intera opera di Nori è un affresco narrativo sull'Emilia, quella urbana, fra Parma, città di nascita dell'autore, e Bologna, città dove vive da diversi anni (e dove in precedenza si era laureato in letteratura russa). Un racconto dell'Emilia attuale con molte puntate nell'Emilia del passato recente (incursioni fino a inizio XX secolo).
In realtà, il protagonista di questo romanzo non è l'io narrante Bernardo, ma un certo Benito, ex meccanico di biciclette, vicino di casa del personaggio scrittore, che ogni tanto lascia una cassetta di quelle vecchie, una c46 della Tdk, in una busta per Bernardo. Quindi, lunghe pause nella narrazione in prima persona dello scrittore vengono dedicate alle sbobinature che egli compie dei nastri. Quindi ci sono stacchi, sempre in prima persona, in cui però l'io narrante è il Benito ex meccanico.
E la storia che affiora poco alla volta è dolente e profondamente triste. C'è questa cosa strana, che un po' si ride e un po' si ha un gran magone, a leggere questo romanzo. La seconda parte diventa decisamente avvincente, fino alla scoperta di un segreto, rivelato con semplicità e dolore sommesso dall'io narrante su nastro. Rivelazione che in realtà s'intreccia con altre, fino a un doloroso epilogo. Le pagine più belle e divertenti sono, come già in altri lavori di Nori, soprattutto Noi la farem la vendetta (2006) e Mi compro una gilera (2008), quelle in cui si racconta il rapporto fra il personaggio scrittore e la figlia di 5-6 anni o poco più. Divertenti e delicate, da cui traspare il profondo legame che unisce padre e figlia. In quelle pagine Nori sa cogliere lo sguardo sul mondo della bambina e sa divertirsi e stupirsi con lei. E anche la vicenda rivelata sui nastri sbobinati racconta il rapporto, molto interiore ma straordinario, fra un padre e il figlio maschio, tanto da far dire al Bernardo scrittore: "Io mi sentivo di dirgli che doveva essere stata una fortuna, avere un babbo così".
Il mio anno di letture è proseguito bene, dopo un ottimo inizio.
La narrazione avviene come sempre, o quasi, nei romanzi di Paolo Nori, in prima persona, con l'io narrante che funge da alter ego dello scrittore, e racconta la sua quotidianità con sguardo capace di sorprendersi, a volte un po' stralunato. Probabilmente l'intera opera di Nori è un affresco narrativo sull'Emilia, quella urbana, fra Parma, città di nascita dell'autore, e Bologna, città dove vive da diversi anni (e dove in precedenza si era laureato in letteratura russa). Un racconto dell'Emilia attuale con molte puntate nell'Emilia del passato recente (incursioni fino a inizio XX secolo).
In realtà, il protagonista di questo romanzo non è l'io narrante Bernardo, ma un certo Benito, ex meccanico di biciclette, vicino di casa del personaggio scrittore, che ogni tanto lascia una cassetta di quelle vecchie, una c46 della Tdk, in una busta per Bernardo. Quindi, lunghe pause nella narrazione in prima persona dello scrittore vengono dedicate alle sbobinature che egli compie dei nastri. Quindi ci sono stacchi, sempre in prima persona, in cui però l'io narrante è il Benito ex meccanico.
E la storia che affiora poco alla volta è dolente e profondamente triste. C'è questa cosa strana, che un po' si ride e un po' si ha un gran magone, a leggere questo romanzo. La seconda parte diventa decisamente avvincente, fino alla scoperta di un segreto, rivelato con semplicità e dolore sommesso dall'io narrante su nastro. Rivelazione che in realtà s'intreccia con altre, fino a un doloroso epilogo. Le pagine più belle e divertenti sono, come già in altri lavori di Nori, soprattutto Noi la farem la vendetta (2006) e Mi compro una gilera (2008), quelle in cui si racconta il rapporto fra il personaggio scrittore e la figlia di 5-6 anni o poco più. Divertenti e delicate, da cui traspare il profondo legame che unisce padre e figlia. In quelle pagine Nori sa cogliere lo sguardo sul mondo della bambina e sa divertirsi e stupirsi con lei. E anche la vicenda rivelata sui nastri sbobinati racconta il rapporto, molto interiore ma straordinario, fra un padre e il figlio maschio, tanto da far dire al Bernardo scrittore: "Io mi sentivo di dirgli che doveva essere stata una fortuna, avere un babbo così".
Il mio anno di letture è proseguito bene, dopo un ottimo inizio.
lunedì 3 gennaio 2011
Igiene dell'assassino
Titolo di per sé inquietante, mi viene da dire.
Igiene dell'assassino è il libro che ho letto ieri, il primo romanzo di Amelie Nothomb, scrittrice belga di lingua francese, figlia di un diplomatico e (probabilmente per questo) nata a Kobe in Giappone.
Volevo inaugurare bene l'anno di letture e ho scelto lei per andare sul sicuro.
Nel 2010 ho letto della Nothomb Metafisica dei tubi, Biografia della fame (due libri parzialmente o totalmente autobiografici, sull'infanzia della scrittrice, a partire dalla vita uterina), Stupore e tremori (sull'esperienza lavorativa in Giappone) e lo strepitoso Cosmetica del nemico, romanzo dai dialoghi strabilianti e dalla costruzione narrativa colma di colpi di scena. Geniale, mi ero appuntato sull'ultima pagina.
Amelie Nothomb è pubblicata in Italia da Voland. Ha scritto in tutto 18 romanzi, di cui l'ultimo, Forme de vie, inedito in Italia e uscito il 19 agosto scorso in Francia. Igiene dell'assassino è del 1992: allora Amelie aveva 25 anni. E a 25 anni ha scritto un capolavoro. Scrittura diretta, semplice, sempre dentro alle cose, asciutta e agile.
Ho ricominciato dall'inizio, dal suo primo romanzo, per capire meglio come si è sviluppata la sua scrittura. Infatti, Metafisica dei tubi è del 2000 ed è l'ottavo romanzo, Biografia della fame è del 2004 ed è il dodicesimo, Stupori e tremori è del 1999 ed è il settimo. Cosmetica del nemico è del 2001 ed è il nono.
Questo era stato l'ordine, assolutamente casuale e governato solo dal gradimento dei titoli e dalle note riportate sull'ultima di copertina.
Ma torniamo a Igiene dell'assassino, libro che vive di dialoghi e della paradossale situazione, dichiarata fin dalle prime pagine (quindi non guasto sorprese), di uno scrittore tedesco, premio nobel della letteratura, a cui un cancro recentemente diagnosticato concede solo due mesi di vita.
L'autore notoriamente misantropo, ma soprattutto misogino, decide allora per la prima volta di concedersi a cinque giornalisti, che uno dopo l'altro lo intervistano. Esilarante e avvincente e scritto benissimo. Struttura non lontana da Cosmetica del nemico, tutta a dialoghi e brevissime descrizioni d'ambiente, appena tratteggiate. Anche il titolo, i colpi di scena e la sorpresa finale evidenziano ben più di una semplice somiglianza. Quasi come se Amelie avesse voluto riscrivere la storia da due punti di vista, da due differenti osservatori di segreti indicibili. In realtà le storie sono anche molto diverse, ma c'è questo comune scavo nel passato dei personaggi alla ricerca dell'orrore che non può essere semplicemente casuale.
Insomma, la genialità di Cosmetica del nemico e dei suoi protagonisti è secondo me figlia dell'Igiene dell'assassino. Pulizia apparente che nasconde una brutalità inattesa, superficie lucida e levigata che ricopre le brutture dell'umano, anzi, del maschile, in entrambi i casi.
Igiene dell'assassino è il libro che ho letto ieri, il primo romanzo di Amelie Nothomb, scrittrice belga di lingua francese, figlia di un diplomatico e (probabilmente per questo) nata a Kobe in Giappone.
Volevo inaugurare bene l'anno di letture e ho scelto lei per andare sul sicuro.
Nel 2010 ho letto della Nothomb Metafisica dei tubi, Biografia della fame (due libri parzialmente o totalmente autobiografici, sull'infanzia della scrittrice, a partire dalla vita uterina), Stupore e tremori (sull'esperienza lavorativa in Giappone) e lo strepitoso Cosmetica del nemico, romanzo dai dialoghi strabilianti e dalla costruzione narrativa colma di colpi di scena. Geniale, mi ero appuntato sull'ultima pagina.
Amelie Nothomb è pubblicata in Italia da Voland. Ha scritto in tutto 18 romanzi, di cui l'ultimo, Forme de vie, inedito in Italia e uscito il 19 agosto scorso in Francia. Igiene dell'assassino è del 1992: allora Amelie aveva 25 anni. E a 25 anni ha scritto un capolavoro. Scrittura diretta, semplice, sempre dentro alle cose, asciutta e agile.
Ho ricominciato dall'inizio, dal suo primo romanzo, per capire meglio come si è sviluppata la sua scrittura. Infatti, Metafisica dei tubi è del 2000 ed è l'ottavo romanzo, Biografia della fame è del 2004 ed è il dodicesimo, Stupori e tremori è del 1999 ed è il settimo. Cosmetica del nemico è del 2001 ed è il nono.
Questo era stato l'ordine, assolutamente casuale e governato solo dal gradimento dei titoli e dalle note riportate sull'ultima di copertina.
Ma torniamo a Igiene dell'assassino, libro che vive di dialoghi e della paradossale situazione, dichiarata fin dalle prime pagine (quindi non guasto sorprese), di uno scrittore tedesco, premio nobel della letteratura, a cui un cancro recentemente diagnosticato concede solo due mesi di vita.
L'autore notoriamente misantropo, ma soprattutto misogino, decide allora per la prima volta di concedersi a cinque giornalisti, che uno dopo l'altro lo intervistano. Esilarante e avvincente e scritto benissimo. Struttura non lontana da Cosmetica del nemico, tutta a dialoghi e brevissime descrizioni d'ambiente, appena tratteggiate. Anche il titolo, i colpi di scena e la sorpresa finale evidenziano ben più di una semplice somiglianza. Quasi come se Amelie avesse voluto riscrivere la storia da due punti di vista, da due differenti osservatori di segreti indicibili. In realtà le storie sono anche molto diverse, ma c'è questo comune scavo nel passato dei personaggi alla ricerca dell'orrore che non può essere semplicemente casuale.
Insomma, la genialità di Cosmetica del nemico e dei suoi protagonisti è secondo me figlia dell'Igiene dell'assassino. Pulizia apparente che nasconde una brutalità inattesa, superficie lucida e levigata che ricopre le brutture dell'umano, anzi, del maschile, in entrambi i casi.
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Mercurio è anche un romanzo sulla bellezza, direi più precisamente sulla bellezza femminile presa come paradigma.
Bellezza segregata e invisibile, bellezza segreta e inconsapevole.
C'è un mostro, anche in questo romanzo.
Non è obeso come altri mostri creati da Amelie; è vecchio e ricchissimo, potente e con al servizio schiere di servitori obbedienti, silenziosi e compiacenti.
Il vecchio nasconde segreti e ragazze nella sua villa, nelle cui stanze avvengono fatti disgustosi, di cui il vecchio, spinto dal suo morboso desiderio, tiene le fila come un burattinaio. Ma no, che cosa avete capito?! Non è un romanzo su Berlusconi...
Ancora una volta, come nei migliori romanzi targati Nothomb, una donna tenace e intelligente ha la meglio su un uomo orrendamente rappresentato. E allora apro una parentesi e mi viene da chiedermi: ma che maschi ha conosciuto la nostra Amelie?
Comunque, chiusa la parentesi, colpi di scena a bizzeffe, scoperte che il lettore è in grado di fare solo a poco a poco, tensione narrativa tenuta alta dalla bravura della Nothomb e dialoghi serrati e baciati dal lume dell'intelligenza di questa scrittrice affascinante e intrigante sono gli ingredienti del romanzo.
Ci sono anche diverse citazioni di libri della letteratura francese, su tutti: Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas padre e La Certosa di Parma di Stendhal, che in qualche modo hanno a che fare con la vicenda narrata da Nothomb.
C'è anche il potere salvifico della letteratura, ironicamente metaforizzato da Amelie in una scala costruita coi libri per fuggire dalla prigionia.
Con una sorpresa in più, quella che davvero non puoi aspettarti: due finali. Il bello è che non solo non ha saputo scegliere Nothomb; neanche il lettore (parlo di me naturalmente) sa scegliere a quale finale affidare lo scioglimento della vicenda. Bel gioco narrativo anche questo, no?