La schiuma della memoria

Qui si parla innanzitutto di un romanzo, uscito nel novembre del 2010 presso le edizioni Montag di Tolentino.
Il titolo è La schiuma della memoria e l'ho scritto io.
Poi si parla e si scrive di altre cose, di fotografie e di film, di libri letti e di teatro, di teatroterapia e di paesaggio. E di altro ancora. L'intenzione è comunque quella di raccordare la memoria con l'attualità per ritrovare il senso perduto degli eventi e per non dimenticare personaggi che con le loro vite hanno scritto pagine di storia non solo privata, ma anche collettiva. Molti di essi sono i miei riferimenti culturali e di valore. Il romanzo stesso dialoga con questi contenuti, in modo dinamico, in costante evoluzione, perché la memoria non è cristallizzazione ma è senso e significato. Mi piacerebbe che la lettura del blog desse anche il piacere della scoperta e di un punto di vista sul mondo spostato dalla norma, in qualche modo sorprendente. Buona lettura.
Visualizzazione post con etichetta Musica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Musica. Mostra tutti i post

domenica 13 dicembre 2015

Max Manfredi e Federico Sirianni al bar Cristallo

Musica dal vivo di qualità al Bar Cristallo di Parma, ieri sera, 12 dicembre 2015.

Protagonisti sono due cantautori genovesi, Max Manfredi e Federico Sirianni, il primo nato nel 1956, il secondo nel 1968. Max sottolinea, a un certo punto, le differenti generazioni cui i due appartengono; anche dal punto di vista musicale i riferimenti sono diversi. In comune, Genova e la sua atmosfera musicale (ma fatta anche di colori e di profumi e di voci e di suoni).
Ma questo è il "Nogenova tour" e l'atmosfera mediterranea si stempera nella serata nebbiosa che avvolge il locale del centro e lo racchiude in una conchiglia trasparente, dai vetri appannati dalla differenza di temperatura: freddo umido all'esterno e calore anche un po' alcolico all'interno.
Non conoscevo Sirianni, mentre sono da tempo un conoscitore e profondo ammiratore della musica di Max Manfredi, che non ero mai riuscito a sentire dal vivo.
Le canzoni di Max Manfredi sono poetiche, coi testi originali e lessicalmente molto ricchi e creativi, che si uniscono a musiche mai banali, dotate di una certa ricchezza compositiva.
Il Mediterraneo si respira, dentro alle canzoni di Max, più che in quelle di Sirianni. Belle canzoni anche quelle di Federico, comunque: testi originali, ballate rock folk molto ritmate, di cui uno dei riferimenti è senz'altro il migliore Bob Dylan, omaggiato da Sirianni con la cover di Sara (contenuta nell'album Desire del 1975). Ed è proprio la scaletta, costruita sull'alternarsi dei brani di Manfredi e Sirianni, che rende vivo e piacevolissimo il concerto, grazie anche alla varietà musicale presente, oltre che all'elevatissima qualità dei brani.
I 10 brani presentati da Manfredi appartengono a diverse stagioni compositive. Il concerto si apre con L'ora del dilettante (in Luna persa del 2008), eseguita a due voci e due chitarre con Sirianni. Sono le 22. Prima di loro hanno presentato alcune canzoni del loro repertorio Rocco Rosignoli (che si esibirà con bravura in alcuni brani di Manfredi al bouzouki, un liuto greco -a ribadire le sonorità mediterranee che permeano le canzoni di Max) e Ugo Cattabiani.
Dallo stesso album, verso la fine del concerto, Manfredi propone anche Il morale delle truppe, Il treno per Kukuwok e Retsina (che è un vino greco), tre brani che testimoniano insieme al primo la grande varietà musicale e la creatività dei testi dell'album indicato, con atmosfere che spaziano dall'ironia, a tratti quasi satirica, alla malinconia cullata dal bouzouki.
Momenti altissimi con Tra virtù e degrado (tratta da L'intagliatore di santi del 2001), dedicata a Genova con parole poetiche e ironiche: senz'altro una delle mie preferite, insieme a La fiera della Maddalena, tratta da Max, album del 1994, una delle più note di Manfredi, perché nell'album si era prestato con entusiasmo a cantarne le ultime strofe un tal Fabrizio De André. Un pezzo splendido, che merita sicuramente un posto importante fra le più belle canzoni d'autore di tutti i tempi. Genova è la città, oltre che di De André, anche di Don Andrea Gallo, scomparso nel 2013, prete di strada, fondatore e animatore della Comunità di San Benedetto al Porto di Genova.
E proprio a don Gallo, Sirianni dedica una canzone molto bella, in cui si respira la vicinanza agli ultimi del sacerdote di simpatie anarchiche e pacifiste. Ma forse la canzone più bella proposta da Sirianni è Nato sfasciato. Canzone più vicina alle sonorità e alle atmosfere di Manfredi è La rosa nel cielo, dolce ballata romantica. Notevolissima anche la cover di Che cosa sono le nuvole, canzone scritta da Pier Paolo Pasolini per Domenico Modugno, che la canta nel finale del breve film omonimo, ispirato alla vicenda di Otello.
Tornando alle canzoni di Max Manfredi, rimangono da citare Storie del porto di Atene, tratta da L'intagliatore di santi; Natale fuoricorso, tratta da Max e i due brani tratti dall'ultimo album del 2014, Dremong. Si tratta di Sangue di drago e de Il negro, entrata nella cinquina finalista per la migliore canzone del Premio Tenco 2015.  Una canzone quest'ultima, che si chiude con le parole "Ho pagato una controfigura, un prestafaccia che ti scriva una canzone e se non t'è piaciuta/ non importa, spacco il culo al vento, sono l'unico capace a dedicarti una canzone muta".
Poco muta e poco silenziosa, invece, la gente presente nel bar, eccezion fatta naturalmente per chi, come me e pochi altri, fra i quali un artista di lungo corso come Flaco Biondini, hanno scelto di trascorrere la serata al Cristallo proprio per la presenza di Manfredi e Sirianni. Delle volte mi chiedo come facciano certuni a entrare in un bar dove, cosa rara, si sta proponendo musica dal vivo e non si fermino nemmeno per un attimo ad ascoltare la musica, che so, magari semplicemente per curiosità. Come si fa a non cogliere la qualità della musica che ti entra nelle orecchie? Musica che si interrompe poco dopo la mezzanotte dopo due ore di concerto. A mezzanotte e trenta circa, esco dalla conchiglia mediterranea e calda per reimmergermi nella nebbia padana. Cammino verso casa con passo veloce e tengo dentro di me il calore del locale.
Grazie Max, grazie Federico, grazie bar Cristallo.

lunedì 1 aprile 2013

Enzo Jannacci

Il 29 marzo scorso è morto Enzo Jannacci. Era nato il 3 giugno del 1935. Il 3 gennaio 2003, ai funerali di Giorgio Gaber era riuscito a pronunciare solo una frase, aveva detto "Ho perso un fratello". E basta. L'avrà detto con quella sua maschera triste, con l'espressione resa da un dolore lancinante ancora più allucinata del solito. Con Gaber aveva praticamente iniziato la carriera musicale: nel 1958 insieme erano I Due Corsari e facevano rock and roll. Poi da solista si buttò nel jazz, collaborando con musicisti del calibro dei sassofonisti Stan Getz e Gerry Mulligan, del trombettista Chet Baker, del chitarrista Franco Cerri. Lui, Vincenzo detto Enzo, suonava le tastiere e il pianoforte e cantava, con quella sua voce particolare, capace di sussurrare e di urlare, con molto orecchio musicale e una cantilena fintamente stonata. Poi inizia a scrivere le sue canzoni, dal tono spesso comico-surreale.
Nel 1965 esce un suo disco interamente dal vivo, credo che sia il primo della musica leggera e d'autore italiana: Enzo Jannacci in teatro. E qui troviamo già alcuni dei suoi pezzi più volte riproposti, che raccontano storielle surreali e ironiche o drammatiche: Veronica, Prete Liutprando e il giudizio di Dio, Il primo furto non si scorda mai, Sfiorisci bel fiore, Aveva un taxi nero, L'Armando. Gli ultimi due sono quasi due piccoli noir, meravigliosamente cinici e ironici, scritti con Dario Fo (il primo anche con Fiorenzo Carpi).
Nel 1966 pubblica un concept album sulla Resistenza, Sei minuti all'alba. Ho il long playing, il vinile, intendo, originale, vabbé un piccolo vanto, perdonatemi. Un disco duro, di non facile ascolto. Isei minuti all'alba della canzone che dà il titolo al disco sono gli ultimi della vita di un partigiano che all'alba verrà fucilato. Un omaggio dedicato al padre partigiano.
Nel 1968 è il momento del successo, clamoroso, che arriva con Vengo anch'io, No tu no, album che prende il titolo dalla canzone omonima, una sorta di ironico "inno degli esclusi". E in questo album ci sono altre storielline, di quelle che solo lui sapeva inventare come canzoni, con personaggi stralunati, timidi, tutti un po' "esclusi" ma indimenticabili: La ballata del pittore, Giovanni telegrafista.
Il disco contiene anche Ho visto un re, scritta con Dario Fo, uno sberleffo al potere di vescovi, cardinali, re e ricchi. E i poveri? "E sempre allegri bisogna stare, che il nostro piangere fa male al re, fa male al ricco e al cardinale, diventan tristi se noi piangiam".
La canzone venne poi censurata dalla RAI di un'Italia democristiana e bigotta, l'Italietta di pasoliniana memoria.
La censura fa un po' imbestialire il nostro Enzo, che decide di starsene un po' lontano dall'Italia, per quattro anni, fra Sudafrica e Usa. La scelta fu dettata anche dalla volontà di riprendere gli studi medici, abbandonati dopo la laurea, in particolare la cardiologia. E in Sudafrica operava un certo Christian Barnard, cardiologo di fama internazionale, ricercatore e sperimentatore di nuove tecniche di operazione a cuore aperto e precursore dei trapianti.
Nel frattempo pubblica comunque due dischi: La mia gente (1970) e Jannacci Enzo (1972). E qui troviamo altri brani "storici": Il dritto, Gli zingari, Mexico e nuvole, pieni di solitudine e di malinconia, nel primo; El purteva i scarp del tenis (la storia di un barbùn), Faceva il palo, Prendeva il treno, Ragazzo padre, nelle quali invece tornano a dominare l'ironia surreale e la narratività, nell'album del 1972.
Negli anni '70 c'è anche un po' di cinema nella carriera artistica di Jannacci. Lavora con Monicelli, nell'episodio Il frigorifero del film Le coppie e soprattutto con Marco Ferreri, per il quale è l'attore protagonista del film L'udienza, che racconta la vicenda, che sembra un po' una delle sue canzoni,
di un ufficiale in congedo che vuole a tutti i costi incontrare il papa. Serviva per quel ruolo la sua maschera malinconica e ironica. Nel film, morirà sotto i portici di San Pietro.
Continuerà poi a collaborare nel cinema scrivendo colonne sonore fino a tutti gli anni '80.
Scriveva e a volte curava anche la regia di spettacoli teatrali, come Il poeta e il contadino, del 1973, che poi divenne anche una trasmissione televisiva con Cochi e Renato, del suo gruppo di amici, e Saltimbanchi si muore, del 1979.
 Per e con Cochi e Renato scrisse molte canzoni, divertenti e demenziali come E la vita la vita (che divenne una sigla tv), La gallina, Silvano (divertissment scritto quasi esclusivamente con parole sdrucciole o antisdrucciole) e la geniale e rivoluzionaria Il bonzo.
Nel 1975 pubblica Quelli che..., uno dei suoi album migliori, uno dei miei preferiti (che contiene Il bonzo, Vincenzina e la fabbrica, Quelli che, Il monumento, Le 9 di sera e alcuni inserti parlati, cosa che diverrà poi una sana abitudine nei suoi dischi). Quelli che è un brano contro le banalità e il qualunquismo, dal contenuto molto politico, Vincenzina è un brano struggente sulle prime crisi industriali, del Bonzo ho già detto, Il monumento è un pezzo antimilitarista: una grande varietà di temi impegnati e una grande libertà compositiva e creativa.
Nel 1976 e nel 1977 seguono a ruota O vivere o ridere e Secondo te che gusto c'è. Questa triade è la serie di suoi dischi che Jannacci ama di più; ha chiesto di ripubblicarli pochi anni fa, perché li riteneva innovativi per il tempo in cui sono stati scritti e ancora capaci di dire qualcosa di originale. Non si può che essere d'accordo col nostro. Sono reperibili presso Ala Bianca.
Nel 1979 arriva Fotoricordo, con due brani scritti per lui da Paolo Conte, le bellissime Sudamerica e Bartali.
Nel 1980 un altro disco chiude quello che per me è il periodo d'oro di Jannacci: si tratta di Ci vuole orecchio, che curiosamente ho citato in questo blog nella recensione di Noi siamo infinito, poco tempo fa. Non c'entra niente, era solo un ricordo scatenato dal film, perché di quell'album ho ancora, perfettamente funzionante, il nastro, la "cassettina" musicale. Una serie di canzoni belle e divertenti, ma anche attraversate da una vena malinconica: Musical, Ci vuole orecchio, Quello che canta onliù, Silvano, e la struggente Si vede. Anche qui una grande libertà compositiva e una apprezzabile varietà musicale.
Nel 1981 muore un suo grande amico, Beppe Viola, fantasioso e geniale radiotelecronista e giornalista di calcio. Con Beppe Viola aveva scritto per esempio Rido, presente in O vivere o ridere.
Il dolore è tanto e la sua vena si blocca per un po'. Partecipa poi a Sanremo nel 1989 con Se me lo dicevi prima, nel 1991 con La fotografia, che vince il premio della critica, nel 1994 con I soliti accordi, insieme a Paolino Rossi, un pezzo dissacrante per il festival, e nel 1998 con Quando un musicista ride, che vince di nuovo il premio della critica.
Nel 2000 vince il premio Ciampi alla carriera e nel 2001 e 2003 partecipa al festival Tenco, vincendo entrambe le volte il premio per il miglior brano, rispettivamente con Lettera da lontano, dal cd Come gli aeroplani, e L'uomo a metà, tratta dal cd omonimo. Questi sono due dischi di ottimo livello, Enzo sembra aver ritrovato vena creativa e voglia di comporre, collaborando pienamente col figlio Paolo, talentuoso pianista.
E' impressionante pensare come forse i tre più grandi cantautori italiani, De André, Gaber e Jannacci, siano stati strappati dal mondo, portati via tutti  dalla stessa malattia, il cancro.
Ci mancherai, Enzo; senz'altro MI mancherai.

mercoledì 4 gennaio 2012

Gli album musicali del 2011

Di alcuni ho già parlato in precedenza, qui e ora provo a stilare una classifica, assolutamente personale e senza pretese di esaustività, basata naturalmente su ciò che ho ascoltato di nuovo in quest'ultimo anno.
L'ordine è rigorosamente crescente, quindi comincio dal
posto numero 10: Musica Nuda (Petra Magoni & Ferruccio Spinetti) con Complici. Olte alle leganti cover alle quali il duo ci ha abituato, qui compaiono alcuni inediti firmati dal duo o da un membro del duo. Uno di questi brani, firmato da Petra Magoni insieme a Alfonso De Pietro, mi è parso uno dei migliori dell'album, se non il migliore: Sentieri, strade, saluti (traccia 5).
Posto numero 9: occupato da Ivano Fossati con Decadancing. Brani intimi si alternano a canzoni socialmente impegnate, il mix di qualità che per il cantautore costituisce una firma riconoscibile e una tradizione. Fra le più toccanti, Settembre. Magari l'avessi scritta io per dire quello che mi sta succedendo. E settembre è stato per me un mese decisivo, di svolta negativa nell'anno chiusosi da poco.
Probabilmente sarà l'ultimo album di Fossati: a meno che non si sia trattao di una trovata pubblicitaria, l'intenzione di Fossati è questa. Poi, chissà, magari cambierà idea, vedremo.
Posto numero 8: Il sogno eretico, di Caparezza. Avevo recensito tempo fa questo album con molto entusiasmo; in realtà i fasti di Verità supposte, che rimane l'unico capolavoro di Capa, al riascolto multiplo del Sogno eretico  risultano ineguagliati e lontani all'orizzonte. Un buon album e stop.
Posto numero 7: Mauro Ermanno Giovanardi ha realizzato il suo secondo disco da solo, dopo l'esperienza pregevole dei La Crus: Ho sognato troppo l'altra notte?
Però, dico io, uno con un nome e cognome così lungo, non avrebbe potuto scegliere un titolo un po' più breve? Album elegante e coinvolgente, mix di cover originali, frutto di un palato fine e di brani nuovi firmati dal nostro frammento di La Crus. Reintrepretazioni entusiasmanti: Se perdo anche te (Accendilo tu questo sole che è spento...) e Bang bang, già rilanciata da Quentin Tarantino in Kill Bill. Fra i brani nuovi, bello quello presentato a Sanremo (Io confesso) e molto bello Lascia che, pezzo duro che contiene 4 volte il verbo "strappare" coniugato in vari modi, oltre a coniugare il verbo "lasciare" e persino il verbo "mordere". Come dire, quantomeno graffiante.
Posto numero 6: Vitamia di Gian Maria Testa. Prima di cominciare a scrivere i brani, Testa aveva in mente di realizzare un concept album sulla precarietà del lavoro. In realtà ne è poi uscito un disco sulla precarietà come stato d'animo, legato al lavoro ma anche a un senso di insicurezza non solo economica: precarietà dell'amore, precarietà dei valori nei quali magari hai creduto per una vita...
Musicalmente coinvolgente come tutti gli album di Testa, riscaldato dalla voce del cantautore ferroviere. I brani che preferisco: Nuovo, Lasciami andare, 18 mila giorni (dedicata a Erri De Luca, contiene la parola Vitamia, tutt'attaccata).
Posto numero 5: The King of Limbs, Radiohead. Perché i Radiohead sono una garanzia e qui la loro musica elettronica si fa essenziale e basata su ripetizioni che ricordano le composizioni minimaliste, con belle sequenze e lunghe intro musicali nelle quali si inserisce improvvisamente la voce di Thom Yorke. Che c'è di nuovo? Forse niente, ma sono i Radiohead, baby.
Posto numero 4: ecco, il quarto posto è stata una bellissima sorpresa anche per me, che avevo già ascoltato Bobo Rondelli negli altri due album che precedono questo L'ora dell'ormai.
Tutte belle canzoni, composte con stile maturo Omaggi a Giorgio Caproni (L'albero), livornese verace come Rondelli e come Piero Ciampi, di cui Rondelli si candida a essere almeno in parte l'erede, e anche a Franco Loi di cui sono incisi 49 secondi di voce recitante una poesia sull'amore, in dialetto milanese. Brani preferiti: Per amarti, Canto di un padre, Sporco denaro, Livorno nocturne.
Posto numero tre: il gradino più basso del podio è occupato da Raphael Gualazzi. Avevo sentito a Sanremo giovani, per caso, il suo brano Follia d'amore, incluso nell'album Reality and fantasy e mi ero chiesto che cosa ci facesse un mostro di bravura con la sicurezza interpretativa di un veterano a Sanremo giovani. Ha poi vinto senza confronto, un fuoriclsse in mezzo a dei rampolli musicalmente normali. Una felice scoperta per me e per gran parte del pubblico, subito approdato nelle classifiche europee grazie a un talento straordinario, sia nella tecnica strumentale (è un pianista d'eccezione), sia nell'interpretazione vocale dei suoi brani. Pezzi forti dell'album, improntato a una ricerca che sta fra il jazz, il rock e la canzone d'autore: Reality and fantasy, Calda estate, Out of my mind, Sarò sarai, Lady O. Ma tutti i brani sono di ascolto gradevolissimo e di una varietà difficile da incontrare altrove.
Posto numero due: piazza d'onore per il ritorno di un grandissimo della musica internazionale: Tom Waits con Bad as me.
Sette anni dopo l'ultimo album, riecco un Tom Waits che usa la voce in tutta la gamma delle sue possibiità. Quindi chi pensa all'ennesimo Waits dalla voce roca e impastata, qui troverà qualcosa che non si aspetta. Tom Waits sa essere un interprete capace di tonalità acute e di note melodiose, capace di graffiare ma anche di accarezzare l'orecchio di chi ascolta, e qui lo dimostra pienamente.
  Gli arrangiamenti e la varietà musicale del disco ne fanno un rientro mai noioso e sorprendente a ogni traccia.
Posto numero uno: il gradino più alto del podio è occupato da Vinicio Capossela, che con Marinai, profeti e balene ha scritto e interpretato un capolavoro assoluto e il suo miglior disco.
Diciannove tracce suddivise in due cd, frutto di una ricerca letteraria e musicale di alto livello, che porta il nostro a una raffinatezza compositiva molto elevata e colta, ma allo stesso tempo, popolare.
Il segreto dei grandi, quello di rendere semplici e appetibili opere di grande spessore, la lezione di Pasolini appresa ed espressa la miglior livello possibile.
Così ti entrano nelle orecchie e ti trovi a canticchiare versi come "Nessuno è mai protetto/dalla sua debolezza/che se ne sta nascosta/ come serpe dentro il rovo/Vilmente sconosciuta/appena sospettata/ma invece rivelata/nel momento che sta a te" (Lord Jim); oppure come "Sospenderanno me, non la mia sentenza/Appenderanno me al capriccio della lenza/Tutto è pronto/Anch'io devo esser pronto" (Billy Budd).
Sorprendente e geniale la trasposizione in canzone del libro di Giobbe della Bibbia (Job), con una sintesi eccellente, capace di cogliere le parti essenziali del libro, arrivando a citazioni pressoché letterali del testo biblico. E ancora: la scintillante Pryntyl, vispa sirena dal caschetto malizioso, "Prima stella del corpo di ballo del balletto delle onde": versi musicali che scivolano via sulla pelle come la schiuma delle onde. Una leggerezza che fa bene, se alternata ai contenuti profondi e filosoficamente impegnativi come quelli di Job. E ancora tanta carne al fuoco: Il secondo cd è ispirato all'Odissea. In Aedo Vinicio propone l'eterno dubbio fra finzione e realtà nella letteratura e nella vita (Del suo canto/la beltà seduce/la verità convince/da quel che attinge, da quello che finge/il vero dal falso più non si distingue).
E in Tiresia c'è quasi il controcanto poetico a quel dubbio, forse una risposta: "La conoscenza è niente senza fede", afferma l'indovino a un dubitante Odisseo.
Altri brani bellissimi sono Polpo d'amor nel primo cd e Vinocolo (il cui protagonista è il ciclope Polifemo), Calipso e Le sirene nel secondo.


lunedì 12 settembre 2011

Barry White

Barry Eugene Carter, meglio noto come Barry White, nasce a Galveston il 12 settembre del 1944. Cantautore e produttore discografico, nella sua carriera ha vinto numerosi Grammy Award e ha venduto più di 100 milioni di dischi.
Nel 1975 ebbe un grande successo internazionale con il brano You are the first you are the last my everything, che riempiva le piste delle discoteche al rsuonare delle prime note. La musica di Barry White era una via di mezzo fra il soul e il rhytm and blues; questo brano è stato uno dei più bei pezzi disco degli anni '70. Ma c'è di più.
La sua voce calda e pastosa, veicolata da un corpaccione che poi gli avrebbe dato notevoli problemi di salute, accompagnata a melodie tranquille e suadenti divenne un mezzo per corteggiare. Credo che molti esseri umani nati fra il 1955 e il 1963 lo benedicano per le occasioni che ha fornito di stringere la persona desiderata in un lento, in discoteca o alle feste private.
Crebbe nei quartieri meridionali di Los Angeles; a dieci anni era già membro di una gang, a diciassette fu messo in prigione per un grosso furto di pneumatici.
Terminata la detenzione, all'inizio degli anni '60 iniziò ad esibirsi dapprima in gruppo poi come solista con poca fortuna, mentre riuscì ad avere un qualche successo come autore. A partire dal 1969 scrisse i brani eseguiti dalle tre Love Unlimited, risposta alle leggendarie Supremes.
Nel 1973 la casa discografica, avendo ascoltato alcuni demo in cui lui provava i pezzi per le Love unlimited e dava indicazioni relative a come cantarli, gli chies di pubblicare un disco come cantante. Accettò e nacque Stone gon', album struggente e adatto al lento da corteggiamento.
Da lì ogni disco fu un successo clamoroso e di lunga durata.
Cronicamente iperteso per diverso tempo, anche a causa della sua notevole mole, subisce un blocco renale nell'autunno del 2002 ed un infarto nel 2003 che lo costringe a ritirarsi dalle scene. Muore all'età di 58 anni il 4 luglio 2003 per un altro blocco renale.
Barry White appare come guest star nell'episodio 18 della quarta stagione de I Simpson, intitolato "La festa delle mazzate", dove il cantante, anche grazie all'aiuto di Bart e Lisa, riesce a salvare i serpenti della città di Springfield dal massacro da parte degli abitanti.

martedì 30 agosto 2011

Marinai, profeti e balene

Eccomi qui, dopo parecchio tempo.
Rientro con un po' di musica.
Ho avuto modo di ascoltare durante le vacanze l'ultimo lavoro di Vinicio Capossela, Marinai, profeti e balene. Un cd doppio, un concept album come si usava negli anni settanta, colto e divertente.
Riferimenti letterari importanti, romanzi d'avventure e non solo: Conrad, Melville, Celine, Dante, Omero, persino la Bibbia.
Tutto costruito intorno al mare come confine geografico e di narrazione, come contenitore di vita, di miti e di storie. Un'immersione nelle acque dell'epica, negli archetipi del mare e del viaggio. Un disco di ricerca. Ma non spaventatevi, quasi tutto molto divertente. Un disco anche sull'Erlebnis (vissuto intenzionale), sul senso di raccontare storie come completamento dell'esperienza di vita.
Vinicio ci offre un racconto in musica, con versi poetici e intensi, per restiuire un'esperienza di spaesamento, di immersione, per condividere tutto ciò con altri.
E poi ci sono anche strane creature, per esempio le sirene. Pryntil ha come protagonista proprio una sirena. E' un brano divertente e orecchiabile. Pryntil è "la prima stella del corpo di ballo del Balletto delle onde"; Nettuno la implora di chiamarlo Nunù. "E nell'abisso è tutto uno spasso".
Altro brano assolutamente gradevole è Polpo d'amor, una sorta di country western sussurrato dalla graffiante voce di Vinicio un po' alla Tom Waits.
Poi segue Lord Jim, ispirata al personaggio letterario creato da Joseph Conrad, che contiene versi di pura poesia: "Nessuno è mai protetto dalla sua debolezza/che se ne sta nascosta come una serpe dentro un rovo/vilmente sconosciuta, appena sospettata/ma invece rivelata".
Ancora da segnalare: Bianchezza della balena e Fuochi fatui, da Moby Dick di Melville; Billy Bud, sempre da Melville (ma da Billy in the darbies). 
Eppoi Vinocolo, ispirata alla storia di Polifemo, il ciclope di Omero accecato da Odisseo.
Ha a che fare con Omero anche Aedo. "L'Aedo venne per chi era presente/per chi aveva tutto e chi non aveva niente./ [...]Del suo canto la beltà seduce/la verità convince da quello che attinge, da quel che finge./ Il vero dal falso/più non si distingue".
 Verità letteraria e verità fattualea confronto. La tematica del raccontare il vissuto per condividerlo. E farlo divenire, comunque, verità.
Gran bel disco, uno dei migliori del nostro cantautore forse più riconoscibile e originale, insieme a Canzoni a manovella del 2000 e a Ovunque proteggi del 2006.



sabato 25 giugno 2011

Il sogno eretico

Il sogno eretico è l'ultimo lavoro discografico di Michele Salvemini, alias Caparezza, uscito all'inizio del 2011.
Di Caparezza avevo molto apprezzato il secondo album (quello che è il "più difficile nella carriera di un artista"), Verità supposte (2003), interamente molto bello, i cui brani più noti sono Vengo dalla luna e Fuori dal tunnel. Mi erano anche piaciuti diversi pezzi di Caparezza?! (il primo album del 2000: Mea culpa, La gente originale, Chi c*azzo me lo) e di Habemus Capa (terzo album, 2006: Dalla parte del toro, Ninna nanna di Mazzarò, Il silenzio dei colpevoli, The auditels family). Il quarto album non mi aveva entusiasmato: un concept album stile anni '60 sul 1968 (Le dimensioni del mio caos, 2008), ma un po' a corto di idee forti.
Ecco, il quinto album mi sembra tornare alla qualità del secondo. Tutti pezzi molto belli, orecchiabili ma anche duri e/o divertenti. Si parte con Chi se ne frega della musica, dedicata a tutti i discografici disperati per l'invasione dei formati digitali in file, da MP3 a I tunes. Ma non solo a loro: in realtà il pezzo è irridente verso tutti coloro che usano la musica semplicemente come mezzo per divenire famosi; a tutti coloro che si fingono cantautori alla De André e poi vanno all'Isola dei famosi; a tutti coloro che diventano più volti televisivi che musicisti. E allora, appunto, chissene frega della musica. E poi ci sono due pezzi in qualche modo collegati da una critica sarcastica e irridente all'integralismo religioso, che ha condannato all'abiura Galileo Galilei e ha mandato le streghe e gli eretici sul rogo (Il dito medio di Galileo e Sono il tuo sogno eretico). Poi di seguito una parodia dei quiz imperanti sul teleschermo, Cose che non capisco, introdotta da un siparietto parlato che dice così: "Benvenuti a una nuova puntata di "Chi vuol essere lasciato in pace", abbiamo un nuovo concorrente stasera e direi di iniziare subito con le domande". Ma il brano diventa anche l'occasione per irridere ai contenuti della televisione e del degrado della cultura dello spettacolo in generale. Il pezzo successivo, Goodbye Malinconia, è quasi una conseguenza del precedente: un invito ad andarsene da Malinconia, paese "di santi subito e di sanguisuga", di cervelli e capitali in fuga, di "migranti in fuga dal bagnasciuga", che è poi l'Italia. Allora, "Metti nella valigia la collera e scappa da Malinconia".
La malinconia si butta in farsa con La marchetta di Popolino, parodia del noto personaggio disneyano che inizia con la T e non con la P, ma che in qualche modo ricorda la banda al governo del paese.
Contenuti che tornano molto seri, ma fino a un certo punto, con La fine di Gaia, che prende in giro, ma in modo un po' preoccupato, le varie profezie e visioni di fine della Terra. House credibility parla della vita nella Casa, quella del Grande Fratello, e Legalize the premier direi che non ha bisogno di spiegazioni su chi possa essere il protagonista...
Testi ben costruiti, rime baciate fantasiose e jingle orecchiabili ne fanno un album, come dicevo all'inizio, vicino per qualità a Verità Supposte. E inoltre dentro ci sono tante idee, tante quanti i riccioli di Caparezza.
Buon ascolto a tutti

domenica 12 giugno 2011

Una rosa per Enzo Del Re

Il 7 giugno scorso è morto Enzo Del Re. Era nato a Mola (BA) nel 1944. Musicista autodidatta, cantastorie anarchico, cantautore di strada, considerato un maestro da Daniele Sepe e da Vinicio Capossela. Unico strumento che utilizzava nelle sue performance dal vivo, che pretendeva fossero di otto ore, perché tanto dura la giornata di un operaio, era una sedia, su cui batteva le mani a tenere il ritmo. L'altro strumento era semplicemente la sua voce. Aveva scelto la sedia per riscattarne l'immagine terrificante della sedia elettrica, per sovrapporre a uno strumento di morte un oggetto fondamentale nella cultura contadina. Sulla sedia si sedeva chi raccontava la storia nei filò della stalla, gli altri ascoltavano in piedi o seduti per terra. I suoi testi erano pieni di giochi di parole e di ironia. Dopo aver lavorato con Dario Fo verso la fine degli anni Sessanta, ottenne un successo, non certo commeciale, ma di fama, nel 1977, quando un suo brano, Lavorare con lentezza, divenne la sigla di Radio Alice a Bologna e uno dei pezzi simbolo del movimento di protesta generazionale di quell'anno.
Nel 2004 un film di Guido Chiesa, che ricordava la Bologna del 1977, intitolato appunto Lavorare con lentezza, aveva riacceso l'interesse intorno a lui. Nel 2010 riceve un riconoscimento alla carriera dal Premio Tenco, dopo le apparizioni nelle tournee di Vinicio Capossela e dei Tetes de bois.
In dialisi da qualche anno, viveva con la pensione sociale di 300 euro al mese.
Su you tube è reperibile diverso materiale, fra cui il video di Scittrà e la sua apparizione sul palco del 1° maggio 2010, con Vinicio Capossela.
"Lavorare con lentezza/senza fare alcuno sforzo/chi è veloce si fa male e finisce in ospedale/lavorare con lentezza, la salute non ha prezzo/QUINDI rallentare il ritmo.// Lavorare con lentezza/senza fare alcuno sforzo/pausa pausa ritmo lento/sempre fuori dal motore/vivere al rallentatore. //Ti saluto ti saluto/ti saluto a pugno chiuso/nel mio pugno c'è la lotta/ contro la nocività."
Qui sotto un link per chi desiderasseleggere l'omaggio tributatogli da Vinicio Capossela, pubblicato da Repubblica on line.
http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2011/06/12/news/capossela_enzo_del_re-17589067/?ref=HREC1-12
Noi lo salutiamo con una rosa e con le parole di Daniele Sepe: "Buon viaggio, Enzo, una sedia la troverai pure dove stai adesso. E il biglietto di sicuro non l'avrai voluto pagare".
E con la foto della scritta che è rimasta a Bologna in via del Pratello, che ho fotografato nel dicembre dello scorso anno.

martedì 24 maggio 2011

24 maggio: il Piave, Ilaria Alpi e Bob Dylan

Uno dice ventiquattro maggio. Che cosa viene in mente? A me viene in mente innanzitutto il Piave, che moromora calmo e placido, il 24 maggio (quando passano i fanti). Ultimamente, se fossi nel Piave, mi incazzerei anche molto, altro che mormorare o borbottare. C'è una lista politica, non so se sia un vero e proprio partito, comunque esiste, e si chiama Razza Piave. A me viene in mente, detta così, una razza bovina. Invece no, sarebbe, nelle intenzioni dei promotori, una razza umana. E allora penso: va beh essere dementi, ma qui si esagera.
*****
Il 24 maggio del 1961 è nata Ilaria Alpi, oggi, se fosse viva compirebbe 50 anni. Inviata di Raitre, uccisa in Somalia, a Mogadiscio il 20 marzo del 1994, insieme al suo operatore di ripresa, Miran Hrovatin, nel corso di un'inchiesta sul traffico di armi e di sostanze tossiche. I due giornalisti, veri giornalisti d'inchiesta, avevano probabilmente scoperto qualcosa che probabilmente coinvolgeva l'esercito italiano e altre autorità nazionali e internazionali.
Guarda caso, nel novembre precedente era stato ucciso sempre in Somalia, in circostanze misteriose, il sottufficiale del SISMI Vincenzo Li Causi, informatore della stessa Alpi sul traffico illecito di scorie tossiche nel paese africano. Per saperne di più, rimando a un approfondimento su un sito di controinformazione.
http://www.libreidee.org/2010/07/armi-e-rifiuti-tossici-ilaria-alpi-il-martirio-della-verita/
Ma la scia di morti legati a quel caso non è finita qui.
Secondo alcune interpretazioni, i due giornalisti avrebbero scoperto un traffico internazionale di veleni, rifiuti tossici e radioattivi prodotti nei Paesi industrializzati e stivati nei Paesi poveri dell'Africa, in cambio di tangenti e armi scambiate coi gruppi politici locali.
Sulla "scena del delitto" erano presenti due troupes televisive: quella della Svizzera italiana (RTSI) ed una americana (ABC).
Le immagini che ci sono giunte, di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin colpiti ed accasciati nell'abitacolo del loro fuoristrada, sono state girate dall'operatore dell'Abc, di origine greca, trovato ucciso qualche mese dopo a Kabul, in una stanza d'albergo. Vittorio Lenzi, operatore della troupe svizzera-italiana è rimasto vittima di un incidente stradale sul lungolago di Lugano (mai chiarito del tutto nella dinamica).
Roba da brividi.
Il film del 2003 Ilaria Alpi - Il più crudele dei giorni, di Ferdinando Vicentini Orgnani, cerca di ripercorrere la vicenda, sulla quale è stata aperta anche un'inchiesta parlamentare. La Commissione è ancora al lavoro.
*****
Il 24 maggio del 1941 è nato Bob Dylan, che oggi compie 70 anni.
Nel 1966 rivelò in un'intervista di essere appena uscito dalla dipendenza dall'eroina, per la quale spendeva 25 dollari al giorno, e di avere tentato il suicidio.
Aveva già realizzato sette album, con alcune delle sue canzoni più belle.
Il suo sito ufficiale è:
http://www.bobdylan.com/
The freewheelin' Bob Dylan, il suo secondo album, uscito il 27 maggio del 1963, contiene alcuni dei suoi brani più belli, ed è una rivoluzione in musica, antesignana di quelle che seguiranno negli anni successivi nelle scuole e nelle università (e molti cantavano Bob Dylan...): Blowin' in the wind, Masters of war (entrambe contro la guerra), A hard rain's gonna fall (contro il nucleare militare), Don't think twice, it's all right e altri brani innovativi e dai contenuti sociali forti.
Il sesto album, del 1965, Highway 61 revisited contiene Like a rolling stone, altro brano celebre e più volte reinterpretato e riarrangiato; notissima e forse insuperabile la versione live con The Band.
La mia personale playlist del "menestrello" prosegue con Just like a woman, presente nel settimo album, del 1967, Blonde on blonde. Il dodicesimo album in studio originale, Pat Garrett & Billy the Kid, colonna sonora di un film del 1973, contiene un altro brano indimenticabile: Knockin' on heaven's door. Album numero 14, Planet waves, con Forever Young, e siamo arrivati al 1974. Il 1974 è anche l'anno del doppio lp live Before the flood, in cui Dylan suona con The Band. Si tratta di uno degli album più belli, in cui Dylan rivisita i suoi brani con gli arrangiamenti della Band per eccellenza. C'è una bellissima versione di I shall be released, già incisa da The Band nell'album di esordio e da Dylan nel secondo Greatest Hits del 1971.
Nel 1976 arriva Desire il 17° album in studio, in cui compaiono alcuni bellissimi brani, fra cui il più noto è Hurricane; c'è anche Romance in Durango, resa famosa in Italia da una versione tradotta da Fabrizio De André (Avventura a Durango).
1978: diciottesimo album in studio, Street legal, contenente Baby stop crying.
Per trovare qualcosa dello stesso livello dei dischi citati, secondo me occorre attendere oltre vent'anni. Nel 2001 il menestrello pubblica un album stupendo, Love and theft.
Sono passati dieci anni esatti da allora.
Auguri, Bob Dylan.

giovedì 19 maggio 2011

Raphael Gualazzi, Reality and fantasy

Raphael Gualazzi, dopo aver vinto Sanremo Giovani e vari premi della critica, nei giorni scorsi è arrivato secondo all'Eurofestival e la sua partecipazione lo ha lanciato soprattutto in Germania, dove i suoi brani sono fra i più scaricati da iTunes e Amazon. La notizia non mi ha sorpreso più di tanto, perché avevo già acquistato e ascoltato il suo cd Reality and fantasy. Mi aveva sorpreso ed entusiasmato. Gualazzi ha trent'anni, è di Urbino, sa suonare benissimo il piano e canta in modo orginale, con una voce molto musicale. I suoi brani sono arrangiati con armoniche e fiati, il suo è un jazz spruzzato qua e là di pop e di rock; sicuramente ha del talento. Canta spesso in inglese, che è una specie di passaporto mondiale per la musica, è decisamente bravo e divertente. Non è un ragazzino, la gavetta l'ha fatta. Scuderia Sugar di Caterina Caselli, non marchio X factor o Amici. Non mi sembra un successo costruito dai media, il suo, ma conquistato per meriti. Su 15 brani dell'album, 13 sono interamente scritti da Gualazzi, che suona il piano ovunque, con un gran ritmo, concedendosi anche qualche virtuosismo. Quattro tracce sono cantate in italiano (Follia d'amore, quella di Sanremo 2011, Calda estate, Sarò sarai, Lady O), le altre sono in inglese. Spiccano per il ritmo Tuesday, A Three second breath e Calda estate. La traccia 4, Reality and Fantasy, che dà il titolo al disco, è uno dei brani più divertenti, ritmo accativante e giochi vocali dello stesso Gualazzi che interpreta la voce principale con il backing vocals di Abigail Bailey, dalla voce bassa e graffiante. Gualazzi qui si diverte anche con il kazoo.  Fiat ha scelto questo brano per la pubblicità del suo marchio in Europa. L'attacco di Lady O è un pianoforte scatenato, poi seguono parole ritmate e non banali: "Camminavo sulla pioggia sorseggiando un'anima di Genepy/ma ecco che ad un angolo deraglio nelle brame dei tuoi occhi/non mi sento tanto bene forse è proprio colpa di quei sigari/di certo se ti porto a casa spero di evitare i poliziotti." E un po' più avanti: "Siediti carina e fatti spazio in questo treno di perplessità". Comunque tutti i brani sono piacevoli. La scelta del jazz è abbastanza coraggiosa nel panorama attuale. Se il successo si consolida è tutto meritato.
http://www.raphaelgualazzi.com/

martedì 22 marzo 2011

Luigi Tenco

Arrivo un po' in ritardo, ma ieri mi era sfuggito l'anniversario della nascita di Luigi Tenco, avvenuta il 21 marzo del 1938.
Tenco scrisse e cantò canzoni in cui l'amore assumeva contorni reali, con il linguaggio dei giorni di ciascuno, ma con una nota di tristezza in più, a volte con un tocco di genialità che lacerava le banalità e le rime dell'epoca cuore/amore. Per esempio: "Mi sono innamorato di te/perché non avevo niente da fare"; decisamente anticonformista e cinico, per essere il verso di una canzone d'amore. Oppure: "Io sì che ti avrei insegnato le cose dell'amore/che per lui sono peccato"; quasi a inneggiare alla liberazione sessuale, prima del 1968, quindi non in omaggio ai tempi, ma fuori dal coro. Per questo fu spesso censurato e le sue canzoni non potevano essere trasmesse in tv o in radio. Alcune curiosità: nel 1962, ebbe una breve esperienza cinematografica, con il film La cuccagna di Luciano Salce, pellicola nella quale cantò il brano "La ballata dell'eroe", composta dall'amico Fabrizio De André. Sempre negli anni sessanta strinse un'amicizia importante con il poeta anarchico genovese Riccardo Mannerini. Una vena d'anarchia serpeggia nei suoi atteggiamenti anticonformisti.
Melodie struggenti, testi mai banali, interpretazioni intense, questo era Tenco. Io lo scoprii molti anni dopo la morte, avvenuta nel 1967. Fu sempre considerato un suicidio con la pistola, durante un festival di Sanremo, quando Luigi non aveva ancora compiuto trent'anni.
Alcuni avanzano ancora dei dubbi sul suicidio, ipotizzando un omicidio, ma anche dopo la riesumazione della salma, le perizie non hanno potuto dire qualcosa di diverso.
A me pare che chi solleva dubbi non accetti il suicidio in generale e dimentichi che anche persone come Primo Levi o Cesare Pavese si sono suicidate. Certo, il suicidio fa scandalo, solleva dubbi sulla bellezza e la verità della vita, sbatte in faccia la scelta di chi ha scelto di andarsene scegliendo il modo e il momento. Un gesto profondamente anarchico, se vogliamo.
Il suicidio è spesso un gesto di ribellione e io credo che in Tenco questo ci stia, sia credibile. Era probabilmente per lui insopportabile essere eliminato da Sanremo mentre arrivavano a vincere canzoni banali e mal scritte, a volte anche mal cantate.
Diversi sono stati i tributi a Tenco nati nel corso degli anni da colleghi cantautori, amici, musicisti ed estimatori. Tra i più interessanti e significativi: 
Preghiera in gennaio di Fabrizio De André, pubblicata per la prima volta nel 1967, con la quale il cantautore onora l'amico scomparso concedendogli un posto in paradiso.
Signori benpensanti, spero non vi dispiaccia
se in cielo, in mezzo ai Santi, Dio, fra le sue braccia,
soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte,
che all'odio e all'ignoranza preferirono la morte.
Festival di Francesco De Gregori, dall'album Bufalo Bill del 1976 (uno dei migliori di De Gregori), nella quale viene difesa l'umanità di Luigi ("qualcuno ricordò che aveva dei debiti, mormorò sottobanco che quello era il motivo. Era pieno di tranquillanti, ma non era un ragazzo cattivo") e messa in risalto la facilità con cui, dopo la tragedia, si è fatto a gara per essere suoi amici ("si ritrovarono dietro il palco, con gli occhi sudati e le mani in tasca, tutti dicevano: "Io sono stato suo padre!", purché lo spettacolo non finisca"), mentre prima era stato lasciato solo. L'ipocrisia dello show business, atrocemente forte coi deboli e debolissimo coi prepotenti.
Nel 1972 Amilcare Rambaldi a Sanremo costituisce il Club Tenco, con lo scopo di riunire tutti coloro che si propongono di valorizzare la canzone d'autore. Dal 1974, in suo onore, al Teatro Ariston di San Remo è stato istituito dal Club Tenco il Premio Tenco, manifestazione a cui hanno partecipato i più grandi cantautori degli ultimi decenni.
Per saperne di più:
http://www.clubtenco.it/home.htm

venerdì 4 marzo 2011

Miriam Makeba

Miriam Makeba anche nota come Mama Afrika è nata a Johannesburg il 4 marzo del 1932. E' stata una cantante sudafricana dalla voce unica, come unico era il suo modo di tradurre in canto la cultura nera e la lotta antiapartheid, contro il quale si è anche impegnata politicamente. Stilisticamente univa il jazz alla canzone popolare sudafricana. Potrebbe essere considerata, alla luce delle attuali classificazioni musicali, una fondatrice della world music.

Miriam comiciò a riscontrare un notevole successo dopo il suo primo tour negli Stati Uniti del '60, ma questo si tradusse con l'esilio imposto dal governo di Pretoria. Non potevano tollerare che fosse diventata il simbolo di un popolo oppresso. Resterà lontana dal suo paese per ben trent'anni, che trascorse fra Europa e Guinea.
Nel 1990 la Makeba viveva a Bruxelles, quando Nelson Mandela la convinse a rientrare in Sudafrica. Nel 2005, in condizioni di salute precarie, a causa dell'artrite reumatoide che le era stata diagnosticata in gioventù, si dedicò a un tour mondiale di addio alle scene, cantando in tutti i paesi che aveva visitato nella sua carriera.
Miriam Makeba è morta per un attacco cardiaco nella notte fra il 9 e il 10 novembre 2008, a Castel Volturno, in Campania, dove, qualche ora prima, nonostante forti dolori al petto, si era esibita in un concerto contro la camorra e contro il razzismo. E' dunque morta come aveva scelto di vivere, sul palco, in prima fila contro l'ingiustizia, nell'Africa casertana.


lunedì 21 febbraio 2011

Una rosa per Roberto Vecchioni

Roberto Vecchioni ha vinto il 61° Festival di Sanremo, con “Chiamami ancora amore”.
Probabilmente non la  più bella delle tante canzoni di Vecchioni, ma senz'altro la più bella delle canzoni presenti a Sanremo 61.
E Vecchioni sta trionfando anche su Youtube: il video più visto, fra i vari presenti su Youtube con la canzone vincitrice di Sanremo 2011, sta viaggiando verso il milione di visualizzazioni.
Il cantautore definisce il suo brano "una felice fusione fra canzone d’autore e musica popolare". 
Il testo è comunque interessante, con caratteristiche spiccate di canzone d'autore, innestato su una melodia popolare e tipicamente da canzone italiana.
La prima strofa è grintosa e molto schierata in difesa di chi oggi non ha voce:
"Per il poeta che non può cantare/per l’operaio che non ha più il suo lavoro/per chi ha vent’anni e se ne sta a morire/in un deserto come in un porcile/e per tutti i ragazzi e le ragazze/che difendono un libro, un libro vero/così belli a gridare nelle piazze/perché stanno uccidendo il pensiero".
 Così non può non piacermi il passaggio dedicato alla memoria, alla quale questo blog è dedicato, offesa  ferita da un paese che non è più capace o non ha più la volontà di ricordare:
" per la nostra memoria gettata al vento
da questi signori del dolore".
 La seconda strofa, dopo la lucida analisi intrisa di pessimismo (della ragione?), vira verso l'ottimismo (della volontà?), con il passaggio sulle idee, che "sono come farfalle/che non puoi togliergli le ali/perché le idee sono come le stelle/che non le spengono i temporali/perché le idee sono voci di madre/che credevano di avere perso/e sono come il sorriso di Dio/in questo sputo di universo".
 Insomma, se il Festival di Sanremo è in qualche modo un fenomeno di costume e uno spaccato dell'attuale congerie culturale, speriamo che la vittoria di Vecchioni sia il segnale di una voglia di riscatto. 
Dunque, una rosa per Roberto Vecchioni e per le sue canzoni.



“Chiamami ancora amore” di Roberto Vecchioni
E per la barca che è volata in cielo
che i bimbi ancora stavano a giocare
che gli avrei regalato il mare intero
pur di vedermeli arrivare
Per il poeta che non può cantare
per l’operaio che non ha più il suo lavoro
per chi ha vent’anni e se ne sta a morire
in un deserto come in un porcile
e per tutti i ragazzi e le ragazze
che difendono un libro, un libro vero
così belli a gridare nelle piazze
perché stanno uccidendo il pensiero
per il bastardo che sta sempre al sole
per il vigliacco che nasconde il cuore
per la nostra memoria gettata al vento
da questi signori del dolore
Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
Che questa maledetta notte
dovrà pur finire
perché la riempiremo noi da qui
di musica e di parole
Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
In questo disperato sogno
tra il silenzio e il tuono
difendi questa umanità
anche restasse un solo uomo
Chiamami ancora amore
Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
Perché le idee sono come farfalle
che non puoi togliergli le ali
perché le idee sono come le stelle
che non le spengono i temporali
perché le idee sono voci di madre
che credevano di avere perso
e sono come il sorriso di Dio
in questo sputo di universo
Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
Che questa maledetta notte
dovrà pur finire
perché la riempiremo noi da qui
di musica e parole
Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
Continua a scrivere la vita
tra il silenzio e il tuono
difendi questa umanità
che è così vera in ogni uomo
Chiamami ancora amore
Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
Che questa maledetta notte
dovrà pur finire
perché la riempiremo noi da qui
di musica e parole
Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
In questo disperato sogno
tra il silenzio e il tuono
difendi questa umanità
anche restasse un solo uomo
Chiamami ancora amore
Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
Perché noi siamo amore

sabato 19 febbraio 2011

Fabrizio De André

Il 18 febbraio del 1940 è la data di nascita di Fabrizio De André.
Faber, l'Amico fragile, il poeta in musica, capace di cantare gli oppressi e gli umili. Riuscì persino a perdonare e a cantare le ragioni dei banditi sardi che lo rapirono e lo tennero a lungo prigioniero in Sardegna con la compagna Dori Ghezzi.
Se non se ne fosse andato, consumato dal cancro in un triste giorno di gennaio del 1999, oggi compirebbe 71 anni. Mi commosse alle lacrime il racconto degli ultimi momenti di Faber, ricordati dal figlio Cristiano. Il figlio racconta come il padre avesse voluto vicino Cristiano e Luvi, la figlia, insieme a Dori Ghezzi. Voleva tenerli per mano negli ultimi momenti della sua vita, voleva andarsene col ricordo di quella stretta, di quell'amore e di quel dolore.
Wikipedia riporta una biografia completa.
http://it.wikipedia.org/wiki/De_André
Altri link per saperne di più:
http://www.viadelcampo.com/home.html
http://www.creuzadema.net/
http://www.fondazionedeandre.it/index.html

Di Fabrizio De André ho ascoltato tutto. Ho amato i suoi concept album degli inizi: Tutti morimmo a stento, La buona novellaNon al denaro, non all'amore né al cielo (ispirato all'Antologia di Spoon River), Storia di un impiegato.
Credo che i migliori album in assoluto siano però Fabrizio De André (altrimenti noto come L'indiano, per via del disegno di copertina, raffigurante un pellerossa a cavallo), Creuza de mà e Anime salve.
Una mia playlist ideale di 14 canzoni comprenderebbe: La città vecchia, Via del Campo, Bocca di rosa, Il pescatore, Il suonatore Jones, Verranno a chiederti del nostro amore, Amico fragile, Rimini, Se ti tagliassero a pezzetti, Hotel Supramonte, Creuza de mà, Khorakhané, Anime salve, Smisurata preghiera.
Di De André ho letto anche il romanzo, scritto a quattro mani con Alessandro Gennari, Un destino ridicolo. Struttura circolare e racconto a più voci.
Questo breve brano, tratto dal romanzo, dà l'idea di come la scrittura in prosa fosse per lui un gioco, un modo di dire con altre parole ciò che aveva cantato nelle sue bellissime canzoni poetiche:
"era andato alla stazione per buttarsi sotto un treno; ma quando era passato davanti alle baracche degli zingari, aveva visto un bambino sporco e malvestito che inseguiva i piccioni battendo le mani, ridendo forte ogni volta che si alzavano in volo. In seguito avrebbe detto che si era sentito improvvisamente uno stupido [...] forse la vita è un gioco e trasformarla in tragedia è da stupidi."
Di lui hanno scritto in molti. La bibliografia comprende ormai decine di testi critici, biografici etc. Segnalo come interessanti quelli che ritengo i migliori, in ordine di merito crescente: Luigi Viva, Vita di Fabrizio De André; Romano Giuffrida, De André: gli occhi della memoria; Cesare G. Romana, Smisurate preghiere. Sulla cattiva strada con Fabrizio De André.
De André ha sempre dichiarato simpatie anarchiche, tanto da finanziare la Rivista Anarchica "A".
Proprio "A" ha dedicato a Faber alcune belle iniziative editoriali: Ed avevamo gli occhi troppo belli (libretto + cd con alcune rare registrazioni); Ma la divisa di un altro colore (dvd contenente il film "Faber", documentario su De André molto bello e interessante, imperdibile per i fans, girato da Bruno Bigoni e Romano Giuffrida; due brani di Faber eseguiti da Moni Ovadia e Lella Costa; un libretto); A forza di esser vento (doppio dvd sullo sterminio nazista degli zingari+libretto); Mille papaveri rossi (libretto+doppio cd con le canzoni di Faber eseguite da musicisti forse non  noti, ma molto bravi e soprattutto capaci di cantare e suonare versioni molto particolari, con arrangiamenti poveri e originali, che esaltano la forza poetica dei versi in musica di De André; anche questo assolutamente imperdibile per i fans).
Il link del sito di Rivista anarchica, sul quale è possibile ordinare i materiali:
http://www.arivista.org/
Le canzoni di De André sono anche uno dei fili del tessuto del romanzo La schiuma della memoria, come spiego nelle pagine dedicate.
De André è senz'altro uno dei miei riferimenti poetici, musicali, culturali più importanti.



"Libertà l'ho vista svegliarsi/ ogni volta che ho suonato/ per un fruscio di ragazze/ a un ballo,/ per un compagno ubriaco".

martedì 25 gennaio 2011

Giorgio Gaberscik detto Gaber

Oggi voglio ricordare un grande autore e interprete della canzone italiana: Giorgio Gaber, che di cognome in realtà faceva Gaberscik, nato il 25 gennaio del 1939 a Milano e morto dopo una sofferta malattia, di cancro, il 1° gennaio del 2003. 
Dopo un esordio "leggero", ma che va ricordato perché insieme a Celentano fu il primo interprete del rock in Italia, dopo un certo successo televisivo e la parecipazione ad alcuni festival di Sanremo, Gaber, all'inizio degli anni '70 decide di cambaire modo e stile di porsi al pubblico. Così s'inventa il teatro canzone, vale a dire degli spettacoli teatrali veri e propri, la cui struttura portante era data da canzoni scritte da lui, insieme spesso a Sandro Luporini, alternate a monologhi sull'attualità, non intesa come cronaca, ma come riflessione sui nodi della contemporaneità. Col suo teatro-canzone Giorgio Gaber ha attraversato quarant'anni cruciali della storia italiana. Ironico, ruvido, istrionico, nel corso degli anni è stato definito "anarchico", "vate dei cani sciolti", "anticonformista", "qualunquista" (!) ma qualsiasi etichetta risulta insufficiente a riassumerne la personalità. La sua mimica facciale era veramente incredibile ed era l'aspetto più squisitamente teatrale del suo esibirsi in pubblico. Le sue smorfie erano già di per sé tutte da vedere e molto espressive. Ebbi l'occasione di vedere un suo spettacolo al Regio di Parma negli anni'80 (credo che si trattasse di Io se fossi Gaber) e fui colpito proprio dalla sua impressionante mimica facciale (che scrutavo dai loggioni con un binocolo da birdwatcher).
Senz'altro i recital che Gaber portava in giro per i teatri negli anni 70 erano di intelligenza non comune, perché sferzavano i costumi e le mode effimere e i luoghi comuni, anche della sinistra (verso la quale era politicamente orientato). Il teatro canzone gli permetteva di esprimersi utilizzando insieme la parola e il gesto teatrali, mescolati alla musica e alla sonorità delle canzoni, coi quali formavano un corpo unico e non scisso. Portò nei teatri abituati alla prosa borghese la sua poetica dissacrante anti-borghese e anti-clericale, contro ogni ipocrisia, anche di sinistra. Come tutti i grandi interpreti della cultura italiana (Gramsci, Pasolini, Pavese, Levi, De André, tanto per citare alcuni dei "miei" morti) vissi anche lunghi momenti di isolamento, con pochi amici, fra i quali sempre presenti Enzo Jannacci (col quale aveva costituito un duo a inizio carriera, I due corsari, e col quale ricostituì, negli anni successivi, un altro duo: i Baba Jaga) e Luporini. La sua voce è quella di un individualista senza pace, che non riesce a tacere su nulla, contrario a qualsiasi omologazione. In "L'uomo non è fatto per star solo", da "Polli di allevamento" (1978/79), dice: "Le cose buone non fanno epidemia/ è un fatto biologico/ L'intelligenza non si attacca/ La scarlattina sì/ Le persone che si aggregano hanno incorporato un distillatore che elimina via tutto il buono e lascia passare la merda pura".
E di nuovo, scusatemi, ma è inevitabile in questo periodo socialmente e politicamente disgustoso, tocca sentir parlare di quello strato fecale che cominciava ad avvolgere l'Italia dal consumismo che, secondo Pasolini, in pochi aveva distrutto l'identità e avvelenato l'anima degli italiani più di quanto avesse fatto il fascismo in un ventennio.
Di Gaber vorrei ancora ricordare il suo ultimo disco, un capolavoro amaro e lucido, tagliente e dolente: Io non mi sento italiano. Il disco è uscito postumo, nel 2003, senza rimaneggiamenti: aveva fatto in tempo a finirlo, prima di morire.
Come se fosse l'ultima cosa che Gaber ci volesse donare, l'ultima sua creazione, una specie di testamento artistico.
Difficile non pensare a un riferimento alla propria malattia, oltre che a una feroce metafora della società, incapace di generare antidoti al razzismo e alla violenza, in I mostri che abbiamo dentro: "I mostri che abbiamo dentro/crescono in tutto il mondo/i mostri che abbiamo dentro/ci stanno devastando". Bellissima anche Non insegnate ai bambini, con consigli pedagogici che rimandano a una pedagogia della bellezza, che io considero assolutamente necessaria e indifferibile (cosa di cui i lettori più attenti del romanzo e/o del blog si saranno accorti): Non insegnate ai bambini, dice Gaber,  "ma se proprio volete/insegnate soltanto la magia della vita"; "ma se proprio volete/ raccontategli il sogno di un'antica speranza"; "ma coltivate voi stessi il cuore e la mente/stategli sempre vicini/date fiducia all'amore il resto è niente". Il brano Io non mi sento italiano è dedicato al Presidente della Repubblica, che allora era Carlo Azeglio Ciampi. Amara e lucida analisi del rovesciamento fra finzione e realtà che sembra essersi impossessata del nostro vivere è Il tutto è falso: "Io/che non riesco più a ritrovare/qualche cosa per farmi uscire/dalla mia solitudine./Cerco di afferrare un po' il presente/ma se tolgo ciò che è falso/non resta più niente". Notevolissima la riproposizione di Un'illogica allegria, che rovescia il senso dei Mostri citati in precedenza, trasformando l'angoscia in accettazione; qui Gaber afferma esplicitamente: "E' come se improvvisamente/mi fossi preso il diritto/di vivere il presente./Io sto bene.../quest'illogica allegria/proprio ora, proprio qui".
Proprio in quegli ultimi attimi di vita, sembra dirci Gaber, io sto bene. Me ne sto andando, e va bene così.
Un'accettazione illuminata del dolore e della sofferenza.
E scusate se sono stato un po' lungo...




domenica 26 dicembre 2010

Natale di prima e seconda mano

NATALE (1978)





C'è la luna sui tetti e c'è la notte per strada
le ragazze ritornano in tram
ci scommetto che nevica, tra due giorni è Natale
ci scommetto dal freddo che fa.
E da dietro la porta sento uno che sale
ma si ferma due piani più giù
un peccato davvero ma io già lo sapevo
che comunque non potevi esser tu
E tu scrivimi, scrivimi
se ti viene la voglia
e raccontami quello che fai
se cammini nel mattino e ti addormenti di sera
e se dormi, che dormi e che sogni che fai.
E tu scrivimi, scrivimi per il bene che conti
per i conti che non tornano mai
se ti scappa un sorriso e ti si ferma sul viso
quell'allegra tristezza che ci hai
Qui la gente va veloce ed il tempo corre piano
come un treno dentro a una galleria
tra due giorni è Natale e non va bene e non va male
buonanotte torna presto e così sia.
E tu scrivimi, scrivimi
se ti viene la voglia
e raccontami quello che fai
se cammini nel mattino e ti addormenti di sera
e se dormi, che dormi e che sogni che fai.



NATALE DI SECONDA MANO (2001)


Oggi è tempo d'incendi, organizziamo presepi
Dalle stelle tu scendi e ci senti e ci vedi
Addormentati in panchina o indaffarati a far niente
Ed il freddo che arriva, ci brucia e ci spegne
Non c'è nessun segreto, nessuna novità
Non c'è nessun mistero, nessuna natività
Io ti regalo una foglia da masticare col pane
E tu una busta di vino per passare la fame
Sior capitano aiutaci ad attraversare
questo mare contro mano
Sior capitano, da destra o da sinistra non veniamo
e questa notte non abbiamo
Governo e parlamento non abbiamo e ragione
Ragione o sentimento non conosciamo
e quando capita ci arrangiamo
E ci arrangiamo
Con documenti di seconda mano
Con documenti di seconda mano

Oggi è tempo d'attesa, organizziamo qualcosa
Mentre balla sul marciapiede, la vita in rosa
Che ci guarda e sorride e non ci tocca mai
Ultimi di tutto il mondo, piccoli fiammiferai
Non c'è nessun perdono in tutta questa pietà
Non c'è nessun calore, nessuna elettricità
E oggi parlano i cani per sentirsi più buoni
Intorno al nostro fuoco cantano canzoni
Sior capitano aiutaci a attraversare
questo mare contro mano
Sior capitano, da destra o da sinistra non veniamo
e questa notte non abbiamo
Governo e parlamento non abbiamo e ragione
Ragione o sentimento non conosciamo
e quando capita ci arrangiamo
E ci arrangiamo
Con documenti di seconda mano
Con documenti di seconda mano 
Oggi mi sono venute in mente queste due canzoni di Francesco De Gregori.
Nella prima, Natale, del 1978, il cantautore immagina una situazione di assenza, il pensiero va a una donna partita, che non può ritornare e c'è l'invito alla compagna a scrivere (una lettera, naturalmente: non c'erano altre possibilità di scrittura, sms o mail...), a farsi viva. Ci sono dentro la curiosità e la nostalgia, l'attesa delle notizie. Il Natale si avvicina e il cantautore descrive la sua sommessa tristezza, sorretta però da un ritmo che culla la voce e da una musica simile a una sorta di valzer natalizio, dunque in regola con la tradizione delle classiche canzoni  natalizie americane.
Sono due canzoni tristi: la prima malinconica e con un fondo di ottimismo sulle notizie in arrivo, dove l'atmosfera del Natale di gioia è solo accantonato per un attimo:
E tu scrivimi, scrivimi per il bene che conti
per i conti che non tornano mai
se ti scappa un sorriso e ti si ferma sul viso
quell'allegra tristezza che ci hai
Qui la gente va veloce ed il tempo corre piano
come un treno dentro a una galleria
tra due giorni è Natale e non va bene e non va male
buonanotte torna presto e così sia. )
 Ventitre anni dopo, qualcosa è cambiato, anzi, sono cambiate molte  cose.
In Natale di seconda mano (2001), il cantautore stavolta dà voce a degli immigrati, poveri homeless nella prima strofa, musicisti rom o qualcosa di simile nella seconda. Immigrati senza documenti validi, ma solo di seconda mano. Immigrati che si arrangiano, disposti a raccogliere le briciole dell'abbondanza altrui.
La canzone mette in scena un'umanità dolente e umile, priva di voce e di possibilità, priva di speranze, priva di rappresentanza; l'attesa è solo un tentativo di sopravvivere:
Addormentati in panchina o indaffarati a far niente
Ed il freddo che arriva, ci brucia e ci spegne
Non c'è nessun segreto, nessuna novità
Non c'è nessun mistero, nessuna natività
Oggi è tempo d'attesa, organizziamo qualcosa
Mentre balla sul marciapiede, la vita in rosa
Che ci guarda e sorride e non ci tocca mai
Ultimi di tutto il mondo, piccoli fiammiferai
Non c'è nessun perdono in tutta questa pietà
Non c'è nessun calore, nessuna elettricità
E oggi parlano i cani per sentirsi più buoni
Intorno al nostro fuoco cantano canzoni

Uno specchio di come sono cambiate le cose nel frattempo. Fuori di noi e dentro di noi.
Buona serata
 

lunedì 6 dicembre 2010

Per ora noi la chiameremo felicità


Oggi parlo di Vasco.
No, non si tratta di Vasco Rossi, ma di Vasco Brondi, alias Le luci della centrale elettrica.
Ho comprato il nuovo cd e suo secondo disco, Per ora noi la chiameremo felicità.
Ascolto non semplice, composizione dei testi con poche rime e assonanze, con un lavoro sulla lingua interessante e mai banale: "e per struccarti useranno delle nuvole cariche di pioggia", "e di notte le pattuglie che inseguono le falene e le comete come te", "nelle nostre camere separate a inchiodare le stelle a dichiarare guerre" sono tre versi di Cara catastrofe.
Cara catastrofe è anche il nome della produzione esecutiva del disco, ricordato nei credits finali del cd. E dopo cara catastrofe, tra parentesi leggo: PRODUCI CONSUMA CREPA.
Allora sento un'affinità con Vasco, che aumenta all'ascolto di Anidride carbonica, in cui vengono addirittura citati gli "occhiali neri di Pasolini". Anidride carbonica alle mie orecchie suona come una canzone dedicata all'Italia (non so se sia davvero così): "non parlarmi degli archi parlami delle tue galere [...] e ronde di merda nel regno dei cieli grigioneri/chiamale se vuoi esplosioni" (e qui ci leggo anche una ironica citazione di Battisti -"e chiamale se vuoi emozioni"-).
E ancora giochi di parole che si inseguono e si annodano: "dormiremo nei letti prosciugati dei fiumi surrogati di sogni/parlami delle migrazioni dei rumeni e delle rondini"; che diventano anche giochi linguistici sulla memoria collettiva recente, come "i nostri scudi di plexiglass le nostre parole che sono solo anidride carbonica/e bombe a grappoli dai cieli con dentro i tuoi curriculum inverosimili" o, in un altro brano (Quando tornerai dall'estero), meno recente, come "era una gara di resistenza partigiano portami via". Nella stessa canzone spicca inoltre "saremo come gli aironi che abitano vicino ai campi nomadi".
E i riferimenti ironici alla dura realtà quotidiana, con uno sguardo al sociale e al collettivo, sono sparsi qua e là nelle canzoni. Per esempio, in Una guerra fredda: "venderemo le nostre ore a sei euro", "e le cicatrici sui volti dei magrebini distrutti come dei paracarri"; in Fuochi artificiali: "come le repubbliche democratiche fondate sui telespettatori". Il  titolo di un'altra canzone è sufficiente per comprendere come lo sguardo di Brondi sappia cogliere le mutazioni dei tempi: L'amore al tempo dei licenziamenti dei metalmeccanici. Un invito decisamente postmoderno ne Le petroliere: "ti avrei portato a nuotare dove affondano le petroliere".
E anche i versi più intimisti non dimenticano la realtà esterna, come si può ascoltare sempre ne Le petroliere: "parlavamo delle nostre interiorità/come se fossero delle metropoli/degli edifici antisismici delle camere a gas/parlavamo degli spargimenti di soldati in periferia/avevamo l'inesperienza necessaria dei fogli di via/e la mattina i capelli coperti di brina" oppure in Per respingerti in mare: "i tuoi pensieri sono spesso dello stesso materiale del cielo di Milano" oppure ancora in Le ragazze kamikaze: "e se gli alberghi appena costruiti coprono i tramonti tu non preoccuparti".
Un'altra cosa che mi piace di Brondi è che sceglie fumettisti artisti per le illustrazioni e le copertine dei cd: nel primo album la copertina era di Gipi, nel secondo album l'illustratore è Andrea Bruno, catanese trapiantato a Bologna. Sono disegni pittorici, di grande qualità estetica in entrambi i casi. Così il cd diviene un prodotto culturale multilinguistico, con le immagini che dialogano con i testi, nel libretto da sfogliare con piacere e naturalmente con le canzoni.
Con queste canzoni, probabilmente Vasco ha trovato la risposta alla domanda disperata che si rivolgeva e ci rivolgeva in La lotta armata al bar, presente nell'album d'esordio Canzoni da spiaggia deturpata, (vincitore del premio Tenco, dedicato alla canzone d'autore, nel 2008, sezione Opera prima): "cosa racconteremo ai figli che non avremo di questi cazzo di anni zero". Raccontare, l'importante è raccontare, si deve raccontare. E Le luci della centrale elettrica, con le sue canzoni, lo fa benissimo, ci racconta il post moderno e la condizione di precariato, il dolore e la rabbia, la disillusione e la speranza "che i sogni siano sintomi, siano armi nucleari".
La disperazione è una forma superiore di critica. Per ora noi la chiameremo felicità. Leo Ferrè

Qui sopra:  Copertina di Canzoni da spiaggia deturpata (2008), di Gipi; sotto: Copertina di Per ora noi la chiameremo felicità (2010), di Andrea Bruno.



sabato 30 ottobre 2010

Una rosa per Rino Gaetano

Ieri, 29 ottobre, avevo la linea telefonica in black out.
Oggi posso assegnare la rosa della settimana a Rino Gaetano, nato il 29 ottobre 1950. Ieri, dunque, avrebbe compiuto 60 anni.
Cantava la quotidianità con originalità, da ragazzo di strada calabrese. Morì in un incidente stradale, dopo che ben cinque ospedali ne rifutarono il ricovero.
Ma il cielo è sempre più blu, commenterebbe Rino.
E allora, una rosa per lui, e che il cielo sia sempre più blu per tutti voi.
Mattia