La schiuma della memoria

Qui si parla innanzitutto di un romanzo, uscito nel novembre del 2010 presso le edizioni Montag di Tolentino.
Il titolo è La schiuma della memoria e l'ho scritto io.
Poi si parla e si scrive di altre cose, di fotografie e di film, di libri letti e di teatro, di teatroterapia e di paesaggio. E di altro ancora. L'intenzione è comunque quella di raccordare la memoria con l'attualità per ritrovare il senso perduto degli eventi e per non dimenticare personaggi che con le loro vite hanno scritto pagine di storia non solo privata, ma anche collettiva. Molti di essi sono i miei riferimenti culturali e di valore. Il romanzo stesso dialoga con questi contenuti, in modo dinamico, in costante evoluzione, perché la memoria non è cristallizzazione ma è senso e significato. Mi piacerebbe che la lettura del blog desse anche il piacere della scoperta e di un punto di vista sul mondo spostato dalla norma, in qualche modo sorprendente. Buona lettura.
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lunedì 28 aprile 2014

Il mio XXV Aprile

Il mio XXV aprile è cominciato il 24 e finito il 26, quest'anno.
Il 24 ho avuto il piacere di partecipare come attore a una performance teatrale in quadri scenici, ideata e realizzata da Alberto Scozzesi, al suo esordio come regista teatrale.
La performance, svoltasi alle 21,30 nei giardini del Castello di Montecchio, ricordava alcuni episodi della Resistenza. Non so se nelle intenzioni di Alberto ci fosse la volontà di utilizzare i quattro elementi delle origini Acqua, Terra, Aria (cielo) e Fuoco, ma di fatto così è avvenuto. Ha una bella capacità visionaria, Alberto. Bravo, un bell'esordio.
Il 25 mi sono dedicato a rifinire gli elementi di regia di un'altra performance.
Nell'inverno scorso avevo ideato e coordinato un laboratorio taetrale a scuola, all'Istituto Rondani di Parma, condotto da Oreste Braghieri, montecchiese residente in Sardegna da vent'anni.
Oreste da diversi anni trascorre i mesi da novembre a febbraio a Montecchio Emilia e conduce alcuni laboratori teatrali con adulti e con studenti delle scuole secondarie superiori di Parma.
Io l'ho coadiuvato nella realizzazione del laboratorio, fungendo, in pratica, anche da aiuto regista.
Il laboratorio ha messo in scena uno spettacolo liberamente tratto da Se questo è un uomo di Primo Levi. Il laboratorio si era concluso nel febbraio scorso.
Poi il progetto ha avuto la possibilità di essere riproposto alla cittadinanza, grazie al bando del Comune di Parma, al quale l'Istituto Rondani ha partecipato. Al progetto è stata riconosciuta una dignità di rappresentazione pubblica e così, col patrocinio del Comune, il 26 gli studenti del Rondani sono tornati a rappresentare In fin che un giorno (questo il titolo del lavoro), nella Galleria di San Ludovico, alle 11. E stavolta in cabina di regia c'ero io, per la prima volta.
E' stato bello ed emozionante esserci.
Un 25 aprile lungo ed intenso, senz'altro da ricordare nella mia esperienza di vita. Mi ha fatto sentire protagonista attivo di un giorno dedicato alla memoria che mi è fra i più cari, che ritengo fra i più importanti e degni di essere ricordati. Forse il più importante in assoluto, per quanto mi riguarda.

Le foto sono di Ezio Alessandri


martedì 22 novembre 2011

Un altro poeta

Il 18 novembre scorso ho partecipato all'evento organizzato dal Teatro Due per ricordare Attilio Bertolucci, grande poeta del Novecento italiano (per me da inserire nella lista dei migliori dieci), Una vita in versi.
Il 18 novembre ricorreva il centenario della nascita del poeta.
E' stato commovente ascoltare sul palcoscenico il figlio Giuseppe, regista teatrale e cinematografico, fratello del più noto Bernardo. Giuseppe Bertolucci, accompagnato sul palco da Antonio Piovanelli in qualità di lettore, ha presentato nove poesie, quelle che il padre Attilio aveva dedicato espressamente a lui nella sua opera poetica.
Le letture di Piovanelli si alternavano ai commenti e alle presentazioni di Giuseppe, che leggeva pagine tratte dal suo recente libro Cose da dire (Bompiani).
Per leggere, il regista si è seduto sul divano che era stato utilizzato tanti anni prima, negli anni '50, per un ritratto fotografico della famiglia Bertolucci, nel salotto di casa a Roma.

Bella la foto, bello l'effetto della ricostruzione sul palcoscenico del set fotografico, anche coi quadri che compaiono nello sfondo della foto stessa.
Scena teatrale dunque semplicissima ma efficace, una sorta di deja vu e di gioco della memoria. Un'altra cosa ho molto apprezzato, la commozione di Giuseppe Bertolucci, i suoi occhi lucidi nel rendere omaggio a un padre amato e profondamente stimato.
Profonda e accurata l'analisi dei testi.
Invece mi ha un po' deluso la lettura di Piovanelli, che forse già entrato nella parte del sacerdote protagonista di Casa d'altri, regia di Giuseppe Betolucci, in scena il prossimo 24 novembre al Teatro Due, leggeva con intonazione da prete i versi di Attilio Bertolucci.

Le prime raccolte poetiche sono Sirio (1929) e Fuochi in novembre (1934), pubblicate rispettivamente a 18 e 23 anni.
Seguono Lettera da casa e La capanna indiana nel 1951, poi In un tempo incerto, del 1955.
Viaggio d'inverno, del 1971, è la raccolta forse più riuscita, soprattutto nella sezione che dà il titolo al libro ci sono poesie notevolissime (la più bella, dedicata proprio a Giuseppe, è probabilmente Viaggio d'inverno, che in un gioco telescopico è il titolo della poesia più significtiva, che intitola la sezione e quindi l'intera raccolta...).
Ma il capolavoro assoluto di Bertolucci, che lo rende quasi unico nel Novecento italiano, eccezion fatta per Pagliarani autore de La ragazza Carla, è il romanzo in versi La camera da letto, scritto in due parti, nel 1984 la prima e nel 1988 la seconda. L'opera ripercorre le tappe del trasferimento della famiglia Bertolucci (i progenitori di Attilio) dalla Maremma toscana a Parma, passando da Casarola, paese dell'Appennino tosco emiliano in provincia di Parma, vicino a Corniglio e a Monchio delle Corti.
Attilio Bertolucci continua a scrivere anche negli anni Novanta.
I più recenti volumi pubblicati sono "Le poesie" (1990), Al fuoco calmo dei giorni e Aritmie (1991),  Verso le sorgenti del Cinghio (1993),  La lucertola di Casarola (1997), ultima opera che il poeta ci ha lasciato prima di morire.
Attilio Bertolucci, che nel 1975, dopo la morte di Pier Paolo Pasolini (che era fra l'altro un amico di famiglia, conosciuto a Roma), venne chiamato a dirigere la prestigiosa rivista "Nuovi argomenti".
Nel 1997 sono uscite, nella collana "I Meridiani"di Mondadori, le "Opere" complete a cura di Paolo Lagazzi.
È sepolto a Parma, nella Cappella di famiglia al Cimitero della Villetta.




martedì 21 giugno 2011

Una rosa per il Teatro Valle

La manovra finanziaria per il 2010, varata dal governo Berlusconi alla fine del 2009, aveva decretato la fine dell'Eti (Ente teatrale italiano) e sigillato il teatro Valle, antico palcoscenico romano, inaugurato il 7 gennaio del 1727. Ebbene, martedì scorso un centinaio di lavoratori e lvoratrici dello spettacolo, definitisi "autorganizzati" hanno rotto i sigilli e occupato lo stabile, organizzando serate e dibattiti sullo stato del teatro e della cultura in Italia.
La cultura come bene comune: l'onda referendaria prosegue e infonde coraggio. Correva voce che il teatro Valle dovesse divenire un ristorante o una specie di bistrot parigino. Ma a Parigi non potrebbe succedere, perché la legge Lang protegge i "luoghi della memoria", obbligando a mantenere strutture architettoniche, arredi e destinazione legata alla memoria dell'edificio.
Le scritte che compaiono sugli striscioni appesi alla faccciata del palazzo sono significative: Come l'acqua, come l'aria, ora la cultura", "Riprendiamoci il Valle". I lavoratori e le lavoratrici scrivono, in un appello volantinato all'ingresso, di voler difendere il patrimonio artistico del Paese e la promozione e la tutela dei beni culturali, inserita anche dai lungimiranti costituenti nella Costituzione.
Gli anonimi lavoratori hanno ricevuto solidarietà e sostegno da parte dei colleghi famosi del cinema e del teatro e del mondo della cultura in generale, far cui Franca Valeri, Fabrizio Gifuni, Toni Servillo, Maddalena Crippa, Maya Sansa, Emma Dante, Filippo Timi, Silvio Orlando. Proprio quest'ultimo ha proposto di preparare una stagione teatrale autorganizzata.
Dunque, in bocca al lupo a tutti quanti, anzi, come si dce a teatro, "tanta merda".
E una rosa per il teatro Valle e per i lavoratori e le lavoratrici dello spettacolo impegnati di persona.

domenica 1 maggio 2011

Una rosa per Mereu

Oggi è il primo maggio, Festa del lavoro. E' domenica, quindi di fatto si tratta di una festa saltata sul calendario dei lavoratori. Ma per qualcuno è stata giornata di lavoro: il cosiddetto innovatore/rottamatore del Pd Renzi, sindaco di Firenze, ha pensato bene di lasciare libertà di apertura ai negozi, in questa giornata che è domenica e che è pure festa del lavoro. Mah, sarà una grande innovazione, una delle sue meravigliose idee per far tornare a vincere la sinistra... (considero Renzi solo un ipocrita arrivista, uno che fa politica solo per far carriera, totalmente privo di valori di sinistra e di riferimenti culturali adeguati, per chi non l'avesse capito). Comunque, in questo giorno, ritengo significativo attribuire la rosa della settimana a Gianmarco Mereu, che il 28 aprile ha tenuto la sua rappresentazione teatrale, Giorni rubati,  ad Arbatax, nei capannoni di un'azienda, invitato dai dirigenti dell'azienda stessa, che ha offerto lo spettacolo ai propri dipendenti. Rimane da dire che il 28 aprile è stata la giornata mondiale per la sicurezza sul lavoro e che Mereu ha avuto cinque anni fa un grave incidente sul lavoro al porto di Arbatax, rimanendo paraplegico: una cancellata di sei quintali gli ha spezzato la schiena, fratturando le vertebre D10 e D11. Nello spettacolo, realizzato dalla compagnia Rossolevante di Arbatax, per la regia di Juri Piroddi e Silvia Cattoi, Mereu in scena racconta la tragedia e tutto il flusso di sentimenti, emozioni e reazioni che sono seguite all'incidente e che gli hanno cambiato la vita. Mereu si è esibito di fronte a molti compagni di lavoro, persone che conosceva, perché lui lavorava per una ditta esterna. L'azienda non ha fatto opera di beneficenza, ma semplicemente ha interesse a diffondere la cultura della sicurezza perché, lavorando con molte ditte straniere, esiste in ambito internazionale un problema di costi assicurativi legati alla clausola "incidenti zero". Si tratta di un fatto comunque assolutamente apprezzabile e che dimostra come si possa collaborare a fini comuni per ottenere risultati positivi. L'investimento sulla sicurezza diventa necessario: virtuoso per l'azienda e virtuoso per i lavoratori.
Riporto qui due brani dell'intervista che Mereu ha rilasciato a Gianfranco Cappitta, critico teatrale de il manifesto: "Senza dubbio è stata un'esperienza bellissima e molto forte, ma che mi ha anche messo in difficoltà: è stato duro portare a termine lo spettacolo senza interrompermi, guardando le facce di chi mi conosceva pure prima e che quella storia la conosce già. Riviverla assieme a loro è stato particolarmente toccante, e in certi momento la commozione mi ha attanagliato, soprattutto nel racconto dell'incidente". E, parlando del figlio più grande, che all'epoca dell'incidente aveva 7 anni: "Stiamo cercando di inventarci un nuovo rapporto. All'ospedale mi disse una frase bellissima: -Papà, quando torni a casa, torni con la sedia a rotelle? 
Io avevo le lacrime agli occhi e non ce la facevo a rispondere. Mi ha abbracciato e mi ha detto: -Non è importante, torna a casa in fretta.
Penso che non dimenticherò mai una lezione del genere. Io spero di essere all'altezza e di lasciargli un messaggio che lui possa recepire e trasmettere agli altri. Bisogna salvaguardarsi, indignarsi e rifiutare di lavorare fuori delle condizioni di sicurezza."
Una rosa per Gianmarco Mereu. E per suo figlio. E per il teatro d'impegno civile.

martedì 26 aprile 2011

Ondina Peteani

Il 26 aprile del 1925 nasce a Trieste Ondina Peteani. Operaia dei cantieri navali di Monfalcone, si aggrega ai partigiani del Carso, di cui diviene la prima staffetta (così vuole la tradizione), nella Brigata Proletaria. Viene arrestata per due volte dalle SS, per due volte riesce a fuggire. Un terzo arresto la porta dritto alla deportazione ad Auschwitz. Così ricorda uno dei momenti più bui della sua prigionia: "Di Auschwitz ho un ricordo stupido se si vuole - ... una sera sono andata sulla soglia della porta della baracca e c'era una lunona grande. Pensavo - la vedono anche a casa mia. Mi ha preso un'angoscia, un male fisico, una nostalgia così dolorosa della mia gente, della mia terra, di casa... Avevo il terrore di non farcela e mi ricordo che ci torturavamo dicendoci - ... finirà presto la guerra, ci vedranno in questo stato e ci porteranno a casa con degli aerei. Avranno tutte le cure per noi ridotte in queste condizioni." Ma ormai esperta in fughe rocambolesche, anche da lì riesce a fuggire, durante un trasferimento, nell'aprile del 1945. Tornerà a casa a piedi, giungendovi in luglio, dopo tre mesi di cammino. "Emozionante è stato tornare a casa. Avevo avuto il tempo di recuperare la sensibilità, l'umanità perduta. Sono stata fra le prime a rientrare, erano i primi di luglio, tre mesi incredibili per attraversare 1300 chilometri circa, in un'Europa in ginocchio, senza più ponti, strade e ferrovie integre. Quando ho abbracciato mamma, papà ed il cane che mi è saltato addosso per farmi le feste e che mi ha riconosciuto, allora sì che ho capito di essere tornata libera". Nel dopoguerra si iscrisse al PCI e divenne ostetrica. Morì il 3 gennaio del 2003. Alla sua vita è ispirato uno spettacoli di teatro narrazione, di e con Marta Cuscunà, E' bello vivere liberi, vincitore del Premio Scenario 2009.

venerdì 25 marzo 2011

Dario Fo, il Nobel giullare

Dario Fo nasce il 24 marzo del 1926, dunque oggi compie la bellezza di 85 anni.
Il suo teatro visto in bianco nero in tv negli anni' 70 mi ha incantato e fatto innamorare in modo definitivo del teatro. Mi piaceva il suo istrionismo, la sua mimica facciale, la sua abilità verbale che trovava la sua migliore affermazione nel grammelot in varie lingue. Questione di orecchio al suono della lingua. Il Mistero Buffo è un vero capolavoro, un altro esempio, dopo il Vangelo secondo Matteo di Pasolini, di un approccio al sacro da parte di un ateo assolutamente rispettoso e profondo, col desiderio di capire, di cogliere un mistero e lascarlo risuonare dentro di sé.
Altri spettacolo che molto ho apprezzato sono stati Isabella, tre caravelle e un cacciaballe, ispirato al viaggio di Cristoforo Colombo;  La signora è da buttare, una satira farsesca dell'America degli anni '70; Morte accidentale di un anarchico, la ricostruzione provocatoria e satirica del "suicidio attivo" dell'anarchico Pinelli a Milano.
Il Mistero buffo, Morte accidentale di un anarchico sono anche probabilmente i precursori del teatro di narrazione oggi in voga, che ha come migliori rappresentanti Marco Paolini, Laura Curino, Ascanio Celestini. Ha vinto nel 1997 il premio Nobel per la letteratura, con la seguente motivazione: "Figura preminente del teatro politico che, nella tradizione dei giullari medievali, ha fustigato il potere e restaurato la dignità degli umili".
Buon compleanno Giullare!






mercoledì 9 marzo 2011

Albero senza ombra

L'albero senza ombra è il castagno della Bolivia, alias il noce del Brasile. Sì, pare siano la stessa cosa, l'ha detto Cesar Brie sabato sera, al Teatro al Parco. Albero senza ombra è uno spettacolo teatrale scritto, diretto, realizzato e interpretato da Cesar Brie, prodotto da Fondazione Pontedera Teatro. Forse potremmo definire lo spettacolo un esempio di teatro reportage: Brie ripercorre, in modo documentato e basato sulla sua testimonianza e sulle testimonianze dei protagonisti, un evento recente della cronaca boliviana. Un altro maledetto undici settembre. Quello del 2008, in cui nel Pando, regione della giungla boliviana, si è consumato un massacro di contadini. 11 morti e centinaia di feriti, decine di persone scomparse, probabilmente nel fiume, sotto il fuoco di squadristi contrari alla riforma agraria di Morales (la terra a chi la coltiva). Campesinos, che a Brie richiamano i contadini di Pasolini, in La terra di lavoro, ne Le ceneri di Gramsci.

"eccoli con il mento sul petto,/con le spalle contro lo schienale,/con la bocca sopra un pezzetto/di pane unto, masticando male,/miseri e scuri come cani/su un boccone rubato: e gli sale/se ne guardi gli occhi, le mani,/sugli zigomi un pietoso rossore,/in cui nemica gli si scopre l'anima. [...] Tu ti perdi nel paradiso interiore,/e anche la tua pietà gli è nemica."

I versi li cita Brie, nel foglio di sala. Il senso è non tanto quello di fare controinformazione, ma piuttosto quello di recuperare l'amarezza dell'abbandono dei contadini a se stessi, come nei versi di Pasolini (ricordo che Pasolini parlò di genocidio culturale dell'Italia contadina). E lanciare ungrido disperato: a chi può importare dei contadini boliviani qui in Occidente, in questa parte del mondo? La scelta di essere in scena da solo, di dare la parola ai morti e anche a qualche sopravvissuto è teatralmente resa molto bene, più che dalla recitazione di Brie (che ha un ottimo uso del corpo e un uso della voce che invece lascia a desiderare), dalla sua scenografia, semplicissima e poetica. Pochi oggetti che prendono vita e forme diverse durante la rappresentazione. Elementi simbolici naturali: ciotole metalliche piene di noci, un sacco di farina di mais colpito e aperto con un coltello mentre oscilla con un effetto molto efficace, una poltrona ai bordi della scena. Quando era all'interno del perimetro delineato dai suoi oggetti di scena, Brie era i vari personaggi, anche femminili, che raccontano, anche dal punto di vista degli aguzzini, l'episodio dell'11 settembre 2008; quando invece si sedeva sulla poltrona era il regista che rifletteva, che spiegava. Gli stracci bagnati che divengono prima bambini affogati nel fiume e poi un corpo sottoposto all'autopsia è stato uno dei momenti più commoventi ed esteticamente più alti  dello spettacolo. Brie cerca di penetrare nel dolore degli altri, in un mondo che in parte è o è stato suo. Ne restituisce la distanza, la difficoltà di un riscatto, nonostante la presidenza Morales, che senz'altro ha ridato fiducia e dignità a indios e campesinos. Brie ci ricorda comunque che quel mondo distante è il nostro recente passato e che è anche il rovescio della medaglia della nostra ricchezza. E lo fa con poesia, con intensità.

sabato 5 marzo 2011

Pier Paolo Pasolini


Oggi è il 5 marzo. Con entusiasmo e con dolore ricordo che è la data di nascita di Pier Paolo Pasolini, avvenuta a Bologna nel 1922. Con entusiasmo perché, per quanto mi riguarda, Pier Paolo Pasolini è la figura di riferimento come intellettuale, come interpretazione del ruolo dell'intellettuale nella società. Un ruolo critico, di stimolo culturale, di riflessione mai banale, di capacità di leggere e interpretare i fatti al di là dell'accertamento dei dati.
A questo proposito, riporto qui sotto uno dei brani più significativi al riguardo, scritti da Pasolini.
È l”Io so” o “Romanzo delle stragi”, comparso sul Corriere della sera il 14 novembre 1974, col titolo: “Che cos’è questo golpe?”.

Il romanzo delle stragi. 14 novembre 1974
Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del vertice che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpe, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi. Io sono i nomi di coloro che, fra una messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali e a giovani neofascisti. Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste.
Io so tutti i nomi e so tutti i fatti di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di leggere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio progetto di romanzo sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti.
Il potere è responsabile dei tentativi di colpo di stato e delle stragi.

L'intellettuale deve sapere andare oltre i fatti, deve saperli collegare fra loro, deve saper ricostruire una visione diversa da quella stereotipata proposta dai media, deve suggerire alternative, non semplicemente prendere atto del reale e delle proposte altrui.
Ogni suo intervento scatenava una polemica, ma faceva riflettere. Quante volte mi sono chiesto: che cosa direbbe oggi Pasolini, che già nel 1975 aveva capito il potere dei media e in particolare della tv, il potere del consumismo di distruggere le coscienze critiche, di addormentare il paese. Aveva capito l'uso che il potere avrebbe fatto del sesso. Rileggere ora Pasolini (articoli, saggi, poesie, romanzi, teatro), rivedere i suoi film fa un effetto strano. Certe cose sembrano scritte per interpretare la realtà odierna. E' impressionante sapere  e ricordare che invece è stato ucciso la notte fra l'1 e il 2 novembre del 1975, ben 36 anni fa.
Proprio il 2 novembre scorso ho pubblicato un post su Pasolini, Pasolini e la ciltura come cibo. 
Più volte l'ho citato in altri post, perché per me è un riferimento costante, continua a forinirmi chiavi di lettura assolutamente originali e indispensabili.
Pubblico oggi nel blog una pagina di approfondimento (che è il testo integrale di un saggio pubblicato presso Unicopli nel testo Tra il dire e lo scrivere. Saggi sull'oralità di ritorno, 2008, da me curato con Alessandra Pozzi), che trovate nella stringa della home page del blog, Una disperata passione di essere nel mondo
A essa rimando per chi volesse andare oltre il richiamo alla figura di Pasolini e volesse approfondire la ricostruzione di alcuni aspetti del suo lavoro. Più di ogni altra cosa il nostro Autore è definibile come poeta, un poeta che sapeva dire di no. Il poeta, come l'intellettuale, credo che debba saper dire di no. E saper dare visioni diverse, saper cogliere ciò che altri non colgono, fare un lavoro di scavo nel senso e nel significato delle parole e delle immagini, di ogni altro elemento culturale. Abbiamo bisogno di "no", abbiamo bisogno di scavi nel senso e nel significato, abbiamo bisogno di visioni alternative, di poter immaginare un futuro diverso.
Su Pasolini ho avuto modo di lavorare anche col teatro, col mio gruppo Civico Teatro Inesistente.
Rimando ad altre pagine web che illustrano il nostro lavoro, messo in scena al Parma Poesia Festival del 2009.
Aggiungo anche altri link selezionati per conoscere la vita e il lavoro di Pasolini, uno dei grandi, forse il più grande del novecento italiano, anche perché ha saputo esprimere le sue idee, le sue visioni in un linguaggio poetico, qualsiasi fosse la forma espressiva scelta. E scusate se sottolineo più volte questo aspetto della poesia costantemente presente in Pasolini, perché è un aspetto spesso dimenticato. Pasolini va visto come poeta sempre e comunque, oltre che come intellettuale.
Come già per De André, provo, con difficoltà, a stilare una playlist delle opere migliori.
In forma di poesia: La nuova gioventù, Le ceneri di Gramsci.
In forma di cinema: La ricotta (in RoGoPaG), Il vangelo secondo Matteo, Che cosa sono le nuvole? (in Capriccio all'italiana), Teorema, Porcile, Il fiore delle Mille e una notte, Salò.
In forma di saggistica: Scritti corsari, Lettere luterane.
In forma di romanzo: Ragazzi di vita, Una vita violenta, Teorema.
In forma di teatro: Calderòn, Pilade.
Ma tutto quanto merita di essere leto, visto, meditato.
L'opera di Pasolini è un lungo, incompiuto poema, in fondo.
Infatti, l'ultimo lavoro, su cui sono ancora aperte molte questioni e qualche mistero, che in parte affronto nel saggio citato qui sopra, è l'incompiuto Petrolio.
Il lungo poema incompiuto è un capolavoro assoluto, di cui ho segnalato, secondo il mo gusto, i capitoli più elevati.
 

giovedì 10 febbraio 2011

Bertolt Brecht

Il 10 febbraio 1898 nacque ad Augusta, in Germania, Bertolt Brecht: scrittore, poeta, drammaturgo.
Al momento dell'avvento al potere di Hitler, nel 1933, si trovava ricoverato all'ospedale: senza neanche passare da casa sua, fece le valigie e dall'ospedale fuggì a Praga, poi successivamente a Vienna, Zurigo, poi a giugno a Parigi. Lì venne raggiunto anche da Margarete Steffin.  Nel maggio dello stesso anno i suoi libri vennero messi al rogo. Viaggiò molto a Parigi, Londra, New York, per rappresentare i suoi testi teatrali.
Nel 1948 ritornò a Berlino Est insieme alla moglie, Helene Weigel, dove fondò il teatro Berliner Ensemble, che diventò una delle più importanti compagnie teatrali europea, e si dedicò soprattutto alla attività di regista. Dopo avere celebrato l'epica del conflitto sociale vista dall'interno dell'inferno nazista, gli toccò vivere sotto il socialismo reale, che non amò, ma col quale, di fatto, non ruppe mai, pur denunciando la repressione antioperaia del 1953.
Nel 1956, dopo un virus influenzale aggressivo, morì di infarto.
Secondo la sua volontà, Brecht fu seppellito senza cerimonie nel cimitero di Dorotheenstadtischer Friedhof in Chausseestrasse, che si scorgeva dalle finestre della sua abitazione dove viveva da separato in casa con la moglie. Là giace in un angolo adiacente la strada, di fronte alle tombe di Hegel e di Fichte, sotto una pietra dai contorni irregolari, che porta incise soltanto le lettere del suo nome: Bertolt Brecht.
Alla tomba, al cimitero lì vicino, per giorni si poté osservare un continuo andirivieni. Accanto alla tomba di Brecht ora riposano le persone che gli hanno voluto bene e che hanno lavorato con lui: la moglie Helene Weigel, Elisabeth Hauptmann, Ruth Berlau, Kurt Engel, Gaspar Neher.











Il teatro era per Brecht uno strumento del cambiamento, era teatro sociale per il cambiamento: "Una cosa è ormai chiara: il mondo d'oggi può essere descritto agli uomini d'oggi solo a patto che lo si descriva come un mondo che può essere cambiato". (Il mondo d'oggi e il teatro, 1955, in Scritti teatrali). Concetto tipicamente marxista.
Il teatro epico, da lui teorizzato e praticato, non doveva coinvolgere emotivamente lo spettatore, ma farlo ragionare sulla realtà sociale grazie al processo dello straniamento. Uno degli accorgimenti più efficaci per ottenere l'effetto di straniamento era quello di pronunciare ad alta voce le didascalie e i commenti, che spesso i drammaturghi scrivo a margine delle opere. Nello stesso tempo, Brecht sentiva l'esigenza profonda di un teatro che fosse anche popolare, capace di parlare a tutti, proprio perché il teatro doveva raggiungere le persone, insegnare loro qualcosa e stimolare il cambiamento sociale.
Lessi diversi dei suoi lavori teatrali da ragazzo. Vita di Galileo mi fece profondamente incazzare e contribuì ad allontanarmi dalla chiesa.
L'opera da tre soldi contiene una ballata che definirei quanto meno molto attuale e che mi auguro possa divenire nei prossimi giorni anche profetica, la Ballata della schiavitù sessuale:
"Guardatelo: si atteggia a satanasso, a ammazzasette dal coltello rosso, a rovinafamiglie, a puttaniere e dalle donne si fa poi fregare. Lo voglia o no non sfugge alla sua sorte: la schiavitù sessuale è la più forte. Dice: -Non riconosco né vangeli né codici. 
Il mondo è suo dominio incontrastato. Dice: -Chi vede donna è già spacciato e intorno a me non ne voglio vedere.
Parli pur finché vuole, ci ricasca: è appena scesa notte e già cavalca."
Non sa parlarci dell'Italia di oggi?
L'opera da tre soldi, al di là di questa curiosa attualità rispolverata, è stato il lavoro teatrale di Brecht che più ho amato, di cui vorrei ricordare l'inizio, per me folgorante, vera letteratura narrativa e non semplicemente testo per il teatro:
"I mendicanti mendicano, i ladri rubano, le puttane puttaneggiano. Un cantastorie canta una delle sue storie".
Così iniziai una lettera notturna indirizzata a una ragazza di cui ero innamorato. Non ebbi successo, ma sicuramente non fu per colpa di Brecht.

lunedì 7 febbraio 2011

Una rosa per l'Emilia

L'Emilia, una terra, una donna. In Emilia il primo sciopero lo hanno fatto le donne. Oreste Braghieri ha raccontato ieri a Montecchio, in tre tappe, una terra che non c'è più. Emilia, o di una scomparsa. Spettacolo teatrale in tre tappe. La prima all'aperto, sul prato di una casa di campagna, immersi in un tepore anomalo per una giornata dei primi di febbraio, dove si sono rivissuti un poetico San Martino (cioè un trasloco rurale) e un parto in casa; la seconda nella sala del castello, dove sono state recitae poesie di Attilio Bertolucci e proiettate sui muri le foto di cui già ho scritto in precedenza (3 febbraio e 15 dicembre); la terza, infine, nella palestra della scuola elementare, dove si è raccontata una fiaba ambientata in un'osteria.
Una terra che non c'è più, non solo in senso nostalgico, ma proprio fisico. I recenti dati sul consumo di suolo, pubblicati da Legambiente, Politecnico di Milano e Istituto Nazionale di Urbanistica, ci dicono come in Emilia Romagna la media di urbanizzazione del suolo proceda, dal 1976, a ritmi di oltre 8 ettari al giorno.
Anche l’introduzione di strumenti urbanistici di nuova generazione (i cosiddetti PSC al posto dei vecchi PRG) sembra possa avere incrementato questo consumo incontrollato di territorio in una regione che in passato era considerata un laboratorio di pianificazione urbanistica. I Sindaci sono troppo assillati da esigenze di bilancio e troppo esposti alle pressioni delle lobby locali per poter seriamente pensare ad una contrazione dell’edificazione. Unica strada veramente percorribile sarebbe un rafforzamento del controllo regionale, mediante la fissazione di un limite massimo di ettari di nuova edificazione che il nostro territorio può sopportare. La mancanza di tale limite lascia il nostro patrimonio di suolo libero in mano a spinte anarchiche, che nulla hanno a che fare con la tutela dell’ambiente e della bellezza o con la realizzazione di modelli virtuosi di urbanistica.
In tutti i casi il rischio è quello di una perdita di patrimonio paesistico e paesaggistico, da contrastare nei modi che la Convenzione Europea ci suggerisce valorizzando la percezione locale del paesaggio e il valore identitario che esso assume per le comunità locali e dando una ragione in più alle politiche di istituzione di aree protette opportunamente “messe in rete”, intese sia come contrasto efficace all’erosione di risorse strutturali (vedi in particolare i fiumi), nelle aree a forte pressione antropica, sia come ricomposizione consapevole entro una strategia di servizio ambientale di quelle aree marginali scese – temporaneamente, ci dice la storia - sotto la soglia di utilità economica.
Dobbiamo in aggiunta a tutto ciò avere presente anche un’altra minaccia, connessa alla perdita di suolo agricolo, vale a dire la possibilità per esso di essere concausa del dissesto idrogeologico, per effetto di una impermeabilizzazione imprudente o per conseguenza di una campagna non più drenata e manutenuta dagli agricoltori.
E così le tematiche dell'ambientalismo e quelle della bellezza del paesaggio si saldano in un unico ragionamento. E le persone cambiano dentro di sé al cambiare dei luoghi in cui vivono. E il teatro di Oreste Braghieri racconta tutto ciò con rabbia e malinconia. 
Una rosa all'Emilia che resiste alla scomparsa, una rosa per tutti coloro che l'hanno resa terra libera e forte. 

Qui di seguito le fotografie di alcuni momenti dello spettacolo, esito finale del laboratorio condotto a Montecchio da Oreste braghieri. Le foto le ho scattate io ieri pomeriggio, un pomeriggio intero di teatro, dalle 14,30 alle 20.













 


giovedì 3 febbraio 2011

Emilia (o di una scomparsa)

 Città di Montecchio Emilia Ass.ne Sipario Aperto
 DOMENICA 6 FEBBRAIO 2011

EMILIA
(o di una scomparsa)
Spettacolo in tre luoghi per una Terra che non c'è più.
“I Sogni di Emilia”
Ore 14.30
Casa Castagnetti
Piazza Vecchia n° 16
Durata 30 min.
“Emilia cerca casa”
Ore 16.30
Cortile della Rocca
Durata 30 min.
“La favola di Emilia”
Ore 18.30
Palestra
Scuole Elementari
Durata 60 min.
Forse i corpi e le anime sono di Alice, Angelo, Alberto, Antonia, Chiara, Cristiana,
Chiara, Daria, Elisabetta, Federico, Gill, Michele, Patrizia e Oreste.

Ingresso € 5 – gratuito per gli associati Sipario Aperto


Le foto sono di Mattia, Gill e Silvia. Il montaggio è di Mattia e Gill.

E' stata un'esperienza bellissima collaborare in questo progetto di cui vi avevo già parlato il 15 dicembre scorso.
Qui di seguito un assaggio del progetto fotografico da me curato insieme ad altri, che verrà utilizzato nella seconda parte dello spettacolo, nella sala del castello. Le foto che pubblico sono mie.
PARTENZA



VISIONE



CASA



CAOS



martedì 25 gennaio 2011

Giorgio Gaberscik detto Gaber

Oggi voglio ricordare un grande autore e interprete della canzone italiana: Giorgio Gaber, che di cognome in realtà faceva Gaberscik, nato il 25 gennaio del 1939 a Milano e morto dopo una sofferta malattia, di cancro, il 1° gennaio del 2003. 
Dopo un esordio "leggero", ma che va ricordato perché insieme a Celentano fu il primo interprete del rock in Italia, dopo un certo successo televisivo e la parecipazione ad alcuni festival di Sanremo, Gaber, all'inizio degli anni '70 decide di cambaire modo e stile di porsi al pubblico. Così s'inventa il teatro canzone, vale a dire degli spettacoli teatrali veri e propri, la cui struttura portante era data da canzoni scritte da lui, insieme spesso a Sandro Luporini, alternate a monologhi sull'attualità, non intesa come cronaca, ma come riflessione sui nodi della contemporaneità. Col suo teatro-canzone Giorgio Gaber ha attraversato quarant'anni cruciali della storia italiana. Ironico, ruvido, istrionico, nel corso degli anni è stato definito "anarchico", "vate dei cani sciolti", "anticonformista", "qualunquista" (!) ma qualsiasi etichetta risulta insufficiente a riassumerne la personalità. La sua mimica facciale era veramente incredibile ed era l'aspetto più squisitamente teatrale del suo esibirsi in pubblico. Le sue smorfie erano già di per sé tutte da vedere e molto espressive. Ebbi l'occasione di vedere un suo spettacolo al Regio di Parma negli anni'80 (credo che si trattasse di Io se fossi Gaber) e fui colpito proprio dalla sua impressionante mimica facciale (che scrutavo dai loggioni con un binocolo da birdwatcher).
Senz'altro i recital che Gaber portava in giro per i teatri negli anni 70 erano di intelligenza non comune, perché sferzavano i costumi e le mode effimere e i luoghi comuni, anche della sinistra (verso la quale era politicamente orientato). Il teatro canzone gli permetteva di esprimersi utilizzando insieme la parola e il gesto teatrali, mescolati alla musica e alla sonorità delle canzoni, coi quali formavano un corpo unico e non scisso. Portò nei teatri abituati alla prosa borghese la sua poetica dissacrante anti-borghese e anti-clericale, contro ogni ipocrisia, anche di sinistra. Come tutti i grandi interpreti della cultura italiana (Gramsci, Pasolini, Pavese, Levi, De André, tanto per citare alcuni dei "miei" morti) vissi anche lunghi momenti di isolamento, con pochi amici, fra i quali sempre presenti Enzo Jannacci (col quale aveva costituito un duo a inizio carriera, I due corsari, e col quale ricostituì, negli anni successivi, un altro duo: i Baba Jaga) e Luporini. La sua voce è quella di un individualista senza pace, che non riesce a tacere su nulla, contrario a qualsiasi omologazione. In "L'uomo non è fatto per star solo", da "Polli di allevamento" (1978/79), dice: "Le cose buone non fanno epidemia/ è un fatto biologico/ L'intelligenza non si attacca/ La scarlattina sì/ Le persone che si aggregano hanno incorporato un distillatore che elimina via tutto il buono e lascia passare la merda pura".
E di nuovo, scusatemi, ma è inevitabile in questo periodo socialmente e politicamente disgustoso, tocca sentir parlare di quello strato fecale che cominciava ad avvolgere l'Italia dal consumismo che, secondo Pasolini, in pochi aveva distrutto l'identità e avvelenato l'anima degli italiani più di quanto avesse fatto il fascismo in un ventennio.
Di Gaber vorrei ancora ricordare il suo ultimo disco, un capolavoro amaro e lucido, tagliente e dolente: Io non mi sento italiano. Il disco è uscito postumo, nel 2003, senza rimaneggiamenti: aveva fatto in tempo a finirlo, prima di morire.
Come se fosse l'ultima cosa che Gaber ci volesse donare, l'ultima sua creazione, una specie di testamento artistico.
Difficile non pensare a un riferimento alla propria malattia, oltre che a una feroce metafora della società, incapace di generare antidoti al razzismo e alla violenza, in I mostri che abbiamo dentro: "I mostri che abbiamo dentro/crescono in tutto il mondo/i mostri che abbiamo dentro/ci stanno devastando". Bellissima anche Non insegnate ai bambini, con consigli pedagogici che rimandano a una pedagogia della bellezza, che io considero assolutamente necessaria e indifferibile (cosa di cui i lettori più attenti del romanzo e/o del blog si saranno accorti): Non insegnate ai bambini, dice Gaber,  "ma se proprio volete/insegnate soltanto la magia della vita"; "ma se proprio volete/ raccontategli il sogno di un'antica speranza"; "ma coltivate voi stessi il cuore e la mente/stategli sempre vicini/date fiducia all'amore il resto è niente". Il brano Io non mi sento italiano è dedicato al Presidente della Repubblica, che allora era Carlo Azeglio Ciampi. Amara e lucida analisi del rovesciamento fra finzione e realtà che sembra essersi impossessata del nostro vivere è Il tutto è falso: "Io/che non riesco più a ritrovare/qualche cosa per farmi uscire/dalla mia solitudine./Cerco di afferrare un po' il presente/ma se tolgo ciò che è falso/non resta più niente". Notevolissima la riproposizione di Un'illogica allegria, che rovescia il senso dei Mostri citati in precedenza, trasformando l'angoscia in accettazione; qui Gaber afferma esplicitamente: "E' come se improvvisamente/mi fossi preso il diritto/di vivere il presente./Io sto bene.../quest'illogica allegria/proprio ora, proprio qui".
Proprio in quegli ultimi attimi di vita, sembra dirci Gaber, io sto bene. Me ne sto andando, e va bene così.
Un'accettazione illuminata del dolore e della sofferenza.
E scusate se sono stato un po' lungo...




mercoledì 15 dicembre 2010

Un progetto sull'Emilia

Oreste Braghieri, uno dei miei maestri di teatro e amico di quelli che non si dimenticano, sta lavorando a Montecchio su un progetto molto interessante, nel laboratorio annuale che tiene presso la Casa del teatro. E' un progetto sull'Emilia, sulla terra emiliana che c'era e che non c'è più, sulle sue ferite e sui suoi guasti, ma è anche una fiaba, perché la fiaba era la dimensione onirico-narrativa della civiltà contadina. Scriveva Calvino nell'introduzione alla sua raccolta di Fiabe italiane: "Io credo questo: le fiabe sono vere. Sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna".
Ma non solo. Io ritengo che dentro alle fiabe, così come dentro tante altre narrazioni, o dentro il teatro, ci sia una verità artistica.
L'idea di teatro di Oreste Braghieri è un'idea di teatro povero, di teatro che si fa e si costruisce come relazione, come piacere dello stare insieme. Se non c'è soprattutto questo piacere non c'è il teatro.
Ho partecipato per 4 anni consecutivi ai laboratori di Oreste, seguendone in tutto sette, come attore e in parte come scrittore della traccia drammaturgica.
Quest'anno ho scelto, dopo varie incertezze, di non partecipare come attore; ho maturato una scarsa attrazione per il palco. Ma non ho repulsione alcuna per il tipo di relazione che il teatro di Oreste, che il miglior teatro sa costruire. Quindi ho scelto di partecipare con delle fotografie dell'Emilia ferita, che nasconde sotto gli sfregi una  bellezza ancora struggente. Qui sotto propongo una prima scelta di immagini, ne seguiranno altre, che andranno a costruire alcuni scenari dello spettacolo, che si svolgerà all'aperto in più tempi. Sarò più preciso prossimamente, via via che il progetto si precisa e si concretizza.