La schiuma della memoria

Qui si parla innanzitutto di un romanzo, uscito nel novembre del 2010 presso le edizioni Montag di Tolentino.
Il titolo è La schiuma della memoria e l'ho scritto io.
Poi si parla e si scrive di altre cose, di fotografie e di film, di libri letti e di teatro, di teatroterapia e di paesaggio. E di altro ancora. L'intenzione è comunque quella di raccordare la memoria con l'attualità per ritrovare il senso perduto degli eventi e per non dimenticare personaggi che con le loro vite hanno scritto pagine di storia non solo privata, ma anche collettiva. Molti di essi sono i miei riferimenti culturali e di valore. Il romanzo stesso dialoga con questi contenuti, in modo dinamico, in costante evoluzione, perché la memoria non è cristallizzazione ma è senso e significato. Mi piacerebbe che la lettura del blog desse anche il piacere della scoperta e di un punto di vista sul mondo spostato dalla norma, in qualche modo sorprendente. Buona lettura.
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martedì 22 novembre 2011

Un altro poeta

Il 18 novembre scorso ho partecipato all'evento organizzato dal Teatro Due per ricordare Attilio Bertolucci, grande poeta del Novecento italiano (per me da inserire nella lista dei migliori dieci), Una vita in versi.
Il 18 novembre ricorreva il centenario della nascita del poeta.
E' stato commovente ascoltare sul palcoscenico il figlio Giuseppe, regista teatrale e cinematografico, fratello del più noto Bernardo. Giuseppe Bertolucci, accompagnato sul palco da Antonio Piovanelli in qualità di lettore, ha presentato nove poesie, quelle che il padre Attilio aveva dedicato espressamente a lui nella sua opera poetica.
Le letture di Piovanelli si alternavano ai commenti e alle presentazioni di Giuseppe, che leggeva pagine tratte dal suo recente libro Cose da dire (Bompiani).
Per leggere, il regista si è seduto sul divano che era stato utilizzato tanti anni prima, negli anni '50, per un ritratto fotografico della famiglia Bertolucci, nel salotto di casa a Roma.

Bella la foto, bello l'effetto della ricostruzione sul palcoscenico del set fotografico, anche coi quadri che compaiono nello sfondo della foto stessa.
Scena teatrale dunque semplicissima ma efficace, una sorta di deja vu e di gioco della memoria. Un'altra cosa ho molto apprezzato, la commozione di Giuseppe Bertolucci, i suoi occhi lucidi nel rendere omaggio a un padre amato e profondamente stimato.
Profonda e accurata l'analisi dei testi.
Invece mi ha un po' deluso la lettura di Piovanelli, che forse già entrato nella parte del sacerdote protagonista di Casa d'altri, regia di Giuseppe Betolucci, in scena il prossimo 24 novembre al Teatro Due, leggeva con intonazione da prete i versi di Attilio Bertolucci.

Le prime raccolte poetiche sono Sirio (1929) e Fuochi in novembre (1934), pubblicate rispettivamente a 18 e 23 anni.
Seguono Lettera da casa e La capanna indiana nel 1951, poi In un tempo incerto, del 1955.
Viaggio d'inverno, del 1971, è la raccolta forse più riuscita, soprattutto nella sezione che dà il titolo al libro ci sono poesie notevolissime (la più bella, dedicata proprio a Giuseppe, è probabilmente Viaggio d'inverno, che in un gioco telescopico è il titolo della poesia più significtiva, che intitola la sezione e quindi l'intera raccolta...).
Ma il capolavoro assoluto di Bertolucci, che lo rende quasi unico nel Novecento italiano, eccezion fatta per Pagliarani autore de La ragazza Carla, è il romanzo in versi La camera da letto, scritto in due parti, nel 1984 la prima e nel 1988 la seconda. L'opera ripercorre le tappe del trasferimento della famiglia Bertolucci (i progenitori di Attilio) dalla Maremma toscana a Parma, passando da Casarola, paese dell'Appennino tosco emiliano in provincia di Parma, vicino a Corniglio e a Monchio delle Corti.
Attilio Bertolucci continua a scrivere anche negli anni Novanta.
I più recenti volumi pubblicati sono "Le poesie" (1990), Al fuoco calmo dei giorni e Aritmie (1991),  Verso le sorgenti del Cinghio (1993),  La lucertola di Casarola (1997), ultima opera che il poeta ci ha lasciato prima di morire.
Attilio Bertolucci, che nel 1975, dopo la morte di Pier Paolo Pasolini (che era fra l'altro un amico di famiglia, conosciuto a Roma), venne chiamato a dirigere la prestigiosa rivista "Nuovi argomenti".
Nel 1997 sono uscite, nella collana "I Meridiani"di Mondadori, le "Opere" complete a cura di Paolo Lagazzi.
È sepolto a Parma, nella Cappella di famiglia al Cimitero della Villetta.




martedì 18 ottobre 2011

Un poeta

Oggi è mancato Andrea Zanzotto.
Nato a Pieve di Soligo il 10 ottobre del 1921, aveva da poco compiuto novant'anni. E' morto nell'ospedale di Conegliano, a due passi dal paese natale. Aveva partecipato alla Resistenza, nelle brigate di Giustizia e libertà. L'esperienza partigiana e l'attaccamento al suo territorio ed al suo passato ne hanno segnato l'opera, come elementi che ritornavano attraverso i temi sociali, politici e ambientali. Nel giorno del suo 90° compleanno era stato intervistato dal Tg3 del Veneto nella sua casa di Soligo: "Che cosa si capisce della vita dopo 90 anni? Niente - aveva risposto al giornalista - per dire parole che valgano la pena bisognerebbe almeno averne 900 di anni...".
Parole miti, ma Andrea Zanzotto non ha mai interrotto la sua riflessione sulla natura, sulle violenze della Storia, sulla società e sulla politica. Scriveva e il suo linguaggio, a volte difficile, affondava nella realtà e nei grandi interrogativi della società occidentale per poi librarsi e trasformarsi in un messaggio di speranza, in una lode alla realtà e alla libertà. A volte, come nel caso della Lega nord, definita una "peste", la sua voce si faceva sferzante, arma affilata per una battaglia civile. La poesia non fu una scelta, ma una vocazione. Cantilene, filastrocche, strofette avevano esercitato su di lui, fin dall'infanzia a Pieve di Soligo, un'attrazione fatale. L'opera prima è del 1950. Dietro il paesaggio, legata a una personale forma di elegia, alla campagna veneta e a tarde suggestioni ermetiste. Nella raccolte successive la poetica di Zanzotto, pur continuando a trovare ispirazione nel paesaggio, ha una svolta: viene introdotto un io autobiografico pieno di ansie e interrogativi ma c'è anche uno spostamento formale con una lingua simile al sogno, che imita i meccanismi dell'incoscio e si avvicina alla neoavanguardia. Il mondo, tutto intorno a lui sta cambiando: l'Italia è ormai immersa in una nuova realtà industriale e consumistica che a Zanzotto, poeta e intellettuale impegnato, sembra invadente e nevrotizzante. Nel '68 un'ulteriore svolta. Esce infatti La Beltà, presentata a Roma da Pier Paolo Pasolini e considerata dalla critica uno dei maggiori risultati della poesia italiana della seconda metà del XX secolo: gli oggetti esterni, il paesaggio e la natura sono ancora presenti ma appiattiti perchè la realtà esterna è ora distrutta dalla società dei consumi. Tutto è in crisi e in discussione e in questo vortice l'unico appiglio è il linguaggio che diventa rarefatto, ammasso di fonemi e balbettii. E' il linguaggio dei bambini, fermo a uno stadio di semincoscienza. D'altronde in tutta la sua ricerca poetica, anche nelle tappe intermedie in lingua veneta, punto costante è il linguaggio che muta e si deforma ma sempre per riflettere sulla realtà e sull'individuo, soggetto di riflessioni filosofiche ed esistenziali. Al centro il silenzio della Natura e le violenze della Storia, l'ordine e il disordine. Accanto alla sua produzione poetica, vastissima e ripercorribile attraverso l'antologia che Mondadori gli dedica negli Oscar, il suo impegno civile. Che partiva dal Veneto, la terra tanto amata e cantata, difesa dalla speculazione e dalla devastazione del paesaggio ma anche dal partito del territorio per eccellenza, la Lega nord, al quale rimproverava, a proposito di linguaggio, un uso a sproposito, dozzinale e deformante del dialetto, che per lui era lingua madre e ricrca linguistica. L'amore per il paesaggio, per la sua integrità è forse la nota dominante e costante di tutta la sua poesia.
Io ebbi la fortuna di ascoltare una sua lezione magistrale al liceo classico Romagnosi di Parma, quando lo frequentavo nella seconda metà degli anni '70. Fui folgorato dalla bellezza dei suoi versi e dal suo amore per la ricerca espressiva, dalla sua pacatezza  e umiltà nel proporsi a dei ragazzini un po' presuntuosi.

Un po' di frammenti, vagando qua e là nella sua opera poetica.

O terra invano medicata/da tutto il verde/che promettevi negando le tue sere;/sere palpebre oppresse dal fango dei cieli.
***
La case che camminano sulle acque/e che vogliono dirmi/benvenuto, se scendo dalla sera,/ le case che camminano sulle acque
***
LA PERFEZIONE DELLA NEVE
Quante perfezioni, quante/quante totalità./ Pungendo aggiunge./ E poi astrazioni astrificazioni formulazioni d'astri/assideramento, attraverso sidera e caelos/assideramenti assimilazioni
***
LA PASQUA A PIEVE DI SOLIGO
Aleph: Da quali chiuse o antri, da che chiese o macelli/da che prati infiniti, polveri, geli, velli,/ da che eczemi diffusi, da che parestesie/diffuse, in che paresi in che cloni in che mie/o tue carenze alterne, mie o teu semipresenze,/ riapparizioni di straforo, giochi di sbiechi e intermittenze,/ rifiorisco siccome fatuo vanto di riscrivere/lo squisitoinsatellirsi, al non vivere, di ogni vivere,/ rifiorisco per dire peste: a calcolo e a sorte,/ vivo sarò la tua peste, morto sarò la tua morte?
***
lassù, nei dintorni del tirar vento di stelle/si accenderanno i nostri mille parlari e pensieri nuovi/in un parlare che sarà uno per tutti,/ fondo come in un baciare,/ aperto sulla luce, sul buio,/ davanti la mannaia piantata nel buio/ col suo taglio chiaro, appena affilato da sempre.

sabato 1 ottobre 2011

Maurizio Maggiani

Oggi Maurizio Maggiani compie 60 anni.
E' nato il 1° ottobre del 1951 a Castelnuovo Magra.
"Nato in una famiglia di modeste condizioni, dopo aver svolto decine di professioni (è stato anche impiegato e venditore di pompe idrauliche) è approdato alla letteratura, politicamente vicino agli anarchici".  Questa è la scarna biografia che di Maggiani fornisce wikipedia.
Ho letto di lui parecchie cose. Gran narratore, con la voglia di trasformare le storie semplici dell'infanzia, della miseria contadina, dell'emigrazione in epopea. Credo che dietro molti dei suoi romanzi ci sia un gran lavoro di ricerca storica e geografica, da cui trae gli stimoli per le sue invenzioni, sempre complesse e mai banali.
Mauri, Mauri sulla Lunigiana degli anni 60, che definirei almeno parzialmente autobiografico.
Il coraggio del pettirosso, romanzo che incrocia storie umili e testarde come il pettirosso, fra Storia, memoria e utopia. E dove la libertà è un anelito insopprimibile. Tutto il romanzo è un omaggio alla Lunigiana, una sorta di epopea fra mito e realtà storica, un atto d'amore verso la propria terra.
Il viaggiatore notturno, romanzo sui conflitti dell'ex Jugoslavia, soprattutto romanzo sulla Perfetta, donna capace di attraversare da sola le guerre e il deserto, a piedi per centinaia di chilometri; e poi popoli di zingari matti, gesti d'amore, l'orsa Amapola, storie orali che di bocca in bocca divengono romanzo.
La regina disadorna, che pone a confronto due scenari completamente diversi: il porto di Genova e un'isola sperduta del Pacifico; c'è un prete giovane che sposa una giovane regina, c'è una tragedia che si consuma in un istante.
E' stata una vertigine, tredici racconti d'amore, fra i quali spiccano "Scusami, scusami ancor", "Bye bye Doris Day", "L'uomo sul divano", "Nel cuore dell'Europa", "La buriana", "Le tre Veroniche".  
Meccanica celeste, l'ultimo intenso romanzo che racconta di uomini liberi in una piccola comunità dell'entroterra ligure e di una storia d'amore.
E poi ho letto e guardato con curiosità e stupore Mi sono perso a Genova, guida di Genova assolutamente alternativa, con fotografie e testi di Maggiani molto belli, un omaggio alla città in cui ha deciso di andare a vivere.
Io ci sono stato nella strada dove abita Maurizio Maggiani. Si sale dal centro verso le colline, si arriva in un mondo di pace, col mare sempre negli occhi e la campagna attorno, a poche centinaia di metri dal centro di Genova.
Vi lascio qui sotto alcune foto che ho scattato quel giorno, le tracce per raggiungere il luogo, senza dire null'altro.




Auguri, Maurizio!!!


giovedì 29 settembre 2011

Miguel e Michelangelo

Il 29 settembre è la data di nascita anche di Miguel de Cervantes, ideatore di Don Chisciotte e di Michelangelo Merisi noto come il Caravaggio, dal luogo di nascita.
Qui sopra l'interpretazione del personaggio prototipo delle avventure picaresche da parte di Picasso (1955).
Del Caravaggio voglio invece ricordare il realismo delle luci, la crudezza delle scene e dei particolari raccapriccianti, il taglio quasi cinematografico di certe immagini. Lo ritengo un probabile ispiratore di certo cinema splatter d'autore.
Qui sotto, la Testa di Medusa e Giuditta e Oloferne: terrificanti e straordinari.




martedì 30 agosto 2011

Marinai, profeti e balene

Eccomi qui, dopo parecchio tempo.
Rientro con un po' di musica.
Ho avuto modo di ascoltare durante le vacanze l'ultimo lavoro di Vinicio Capossela, Marinai, profeti e balene. Un cd doppio, un concept album come si usava negli anni settanta, colto e divertente.
Riferimenti letterari importanti, romanzi d'avventure e non solo: Conrad, Melville, Celine, Dante, Omero, persino la Bibbia.
Tutto costruito intorno al mare come confine geografico e di narrazione, come contenitore di vita, di miti e di storie. Un'immersione nelle acque dell'epica, negli archetipi del mare e del viaggio. Un disco di ricerca. Ma non spaventatevi, quasi tutto molto divertente. Un disco anche sull'Erlebnis (vissuto intenzionale), sul senso di raccontare storie come completamento dell'esperienza di vita.
Vinicio ci offre un racconto in musica, con versi poetici e intensi, per restiuire un'esperienza di spaesamento, di immersione, per condividere tutto ciò con altri.
E poi ci sono anche strane creature, per esempio le sirene. Pryntil ha come protagonista proprio una sirena. E' un brano divertente e orecchiabile. Pryntil è "la prima stella del corpo di ballo del Balletto delle onde"; Nettuno la implora di chiamarlo Nunù. "E nell'abisso è tutto uno spasso".
Altro brano assolutamente gradevole è Polpo d'amor, una sorta di country western sussurrato dalla graffiante voce di Vinicio un po' alla Tom Waits.
Poi segue Lord Jim, ispirata al personaggio letterario creato da Joseph Conrad, che contiene versi di pura poesia: "Nessuno è mai protetto dalla sua debolezza/che se ne sta nascosta come una serpe dentro un rovo/vilmente sconosciuta, appena sospettata/ma invece rivelata".
Ancora da segnalare: Bianchezza della balena e Fuochi fatui, da Moby Dick di Melville; Billy Bud, sempre da Melville (ma da Billy in the darbies). 
Eppoi Vinocolo, ispirata alla storia di Polifemo, il ciclope di Omero accecato da Odisseo.
Ha a che fare con Omero anche Aedo. "L'Aedo venne per chi era presente/per chi aveva tutto e chi non aveva niente./ [...]Del suo canto la beltà seduce/la verità convince da quello che attinge, da quel che finge./ Il vero dal falso/più non si distingue".
 Verità letteraria e verità fattualea confronto. La tematica del raccontare il vissuto per condividerlo. E farlo divenire, comunque, verità.
Gran bel disco, uno dei migliori del nostro cantautore forse più riconoscibile e originale, insieme a Canzoni a manovella del 2000 e a Ovunque proteggi del 2006.



domenica 3 luglio 2011

Franz Kafka e Max Brod

Il 3 luglio del 1883 nasce a Praga Franz Kafka. Proveniente da una famiglia ebraica borghese, fu introdotto dal padre nel mondo del commercio, come tanti ebrei dell'epoca, per divenire poi impiegato nelle assicurazioni. Cercò nella scrittura la libertà che la società del suo tempo gli negava, ma in vita non pubblicò quasi nulla. Possiamo leggere i suoi capolavori solo perché il suo amico e curatore testametario Max Brod gli disobbedì e li fece pubblicare. Prima di morire, infatti, Kafka aveva dato precise istruzioni all'amico: distruggere tutti i suoi manoscritti e assicurarsi che non avrebbero mai visto la luce del sole.
Kafka amava la scrittura e aborriva la carnalità e la sua stessa corporeità. Egli stesso racconta il disgusto per il proprio corpo quando il padre accompagnandolo in piscina lo costringeva a denudarsi. Lo stesso senso di ripugnanza egli lo esprimeva nei confronti dell'amore sessuale, che descrive ad esempio nel Castello come qualcosa di sporco e che riduceva l'uomo all'animalità.
Ebe rapporti sessuali probabilmente solo con l'amata (e orripilante, nelle stesse descrisioni di Kafka) Felice Bauer, con la quale fu fidanzato ufficialmente per un paio d'anni.
Quando si seppe malato di tubercolosi, nel 1917, ruppe il suo rapporto con lei. Brod ricorda che fu quella l'unica volta in cui vide piangere il nostro Franz. Kafka muore il 3 giugno del 1924, un mese esatto prima di compiere 41 anni.
Lessi per la prima volta i suoi racconti, nella versione pocket longanesi vecchia anni'60, in un paio di giorni in cui ero a casa da scuola, al ginnasio, per un'influenza. Trovai il libro negli scaffali di casa, era lì da diversi anni.
L'insieme costituito dalla febbre intorno a 38° e la visionarietà di Kafka risultò un ottimo cocktail.
Il pezzo forte della raccolta è La metamorfosi.
Geniale l'inizio: al risveglio Gregor Samsa si ritrova trasformato in scarafaggio. Non mi hanno mai spaventato o disgustato gli scarafaggi, quindi mi sono accostato totalmente libero da condizionamenti al racconto. L'atmosfera della narrazione oscilla fra realtà quotidiana e allucinazione, un bel mix, equilibrato e stimolante. "Bisogna attenersi ai fatti", scriveva Althusser da un manicomio, "ma anche le allucinazioni sono fatti". Ecco, ben si adatta alla Metamorfosi, questa frase di Althusser.
Dentro a questa atmosfera strana ci sono tutte le tematiche che poi Kafka svilupperà nei romanzi: la solitudine dell'individuo; l'incomprensibilità della realtà; la critica al potere e alla burocrazia; la morte come liberazione. Lo stile di scrittura è ironico e paradossale, per cui la tragedia sfuma in un'angoscia sottile che ti pervade.
L'opera più complessa di Kafka è la trilogia di romanzi incompleti. Il primo è America, scritto fra il 1912 e il 1916.
Narra le vicende tragicomiche di un sedicenne costretto da una colpa originaria (una serva lo aveva sedotto e aveva avuto un bambino da lui) a lasciare Praga per gli Stati Uniti. Là incontra la tecnologia che lo isola e in qualche modo lo condanna a una perdizione, inghiottito da ingranaggi che non capisce. Karl è un disperso, uno spaesato, come lo straniero di Camus. La felicità, intravista ogni tanto, porta sempre e comunque il protagonista a cadere in disgrazia.
Il secondo è Il processo, scritto nel 1917-18.
Il linguaggio può essere solo allusivo, diceva Kafka. Questa diviene una chiave di lettura e di interpretazione del Processo di tutto il resto. E probabilmente Kafka allude con le sue allucinazioni alla propria vita quotidiana, trascorsa come un lungo esilio linguistico (scrittura in tedesco vivendo a Praga), culturale (ebreo) e lavorativo (costretto dietro la scrivania di un ufficio, con un sorriso di circostanza freddo e vuoto, erede delle insonnie notturne dovute ad ansia ed emicrania, lui, dall'immaginazione implacabile).
Ne Il processo c'è un altro tipo di estraneo, rispetto ad America: si porta addosso una colpa che non conosce, l'inquisizione burocratica, col paradosso di una legge che è nota esclusivamente a quelli che ne stanno fuori. E chi non la conosce è sempre colpevole e non può sottrarsi al suo rigore.
Il terzo è Il castello, scritto nel 1922.
Terzo capitolo della trilogia sull'assurdità della vita, terzo incompiuto, terzo "tradimento" dell'amico Max Brod, che contravvenendo alle volontà di Kafka, fece pubblicare tutto ciò che trovò in casa di Franz, con la consapevolezza di trovarsi davanti a capolavori, anche se, come i romanzi, incompiuti. Il Castello è la metafora dell'inaccessibilità della Grazia, una delle forme della divinità nella Kabbala ebraica; l'altra è la Giustizia, rappresentata nel Processo. Se c'è un Dio, sembra allora dire Kafka, oltre che inaccessibile è incomprensibile, perché incomprensibile è il mondo da Lui creato. E la scrittura diviene per Kafka l'unico possibile strumento di riscatto, di sottrazione di sé all'infelicità con la forza dell'immaginazione. Una scrittura che Franz aveva previsto e pensato come autoreferenziale e autistica, ma che il "tradimento" di Brod ci ha restituito e ha sottratto all'oblio.
Un tradimento di cui gli siamo riconoscenti.
Tomba di Franz Kafka nel cimitero ebraico di Praga, uno dei luoghi più suggestivi della capitale ceca.

venerdì 1 luglio 2011

Mercurio

Il mercurio è velenoso, tossico. Il mercurio riflette, lo utilizzavano per fare gli specchi, un tempo. Il romanzo di Amelie Nothomb, il sesto in ordine cronologico, ha a che fare con lo specchio e con i veleni dell'anima: la gelosia come possesso e l'invidia.
  Mercurio è anche un romanzo sulla bellezza, direi più precisamente sulla bellezza femminile presa come paradigma.
Bellezza segregata e invisibile, bellezza segreta e inconsapevole.
C'è un mostro, anche in questo romanzo.
Non è obeso come altri mostri creati da Amelie; è vecchio e ricchissimo, potente e con al servizio schiere di servitori obbedienti, silenziosi e compiacenti.
Il vecchio nasconde segreti e ragazze nella sua villa, nelle cui stanze avvengono fatti disgustosi, di cui il vecchio, spinto dal suo morboso desiderio, tiene le fila come un burattinaio. Ma no, che cosa avete capito?! Non è un romanzo su Berlusconi...
Ancora una volta, come nei migliori romanzi targati Nothomb, una donna tenace e intelligente ha la meglio su un uomo orrendamente rappresentato. E allora apro una parentesi e mi viene da chiedermi: ma che maschi ha conosciuto la nostra Amelie?
Comunque, chiusa la parentesi, colpi di scena a bizzeffe, scoperte che il lettore è in grado di fare solo a poco a poco, tensione narrativa tenuta alta dalla bravura della Nothomb e dialoghi serrati e baciati dal lume dell'intelligenza di questa scrittrice affascinante e intrigante sono gli ingredienti del romanzo.
Ci sono anche diverse citazioni di libri della letteratura francese, su tutti: Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas padre e La Certosa di Parma di Stendhal, che in qualche modo hanno a che fare con la vicenda narrata da Nothomb.
C'è anche il potere salvifico della letteratura, ironicamente metaforizzato da Amelie in una scala costruita coi libri per fuggire dalla prigionia.
Con una sorpresa in più, quella che davvero non puoi aspettarti: due finali. Il bello è che non solo non ha saputo scegliere Nothomb; neanche il lettore (parlo di me naturalmente) sa scegliere a quale finale affidare lo scioglimento della vicenda. Bel gioco narrativo anche questo, no?

mercoledì 29 giugno 2011

La meravigliosa utilità del filo a piombo

Paolo Nori scrive cose interessanti e divertenti, su questo non ci piove, almeno per quanto mi riguarda. Scrive tanto, e buon per lui, lo invidio un po' per questo. Ultimamente gira anche tanto e lo chiamano a parlare un po' di tutto. Ecco, se questi discorsi diventano libri, qui c'è qualcosa di scivoloso, blisgoso, forse scriverebbe Nori, italianizzando il dialetto parmigiano. Considerando che è il terzo libro di discorsi... Ci sono cinque discorsi e una premessa, in questo libro, che s'intitola La meravigliosa utilità del filo a piombo. La premessa, che s'intitola Specchi, parla dello scrivere; è sintetica e bella, anche originale e significativa. Il titolo del libro è bellissimo e si riferisce al contenuto di uno dei discorsi, "Un mondo di esperti", un bel discorso senz'altro. E la parte migliore è forse il ricordo del nonno muratore e gran lettore, nei giorni di pioggia, in cui non poteva lavorare. Imprinting sul nipote Nori Paolo, e la meravigliosa utilità del filo a piombo è in queste pagine. Che abbia poi poco a che fare con l'inaugurazione di un museo di arte moderna a Bologna, che era poi l'occasione del discorso, alla fine poco importa. Anche tutti gli altri discorsi sono molto simpatici e contengono spesso considerazioni non banali. "Tutto tranne che il liscio" è un discorso sul concetto di frontiera, con belle rievocazioni degli anni '60 e '70, e sul cambiamento di Parma, a partire dagli anni '80. "Bua bua" è sulla fantascienza e più che un discorso è un vero e proprio cazzeggio, in cui l'unico contenuto di fantascienza è la citazione di alcune pagine di Fruttero e Lucentini sull'argomento. Diciamo che togliendolo dal libro, questo non perde nulla. "I bicchieri infrangibili" è sulla letteratura della DDR, della quale Nori svela di non sapere assolutamente nulla. Anche questo era proprio necessario? Infine, "Noi e i governi", come discorso è il più significativo. E anche come racconto scritto. Sarebbe stato bello esserci, quando l'ha pronunciato nel Museo Cervi a Campegine, in provincia di Reggio Emilia.
Voglio chiudere con una citazione. A pag. 43 il nostro scrive: "E scrivere, in fondo, secondo me, è un po' questo, è come farsi crescere dentro la pancia una macchina per lo stupore".
Ecco, caro Paolo, tornaci a stupire come sai fare in romanzi bellissimi come A Bologna le bici erano come i cani, Mi compro una gilera, Siam poi gente delicata, ma soprattutto come Noi la farem la vendetta, opera struggente, e Pancetta, il più originale fra tutti nella struttura narrativa. E te ne saremo grati.

martedì 28 giugno 2011

Jean-Jacques Rousseau

Il 28 giugno del 1712 nasce a Ginevra Jean-Jacques Rousseau. Fu esponente dell'Illuminismo, piuttosto atipico.
"È contro le leggi di natura che pochi uomini rigurgitino del superfluo mentre le moltitudini affamate mancano del necessario".  Queste parole, tratte dal Discorso sulla disuguaglianza, ne fanno una sorta di precursore del socialismo e del comunismo: potrebbero stare tranquillamente nel Manifesto del Partito comunista di Marx, accanto alla lotta di classe. Credeva che gli uomini nascessero liberi e buoni, perciò potenzialmente uguali. Quindi, se vogliamo insistere e tirarlo per la giacca, potremmo anche dire che è precursore dell'anarchismo, che vede gli uomini buoni e capaci di autoregolarsi. Nell'incipit del Contratto sociale scriveva: "L'uomo è nato libero, ma dovunque è in catene". Di qui parte il suo ragionamento, in cui ragione e politica vannoa  abraccetto e devono spiegare e risolvere la contraddizione. Il suo "Buon selvaggio" è un topos della pedagogia. L'Emilio è il suo capolavoro pedagogico. Emilio è un allievo immaginario, dotato di tutte le facoltà e le condizioni socioeconomiche per essere educato da un buon precettore. Il suo curricolum educativo dura venticinque anni, durante i quali, il precettore gli presenterà una serie di esperienze che avranno lo scopo di fargli raggiungere la maturità, in modo tale che egli possa ben integrarsi nella società in cui vive. Fra gli altri precetti, risulta fondamentale l'alimentazione priva di carne, poiché il bambino per natura non ha alcuna attrazione per questo alimento, che rende aggressivi.

sabato 25 giugno 2011

Il sogno eretico

Il sogno eretico è l'ultimo lavoro discografico di Michele Salvemini, alias Caparezza, uscito all'inizio del 2011.
Di Caparezza avevo molto apprezzato il secondo album (quello che è il "più difficile nella carriera di un artista"), Verità supposte (2003), interamente molto bello, i cui brani più noti sono Vengo dalla luna e Fuori dal tunnel. Mi erano anche piaciuti diversi pezzi di Caparezza?! (il primo album del 2000: Mea culpa, La gente originale, Chi c*azzo me lo) e di Habemus Capa (terzo album, 2006: Dalla parte del toro, Ninna nanna di Mazzarò, Il silenzio dei colpevoli, The auditels family). Il quarto album non mi aveva entusiasmato: un concept album stile anni '60 sul 1968 (Le dimensioni del mio caos, 2008), ma un po' a corto di idee forti.
Ecco, il quinto album mi sembra tornare alla qualità del secondo. Tutti pezzi molto belli, orecchiabili ma anche duri e/o divertenti. Si parte con Chi se ne frega della musica, dedicata a tutti i discografici disperati per l'invasione dei formati digitali in file, da MP3 a I tunes. Ma non solo a loro: in realtà il pezzo è irridente verso tutti coloro che usano la musica semplicemente come mezzo per divenire famosi; a tutti coloro che si fingono cantautori alla De André e poi vanno all'Isola dei famosi; a tutti coloro che diventano più volti televisivi che musicisti. E allora, appunto, chissene frega della musica. E poi ci sono due pezzi in qualche modo collegati da una critica sarcastica e irridente all'integralismo religioso, che ha condannato all'abiura Galileo Galilei e ha mandato le streghe e gli eretici sul rogo (Il dito medio di Galileo e Sono il tuo sogno eretico). Poi di seguito una parodia dei quiz imperanti sul teleschermo, Cose che non capisco, introdotta da un siparietto parlato che dice così: "Benvenuti a una nuova puntata di "Chi vuol essere lasciato in pace", abbiamo un nuovo concorrente stasera e direi di iniziare subito con le domande". Ma il brano diventa anche l'occasione per irridere ai contenuti della televisione e del degrado della cultura dello spettacolo in generale. Il pezzo successivo, Goodbye Malinconia, è quasi una conseguenza del precedente: un invito ad andarsene da Malinconia, paese "di santi subito e di sanguisuga", di cervelli e capitali in fuga, di "migranti in fuga dal bagnasciuga", che è poi l'Italia. Allora, "Metti nella valigia la collera e scappa da Malinconia".
La malinconia si butta in farsa con La marchetta di Popolino, parodia del noto personaggio disneyano che inizia con la T e non con la P, ma che in qualche modo ricorda la banda al governo del paese.
Contenuti che tornano molto seri, ma fino a un certo punto, con La fine di Gaia, che prende in giro, ma in modo un po' preoccupato, le varie profezie e visioni di fine della Terra. House credibility parla della vita nella Casa, quella del Grande Fratello, e Legalize the premier direi che non ha bisogno di spiegazioni su chi possa essere il protagonista...
Testi ben costruiti, rime baciate fantasiose e jingle orecchiabili ne fanno un album, come dicevo all'inizio, vicino per qualità a Verità Supposte. E inoltre dentro ci sono tante idee, tante quanti i riccioli di Caparezza.
Buon ascolto a tutti

giovedì 23 giugno 2011

Le Catilinarie

Non so perché, ma a leggere questo libro di Amelie Nothomb mi è venuta in mente una canzone di Giorgio Gaber, una delle utime che ha scritto, I mostri che abbiamo dentro.
La canzone dice così:
"I mostri che abbiamo dentro/che vagano in ogni mente/sono i nostri oscuri istinti/e inevitabilmente/dobbiamo farci i conti. [...] I mostri che abbiamo dentro/ci spingono alla violenza/che quasi per simbiosi/si è incollata/alla nostra esistenza. [...] I mostri che abbiamo dentro/ci inculcano idee contorte/e il gusto sadico e morboso/di fronte a immagini di morte. La nostra vita cosciente/la nostra fede nel giusto e nel bello/è un equilibrio apparente/che è minacciato/dai mostri che abbiamo nel nostro cervello".
La canzone è durissima, ma molto bella e io ho sempre pensato che si riferisse anche al cancro che lo stava divorando.
Ne Le Catilinarie il mostro in effetti c'è: uno scocciatore obeso e deforme, Bernardin, incapace di dialogare e di godere qualsiasi aspetto della vita.
Certe sue spigolosità ricordano un altro obeso della Nothomb, il Pretextat Tach di Igiene dell'assassino.
E anche qui c'è un confronto serrato fra le vittime predestinate e il mostro. Ma Bernardin è un mostro silente, non ha la parlantina aggressiva di Tach. Le vittime predestinate sarebbero due coniugi felici di trasferirsi in campagna, amanti della natura e dei fiori, messi in crisi dall'incontro con questo vicino ossessivo, che va a trovarli sempre alla stessa ora, come in una specie di persecuzione.
Ma i colpi di scena sono sempre tanti e imprevedibili nei libri non biografici di Amelie. E anche qui ce ne sono almeno tre che lasciano il segno. Naturalmente non li rivelo per non guastare il gusto della sorpresa, costruita magistralmente da Nothomb. Della struttura dirò solo che è una narrazione in flashback di eventi accaduti un anno prima. C'era la neve allora e anche adesso nevica, è questo il semplice meccanismo che mette in moto il racconto di uno dei protagonisti. Apro una parentesi:
e poi ho pensato che sarebbe bello leggere i libri con dentro il tempo atmosferico uguale a quello che c'è fuori; per esempio, questo, leggerlo quando nevica o è appena nevicato. Pensate leggere I morti di Joyce mentre sta nevicando. O, perdonatemi il paragone, leggere il mio La schiuma della memoria con la neve fuori per strada. Fine della parentesi.
Dirò anche che il titolo della Nothomb fa riferimento a una citazione della voce narrante, ex professore di greco e latino in un liceo francese.
E le sue catilinarie sono i lunghi monologhi a cui è costretto dal mostro.
I mostri, sembra dirci la Nothomb (che mi pare anche ossessionata in qualche modo dall'obesità che descrive come orrore deforme) sono a volte molto più vicini di quello che pensiamo.
E la quotidianità nasconde l'orrore. E l'orrore quotidiano è descritto da Nothomb sempre con grande verve ed efficacia. E i mostri esterni a noi, a volte, tirano fuori il mostro che c'è in noi. Tutto torna, adesso. Ecco perché mi è venuta in mente I mostri che abbiamo dentro di Gaber.

mercoledì 22 giugno 2011

La vita agra

La settimana scorsa ho concluso la lettura de La vita agra, romanzo di Luciano Bianciardi. Nato a Grosseto nel 1922, ha scritto questo libro nel 1962, all'inizio del boom economico italiano. L'io narrante è uno scrittore giornalista che dalla Maremma si trasferisce a Milano. Di fatto il romanzo racconta, con molte idee geniali e con un linguaggio chiaro e diretto, una parte della biografia dell'autore Luciano Bianciardi. Nella vita di Bianciardi la partenza per Milano avviene nel 1954. E le date paiono coincidere, più o meno, perché l'io narrante, senza parlare di date, descrive la sua partenza, già avvenuta in precedenza rispetto al perido narrato dal romanzo, con un flashback commosso ma anche divertente.
Le date più o meno coincidono perché viene raccontato un fatto di cronaca che diviene l'occasione della partenza e il fatto di cronaca è del 1954. Si tratta dell'esplosione di un pozzo di una miniera per il grisù, a Ribolla, in Toscana, che uccide 43 minatori.
Nel romanzo, lo spunto per partire è raggiungere a Milano un palazzo di vetro e cemento, sede della compagnia industriale, e farlo esplodere per vendicare i minatori morti.
Questa, ironicamente e amaramente, sarebbe la missione da anarchico dell'io narrante.
Poi la vita sceglie altro, vale a dire che il protagonista abbandona i suoi propositi esplosivi e comincia a lavorare nel campo dell'editoria.
"L'avrei scritta come un bitinicco arrabbiato, dieci anni or sono, quando il signor Jacques Querouaques forse non aveva nemmeno imparato a tirarsi su i calzoni. L'avrei fatto, ma mi mancò il tempo e mi mancarono i mezzi."
Così dalla narrativa alla "beatnik" ("bittinicco") stile Kerouac ("Querouaques"), l'io narrante è costretto a ripiegare sulle traduzioni. Ma il suo obiettivo è la narrativa integrale:
"Costruirò la mia storia a vari livelli di tempo, di tempo voglio dire sia cronologico che sintattico. Farò squillare come ottoni gli aoristi, zampognare come fagotti gli imperfetti, pagine e pagine di avoivoevo da far scendere il latte alle ginocchia, svariare i presenti dal gemito del flauto al trillo del violino alla pasta densa del violoncello, tuonare come grancasse e timpani i futuri carichi di speranza. [...] Vi darò la narrativa integrale dove il narratore è coinvolto nel suo narrare proprio in quanto narratore e il lettore nel suo leggere in quanto lettore, insomma interi".
E ne La vita agra, l'operazione riesce, la metafora musical-strumentale approda sulle pagine di un bellissimo libro.
Il capitolo X è il più bello, caustico sul miracolo economico incipiente (è scritto nel 1962) e visionario sul futuro desiderato.
"I miracoli veri sono quando si moltiplicano pani e pesci e pile di vino, e la gente mangia gratis tutta insieme, e beve (il fatto fu uno solo, anche se il dottor Giovanni scinde e sposta la storia del vino nella località di Cana). Mangiano e bevono a brigate sull'erba, per gruppi di cento e di cinquanta. Mangiano e bevono e cantano, stanno a sentire la conferenza e appena buio, sempre lì sull'erba, come capita capita, fanno all'amore. Il conferenziere si è tirato in disparte coi suoi dodici assistenti, e discorre con loro sorridendo. E' un dottore ebreo, biondo, sui trent'anni. I miracoli veri sono sempre stati questi. E invece ora sembra che tutti ci credano a questo miracolo balordo."
Come si fa a non amare pagine così?
"Io mi oppongo", dichiara l'io narrante; al miracolo economico, intende. E "ora so che non basta sganasciare la dirigenza politico-economico-social-divertentistica italiana. La rivoluzione deve cominciare da ben più lontano, deve cominciare in interiore homine".
E queste parole non sono ancora attuali? Non sembrano scritte il giorno dopo i referendum del 12 e 13 giugno?
Il futuro immaginato da Bianciardi è un "neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio", in cui nessuno lavora, la terra produce i suoi frutti, l'essere umano li raccoglie, vivendo in pace e nel piacere di un amore e di un sesso liberi dalla famiglia. Ma nel frattempo, dice l'io narrante, bisogna sopravvivere e adattarsi al ondo così com'è. E provare a capire una città grigia come i suoi abitanti, che in tram non si salutano e mal si sopportano.
Un gran libro, questo, di quelli importanti. Sarà piaciuto a Pasolini, mi son detto. Poi cerca cerca e non ho trovato contatti fra Pasolini e Bianciardi. E pensare che dicevano un po' le stesse cose, decenni prima degli altri.

martedì 21 giugno 2011

Jean-Paul Sartre

Il 21 giugno del 1905 nasceva a Parigi Jean-Paul Sartre. Filosofo esitenzialista e marxista, scrittore, compagno di vita di Simone De Beauvoir. Fondò nel 1945 la rivista Les Temps Modernes. Nel lungo editoriale del primo numero, egli pose i principi di una responsabilità dell'intellettuale nel suo tempo e di una letteratura impegnata. Per lui, lo scrittore è presente "qualunque cosa faccia, segnato, compromesso fino al suo più lontano ritiro dall'attività (...) Lo scrittore è "in situazione" nella sua epoca." E' la posizione dell'intellettuale impegnato nella società. La rivista è considerata come la più prestigiosa tra le riviste francesi a livello internazionale. La chiesa di Saint Germain des Pres, a Parigi, diviene il simbolo di un quartiere laico, in cui gli intellettuali frequentano i caffè (in particolare Les deux Magots e Flores), vanno ai concerti jazz. Il suo libro L'esistenzialismo è un umanismo ha una storia molto particolare. Nasce come conferenza tenuta a Parigi nel 1945, annunciata con grande pubblicità sui principali quotidiani; gli organizzatori avevano però delle inquietudini riguardo al suo successo. Ma quella serata superò ogni ipotesi per il successo e l'entusiasmo che suscitò. Boris Vian ne fece un riassunto nel suo capolavoro L'Écume des jours: spintoni, sedie rotte, svenimenti di donne, Sartre costretto ad aprirsi un varco a gomitate per raggiungere il palco. Da quel momento il pensiero sartriano trova ampia eco popolare. Dal testo della conferenza viene pubblicato il libro, senza il consenso di Sartre. Dopo un avvicinamento al PCF (Partito comunista francese), a partire dal 1956 (vicende di Budapest), è molto critico nei suoi confronti, soprattutto per quanto riguarda il riconoscimento dell'Urss come paese guida dell'Internazionale. Infine ruppe col partito su posizioni libertarie.
Dal 1956 al 1962 Sartre e la sua rivista presero posizione contro l'imperialismo francese e a favore dell'indipendenza algerina.
Nel 1964, fatto che avrà una grande risonanza mondiale, rifiuta il premio Nobel poiché, a suo avviso, "nessun uomo merita di essere consacrato da vivo". Aveva già rifiutato la Legione d'Onore nel 1945 e ancora una cattedra al Collegio di Francia. Questi onori, secondo lui, avrebbero alienato la sua libertà, facendo dello scrittore un'istituzione. Questi suoi gesti resteranno celebri poiché in grado di illuminare lo spirito e lo stato d'animo dell'intellettuale.
Di Sartre ho letto La Nausea, il suo romanzo esistenzialista sull'assurdo della vita. La prima versione è del 1932, l'ultima, definitiva, del 1938.
In questo romanzo in forma di diario c'è l'esistenza ridotta a un sentirsi esistere. Mi risulta che il romanzo sia stato scritto da Sartre a Le Havre, città che ho avuto l'occasione di visitare la scorsa estate. La città è di cemento, ma con una sua solida armonia. Le spiagge sono bellissime e il porto è di notevole impatto. Non è una città brutta, anzi, a me è pure piaciuta (non sono il solo, visto che l'Unesco l'ha inserita nelle città patrimonio dell'umanità).
Non l'ho trovata opprimente, forse Sartre sì. C'è un senso di soffocamento, nel testo. La nausea arriva all'improvviso, coglie l'autore del diario un po' dappertutto, anche nei caffè, oltre che nella sua stanzetta. "Allora la Nausea m'ha colto, mi son lasciato cadere sulla panca, non sapevo più nemmeno dove stavo; vedevo girare lentamente i colori attorno a me, avevo voglia di vomitare. Ed ecco: da quel momento la Nausea non m'ha più lasciato, mi possiede."
Ma dentro quella nausea c'è la consapevolezza, il pensiero di esistere. E se tutto va male, se tutto sembra andare a rotoli in quel disgusto esistenziale, c'è un senso, c'è una giustificazione dell'esistenza: una canzone cantata da una negra, che fa sentire il protagonista "come uno completamente gelato dopo un viaggio nella neve, che entri di colpo in una camera tipida". E qui rileggendo le righe da me sottolineate tanti anni fa (1980, l'anno della morte di Sartre), mi commuovo, come mi commuovevo allora, quando ero un ragazzo. Risento quell'intensità. Nel finale c'è la voglia di scrivere un libro, un romanzo. Una voglia che mi sono portato addosso una (mezza) vita, fino a che ce l'ho fatta. E ne sono felice.

Sartre fotografato da Antanas Suktus in Lituania, nel 1969

giovedì 9 giugno 2011

Il secolo breve e quello lunghissimo

Il 9 giugno del 1917 nasce ad Alessandria d'Egitto Eric Hobsbaum, che un errore dell'anagrafe trasforma in Hobsbawm. Cresciuto a Vienna e poi a Berlino, nel 1929 perde il padre e due anni dopo la madre. Nel 1933 si trasferisce a Londra con la sorella e i genitori adottivi (una zia materna e uno zio paterno). L'inglese non è un problema, poiché fin da subito i suoi genitori gli avevano parlato solo in inglese. Nel 1970 è nominato Professore ordinario a Stanford e al Birckbeck College dell'Università di Londra; nel 1978 entra a far parte della British Academy ed esercita la sua professione fino al 1982, seppur con alcune nomine provvisorie, tra cui quella alla Nuova Scuola per la Ricerche Sociali (The New School for Social Research) di Manhattan. Nel 1994 pubblica il suo capolavoro, Il secolo breve, sul Novecento.
Il Secolo breve analizza le svolte storiche di un secolo la cui estensione temporale, a detta dell'autore, può essere racchiusa in due date, il 28 giugno del 1914 e il 28 giugno del 1992. Cioè esattamente 78 anni; di qui il significato del titolo.
Fu infatti nel giorno 28 giugno di questi due anni che accaddero eventi che racchiudono il lasso di tempo all'interno del quale il mondo non sarebbe stato più lo stesso di prima. Il 28 giugno 1914 a Sarajevo veniva assassinato l'arciduca Francesco Ferdinando, evento che dette inizio alla Prima guerra mondiale; nello stesso giorno di settantotto anni dopo, il 28 giugno del 1992, il presidente francese Mitterand parlava nella stessa città martoriata in quei giorni dalla guerra balcanica dei nazionalismi etnici per invocare, rivolto ai grandi di tutto il mondo, una nuova e duratura pace. Ma la data conclusiva del Secolo breve è per Hobsbawm il 1991, anno in cui cade definitivamente il regime in URSS e nascono le prime repubbliche indipendenti dalla Russia.
Edito per la prima volta nel 1994 da Pantheon Books di New York, il volume è stato pubblicato in Italia nel 1999 nella collana Storica da Rizzoli.
Anticipato da una prefazione (nella quale l'autore dà conto di possibili punti di vista non oggettivi) e da una veloce panoramica dal titolo Il secolo: uno sguardo a volo d'uccello (in cui vengono scorsi in panoramica gli eventi salienti del secolo ventesimo), il libro è corredato da un'appendice con l'indicazione di letture di approfondimento e da un ampio apparato bibliografico oltre che di un indice dei nomi.
E' un marxista non dogmatico, a lungo militante nel piccolo e settario Partito comunista britannico. Le sue riflessioni storiche nascono dallo studio del movimento operaio, dalla nascita agli atti successivi, le cui radici sono state da Hobsbawm collocate nei conflitti e nelle ribellioni dell'età pre-industriale.Se il Novecento è il Secolo breve, l'Ottocento è per Hobsbawm Il Lungo XIX Secolo.
Per Hobsbawm (e non solo), infatti, almeno sul piano della storiografia, l'Ottocento si estende nel lasso di tempo compreso tra l'anno 1789 e l'anno 1914, vale a dire dalla Rivoluzione francese al primo conflitto mondiale. E lì si salda col Secolo breve.
La Rivoluzione francese portò in Europa la costituzione di una forma di governo repubblicano, e l'inizio della Prima guerra mondiale segnò la fine di un'era per aprirne, subito dopo, una nuova.
Durante il periodo del primo conflitto mondiale, fino al termine, cioè, del 1918, molti degli accordi politici internazionali, che fino ad allora erano in essere su scala planetaria, vennero sospesi, fino a disegnare, al termine del conflitto, uno scenario completamente nuovo all'interno di un secolo che si sarebbe rivelato tanto breve quanto denso di mutamenti, sia sul piano politico e sociale sia su quello economico e delle scoperte scientifiche.
Questi i titoli in cui lo storico sviluppa le idee sul lungo Ottocento:
The Age of Revolution: Europe 1789-1848 (Le rivoluzioni borghesi. 1789-1848); The Age of Capital: Europe 1848-1875 (Il trionfo della borghesia. 1848-1875); The Age of Empire: Europe 1875-1914 (L'Età degli imperi. 1875-1914).Nel 2003 gli è stato assegnato il Premio Balzan per la storia europea dal 1900. Attualmente è  professore emerito in Scienze politiche a Manhattan. Oggi Hobsbawm ha compiuto 94 anni. Quasi un secolo, mica tanto breve.
E guardate qui che faccia.
Auguri e buon compleanno.

domenica 5 giugno 2011

Una rosa per il noir (e per Micromega)

Nel maggio del 1986 nasceva la rivista Micromega. Dunque all'inizio della settimana che si sta concudendo, Micromega ha compiuto 25 anni.
"Bisogna ridicolizzare i fautori o diffusori di romanzi gialli, talora giallissimi, parto di fantasie malate, bisognose di energiche cure". Firmato: Benito Mussolini
Micromega con ben diverse parole, opposte nel senso a quelle del dittatore fascista, sceglie di celebrare i 25 anni con un numero monografico dedicato al giallo e al noir, dal titolo eloquente: crimini d'establishment. (Così, con la "C" minuscola).
"Un numero dedicato ai crimini d'establishment è il più adeguato all'attuale situazione, dove la realtà di regime riesce ogni giorno a superare la più fertile immaginazione. Speriamo in lettori sempre più esigenti, che magari vogliano arricchire l'impegno della testata e del sito web attraverso la nascita di un club". Questo l'auspicio di Paolo Flores d'Arcais, nella presentazione del numero speciale.
Il numero prosegue poi con un saggio di Guido Caldiron, giornalista di Liberazione, dal titolo Il giallo e l'impegno, da Dashiell Hammett a Stieg Larsson. Dopo di che, via libera alla sezione "Finzione e realtà", che comprende vari racconti, più o meno lunghi, che narrano la realtà in forma di giallo o di noir. Che non sono la stessa cosa. Nel giallo c'è un poliziotto o un investigatore che indaga, c'è un reato commesso e un a pista da seguire nelle indagini. Le vicende sono narrate in terza persona dal "narratore onnisciente"o in prima dal detective. Nel noir, la vicenda è torbida e il protagonista è spesso il delinquente stesso, che a volte narra la vicenda in prima persona; il noir, dunque, ti fa entrare nell'anima nera e nella psicologia del malfattore.
Secondo Massimo Carlotto, uno degli autori presenti nella rivista e fra i protagonisti del "noir mediterraneo", il noir stesso può essere letteratura della crisi o letteratura del conflitto.
Letteratura della crisi: raccontare le trasformazioni criminali prodotte dalla globalizzazione dell'economia, i nuovi mercati illegali, il ruolo strategico della politica nei meccanismi criminali.
 Aspetto importante, sostiene Carlotto nei suoi pubblici interventi, che ha colmato il vuoto lasciato dalla scomparsa, o quasi, del giornalismo investigativo. Romanzi veri, che raccontano l'attualità con la forza dell'inchiesta, non inchieste travestite da romanzo. La criminalità si è infiltrata in ogni aspetto della società, questo ci dicono, con dovizia di particolari, i noir della crisi.
Letteratura del conflitto: il noir può farsi portavoce di un altro aspetto, la convinzione che un altro mondo è possibile. E per farlo deve passare attraverso il conflitto. Per esempio certi noir francesi raccontano non solo poliziotti violenti e corrotti, ma anche la rivolta delle banlieus che un controllo sociale marcio provoca. I temi divengono alora il conflitto razziale, economico, culturale, generazionale; il conflitto, appunto.
E oggi il poliziesco classico non può più spiegare nulla del reale, anche perché si è quasi sempre limitato a spiegare chi, come e quando, senza soffermarsi sui perché.
Il perché ce lo spiega il noir. Il noir d'inchiesta, che sia della crisi o del conflitto, è anticipatore della realtà, poiché nasce proprio dal tentativo di rispondere alla quarta domanda del giallo classico lasciata senza risposta: perché? Capire il male, capire come si propaga nella società, capirne i meccanismi e le motivazioni. Spiegare la crisi. E poi dovrebbe seguire la redenzione, spiega Carlotto. Che non è possibile senza conflitto. Con il potere, con la criminalità, con il lettore stesso.
Auguri a Micromega e una rosa per il noir della crisi e del conflitto.

venerdì 3 giugno 2011

Il giornalista freelance e il poeta beat

3 giugno, data di nascita di Antonio Russo (1960), giornalista che, per scelta, per rimanere sempre davvero libero da qualsiasi padrone, volle sempre lavorare solo come free lance. Libero di girare di guerra in guerra, documentandone gli orrori e i lati peggiori. Russo è stato per molti anni free lance e reporter internazionale di Radio Radicale. Fu spesso in Africa (Algeria, Burundi, Ruanda) e nei paesi dell'est Europa, ex Jugoslavia compresa. In Kosovo documentò, solitario, la pulizia etnica contro gli albanesi kosovari. Fu ucciso nel 2000, a soli quarant'anni, in circostanze non ancora chiarite a Tbilisi, in Georgia, dove era arrivato per documentare la violenta repressione da parte dell'esercito russo contro la popolazione civile della Cecenia. Il suo corpo portava i segni della tortura.
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Il 3 giugno è la data di nascita anche di Allen Ginsberg, nato a Newark, negli Stati Uniti (New Jersey), nel 1926.

Durante gli anni in cui era matricola alla Columbia, Ginsberg, conobbe Lucien Carr, un compagno di università che poi lo presentò a un certo numero di scrittori Beat, tra cui Jack Kerouac e William Burroughs.
La loro amicizia divenne sodalizio artistico e culturale, poiché coglievano con entusiasmo il potenziale dei giovani americani, un potenziale che esisteva al di fuori degli stretti confini del conformismo del dopo guerra, nel periodo tetro del maccartismo. Ginsberg e Carr parlavano di una "nuova visione", concetto mutuato da Arthur Rimbaud, per la letteratura e per l'America. Ginsberg conobbe anche Neal Cassady, per il quale ebbe una lunga infatuazione. Kerouac descrisse in seguito l'incontro tra Ginsberg e Cassady nel primo capitolo del suo romanzo del 1957, On the road (del quale già ho parlato a proposito di Kerouac, vedi post del 12 marzo http://laschiumaelarosamattiatoscani.blogspot.com/2011/03/jack-kerouac.html).
Qui sotto, invece, c'è la recensione del romanzo che ho pubblicato su aNobii, col titolo "Jack poteva essere Gesù".
http://www.anobii.com/mattosc/comments?public=0&sort=3&page=2
Ma torniamo a Ginsberg.
Nel 1954 si trasferì a San Francisco.
Nell'estate del 1955 il pittore Wally Hedrick, co-fondatore della "Galleria Six", gli chiese di organizzare una lettura di poesie presso la Galleria stessa. Ginsberg accettò la proposta perché, come scrive Fernanda Pivano, fra le principali divulgatrici in Italia delle opere della beat generation"... aveva capito l'importanza del suono della lingua scritta, e anche l'importanza del coinvolgimento fisico del poeta coi versi lunghi: la lunghezza del verso non indicava soltanto l'atto fisico di tirare il respiro ma anche l'unione dello stato fisico con quello emotivo durante la composizione".
L'evento venne pubblicizzato da Ginsberg con il titolo "Sei poeti alla Galleria Six" e aveva fatto stampare dei biglietti d'invito che dicevano: "Sei poeti alla Six Gallery, notevole raccolta di angeli tutti insieme nello stesso luogo: vino, musica, poesia seria, satori gratis. Piccola questua per vino e cartoline. Avvenimento incantevole". Giovedì 13 ottobre 1955 si tenne quindi uno dei più importanti eventi della "Mythos Beat" conosciuto semplicemente come "The six Gallery reading". Durante quella notte ci fu la prima lettura pubblica di Howl, un poemetto che ha portato nel mondo grande fama a Ginsberg. Howl è anche l'opera principale di Ginsberg, ed è ben nota per la sua linea di apertura: "Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi per strade di negri all'alba in cerca di droga rabbiosa... ". Ispirato e scritto principalmente durante visioni indotte dal peyote,  fu considerato scandaloso all'epoca della sua pubblicazione, a causa della crudezza del suo linguaggio, che è spesso esplicito, venne messo al bando per oscenità. Il bando venne in seguito tolto dopo che il giudice Clayton W. Horn dichiarò che il poema possedeva un aspetto di importanza sociale. Nel componimento, che risente dell'influenza di Walt Whitman ed è scritto con un verso ritmato che ha la cadenza della lingua parlata, il poeta rivive le sue crude esperienze, dal ricovero in un ospedale psichiatrico, all'uso delle droghe e all'omosessualità.
Nel 1957 si trasferì a Parigi col compagno di vita Peter Orlovsky, alloggiando in un locale sopra un bar che divenne poi noto come Beat Hotel, chiuso nel 1963 e che è stato di recente restaurato, riaperto e reso utilizzabile dai turisti in rue Git-le-coeur.
La poesia di Ginsberg venne fortemente influenzata dal ritmo e dalle cadenze del jazz, dalla sua fede Buddhista e dalle sue radici ebraiche.
Morì il 5 aprile 1997, circondato da familiari e amici nel suo East Village a New York City, soccombendo per le complicazioni di un'epatite dovute a un cancro al fegato.
Nonostante la malattia Ginsberg continuò a scrivere e la sua ultima poesia, Things I'll Not Do (Nostalgias), terminata il 30 marzo, pochi giorni prima della sua morte.
È sepolto nel suo appezzamento di famiglia nel Gomel Chesed Cemetery, nella zona dei cimiteri ebraici, a Newark nel New Jersey.

ANTONIO RUSSO


ALLEN GINSBERG

mercoledì 18 maggio 2011

Bertrand Russell (e Spinoza)

Il 18 maggio 1872 è la data di nascita di Betrand Russell, filosofo e pacifista inglese.
Mi trovai per caso a leggere un suo libro un'estate in montagna, mi piacque il titolo: La conoscenza del mondo esterno, che il nostro aveva scritto nel 1914. Avevo 14 anni e mi appassionai alla lettura, scoprendo una passione per la filosofia. Da quel momento, Russell fu uno degli autori che seguii. Mi colpì la sua capacità di essere allo stesso tempo rigoroso e divulgativo. Trovavo la sua logica inoppognabile, assolutamente convincente. Negli anni successivi infilai, nelle edizioni Longanesi, una serie di letture su tematiche laiche e diritti civili che mi interessavano molto: Perché non sono cristiano (1927), Saggi scettici (1928), Matrimonio e morale (1929), La conquista della felicità (1930).
Utilizzai la sua Storia della filosofia occidentale (1945) come antidoto al corso di filosofia del mio professore del liceo classico, un cattolico che riteneva Tommaso d'Aquino il miglior filosofo di tutti i tempi, mentre Russell lo considerava un filosofo "con ben poco spirito filosofico", cioè incapace, per scelta, di seguire, socraticamente, un ragionamento fin dove questo lo avrebbe portato, precludendosi così la possibilità delle scoperte. Indimenticabili le parole che invece Russell utilizza per  Spinoza: "Spinoza è il più nobile e il più degno d'amore dei grandi filosofi. Se qualcun altro lo ha superato per intelletto, dal punto di vista etico è superiore a tutti. Di conseguenza, fu considerato, durante la sua vita e per un secolo dopo la sua morte, un uomo di spaventosa malvagità. Era nato ebreo, ma gli ebrei lo sconfessarono. [...] Egli visse tranquillamente, prima ad Amsterdam e poi a L'Aja, guadagnandosi la vita levigando lenti. I suoi bisogni erano pochi e semplici, e mostrò in tutta la sua esistenza una rara indifferenza per il denaro."
Il libro è scritto tutto un po' così, con le opinioni personali di Russell esposte con ironia, a tratti con umorismo. Ma il pensiero dei filosofi è esposto con chiarezza e rigore. Certo, ci sono molte scelte anche discutibili, ma che godimento divenne per me la filosofia!
Albert Einstein lo definì "un libro prezioso, un'opera pedagogica di altissimo livello che si situa sopra il conflitto tra le parti e le opinioni".
Alcuni episodi della sua vita sono raccontati nell'autobiografia, improntata allo stesso stile scettico, riflessivo e ironico. Racconta di come l'amore per la matematica lo salvò dal suicidio; delle sue quattro mogli, alle quali sempre faticò ad essere fedele, soprattutto alla prima; di come nel 1948, a 76 anni, si salvò nuotando in mare da un incidente aereo. Invece non potè raccontare della sua morte, avvenuta nel 1970 in Galles per un'influenza, all'età di 98 anni.
Ebbe un'attiva partecipazione politica, impegnandosi, a partire dagli anni '50, con Einstein  per il disarmo nucleare; in precedenza era passato da un pacifismo assoluto a uno che aveva coerentemente definito "relativo", ma riteneva la guerra giusta solo in casi del tutto straordinari, per esempio contro Hitler. Nel 1961 Russell fu processato e condannato a una settimana di prigione in seguito a una manifestazione a Londra contro il proliferare delle armi nucleari. La guerra in Vietnam fu l'ultimo obiettivo polemico del pacifismo di Russell, che insieme a Jean Paul Sartre fondò il tribunale per processare gli Stati Uniti per crimini di guerra (il tribunale assunse poi il nome di "Tribunale Russell"). Da attento polemista, criticò anche la ricostruzione dell'assassinio di John Fitzgerald Kennedy; lo scritto 16 questions on the assassination  pubblicato nel 1964 è ancora considerato una efficace denuncia della inconsistenza della versione ufficiale del caso. Politicamente sostenitore del socialismo democratico, avversò duramente il totalitarismo di Stalin.

giovedì 5 maggio 2011

Karl Marx e Naomi Klein

Il 5 maggio è la data di nascita di Karl Marx e di Naomi Klein.
Karl Marx, nato nel 1818 a Treviri, è il fondatore dello spettro che si aggira(va) per l'Europa, il comunismo.
Riteneva la lotta di classe il motore della storia, il capitalismo un rapporto sociale di produzione che conteneva in sé una forma di sfruttamento e portava all'alienazione l'operaio. Per questo occorreva superare il capitalismo e il libero mercato, abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione e instaurare con la rivoluzione una temporanea dittatura del proletariato e poi il comunismo vero e proprio, in cui gli esseri umani non fossero in competizione fra di loro, ma collaborassero al fine di costruire una felicità molto concreta, rispondendo ai bisogni essenziali dell'esistenza. Ne Il capitale (1867), introdusse il concetto di "feticismo delle merci", concetto modernissimo che spiega i successivi (di circa un secolo) fenomeni del consumismo e del passo ulteriore, la mercificazione del corpo. Nel libro primo utilizza una metafora dissacrante, ma geniale: paragona la trasformazione della merce nel dio Oro alla transustanziazione che avviene nell'Eucarestia, in cui il vino e l'ostia si trasformano in sangue e corpo di Cristo, nella liturgia cristiana. Nel libro secondo (1885), dedica varie pagine indignate a criticare ferocemente lo sfruttamento dei ragazzini nel lavoro, da parte dei capitalisti. Spiegò con analisi economica rigorosa il principio di accumulazione e di autoriproduzione del capitale, ipotizzando però anche la sua autodistruzione come destino estrinseco. Nonostante le crisi, il capitalismo finora ce l'ha sempre fatta a riprendesi dalle crisi periodiche, risorgendo come l'Araba Fenice dalle proprie ceneri, sempre a spese dei lavoratori. Ne Il manifesto del Partito comunista (1848), parla della storia come susseguirsi di momenti di conflitto e invita il "proletariato" internazionale a unirsi per la rivoluzione. Il suo approccio, che lega gli eventi storici e culturali agli inetressi economico-sociali in gioco, è divenuto poi un concetto se non universalmente accettato, senz'altro molto utile a comprendere gli eventi.
Solo dopo Marx si può affermare che le guerre dipendono da interessi economici, che generano investimenti capitalistici, che servono a rendere merce le nuove tecnologie applicate alle armi.
Naomi Klein è nata a Montreal nel 1970. Ha scritto nel 2000 No Logo, considerato il manifesto dei no global. Nel 2007 ha scritto Shock economy, in cui analizza la rimonta del capitalismo globalizzato, chiamandolo "capitalismo dei disastri". Non è dichiaratamente marxista, ma credo che, se non ha letto direttamente Marx, ne abbia studiato sintesi dettagliate. Parte dalla critica dell'immagine, capace di creare falsi bisogni ( e vere etichette o marchi, da qui il titolo!) per inoltrarsi nel territorio delle rivolte antiglobalizzazione dei giovani. Il libro raccoglie le sue esperienze di cinque anni di viaggio in Nord America, Asia ed Europa. Per dire che "La vita è fatta di sostanza e non di apparenza". Come Fromm, come Pasolini. Come Marx. Qui sotto il link col sito di Naomi Klein.
Auguri Naomi (e non dimenticarti di Marx...)
http://www.naomiklein.org/main

mercoledì 20 aprile 2011

Joan Mirò, un contabile surrealista

Joan Mirò nacque a Barcellona il 20 aprile del 1893. Su consiglio del padre, qualcuno dice costretto dal padre, Miró intraprese studi commerciali ma in parallelo frequentò lezioni private di disegno; dal 1910 al 1911 lavorò come contabile in una drogheria, finché un esaurimento nervoso non lo convinse a dedicarsi all’arte a tempo pieno. Liberatosi dalle cifre, divenne così poco alla volta il più ribelle dei surrealisti. Nel 1920, come tanti altri artisti e scrittori della sua epoca, si trasferì a Parigi, attratto dalle comunità artistiche di Montmartre e Montparnasse. Lì conobbe Picasso e il dadaista Tristan Tzara, che molto lo influenzarono. Decise di uccidere la pittura tradizionale, scomponendo corpi e oggetti in suggestive e astratte ricomposizioni. Ritornato in Spagna e sposatosi a Maiorca nel 1929, cominciò a dedicarsi totalmente alle sue sperimentazioni artistiche. Allo scoppio della guerra civile spagnola, nel 1936, si trasferì di nuovo a Parigi. Era antifascista e antifranchista, ma credeva più nella rivoluzione col pennello che nella rivoluzione armata. Di nuovo fece ritorno in Spagna nel momento dell'invasione nazista della Francia. Miró fu uno dei più radicali teorici del surrealismo, al punto che André Breton, fondatore di questa corrente artistica, lo descrisse come “il più surrealista di noi tutti”. Tornato nella casa di famiglia, Miró sviluppò uno stile surrealista sempre più marcato; in numerosi scritti e interviste espresse il suo disprezzo per la pittura convenzionale e il desiderio di “ucciderla”, “assassinarla” o "stuprarla" per giungere a nuovi mezzi di espressione. La violenza vissuta più volte nella sua vita gli era rimasta nelle parole che utilizzava per parlare della sua rivoluzione artistica. Ricevette numerosi riconoscimenti dalla comunità artistica internazionale. Per i riconoscimenti in patria Miró dovette attendere gli anni della vecchiaia e la caduta del franchismo: nel 1979 l'Università di Barcellona gli conferì la laurea honoris causa (l'Università di Harvard aveva già provveduto nel 1968); nel 1980 ricevette la medaglia d’oro delle Belle Arti dal re di Spagna Juan Carlos; nel 1981 fu premiato con la medaglia d'oro di Barcellona.
In età avanzata Miró accelerò il suo lavoro, creando ad esempio centinaia di ceramiche, tra cui il Muro della Luna e il Muro del Sole presso l'edificio dellUNESCO a Parigi. Si dedicò pure a pitture su vetro per esposizione.
Negli ultimi anni di vita Miró concepì le sue idee più radicali, interessandosi della scultura gassosa e della pittura quadridimensionale.
Joan Miró morì a Maiorca all'età di 90 anni, il giorno di Natale del 1983 e venne sepolto a Barcellona.

 Donna e uccello, Parco Mirò, Barcellona (1978)

 Il blu

 Logo di promozione turistica della Spagna

sabato 16 aprile 2011

Leonardo, ovvero il genio

Leonardo nacque a Vinci il 15 aprile di 559 anni fa, nel 1452.
Fu artista, scienziato, studioso di anatomia, inventore, ingegnere ante litteram. Nella sua vita dimostrò di saper fare bene tutto, o quasi. Talento universale del Rinascimento italiano. Quando è triste e deprimente e c'è da vergognarsi a sentirsi italiani, come cantava Giorgio Gaber, possiamo sempre consolarsi con il Rinascimento. Fioritura di idee e di creatività. Leonardo incarnò in pieno lo spirito della sua epoca, portandolo alle maggiori forme di espressione nei più disparati campi dell'arte e della conoscenza. Difficile fare un elenco, basta quanto detto. Uno che non solo aveva le idee, ma le realizzava pure. Creatività e manualità, così è andata avanti l'umanità, da sempre. Le sue opere artistiche sono sparse per l'Europa, e forse Leonardo è anche uno dei primi europei, ha soggiornato ovunque, ovunque ha prestato il suo genio e il suo lavoro, magari per necessità: aveva bisogno di soldi, tanti, per realizzare le sue idee strampalate, che spesso doveva pagarsi coi suoi dipinti apprezzatissimi in tutte le corti europee. In realtà, le sue idee sembravano strampalate, ma erano semplicemente anticipatrici del futuro. Se c'era uno in grado di immaginare il futuro era lui, Leonardo. Giulio Carlo Argan evidenzia come per Leonardo tutto è "immanenza". Egli guarda la realtà e la natura con gli occhi dello scienziato. Il paesaggio di quest'opera "non è un paesaggio veduto né un paesaggio fantastico: è l'immagine della "natura naturans", del farsi e del disfarsi, del ciclico trapasso della materia dallo stato solido, al liquido, all'atmosferico: la figura non è più l'opposto della natura, ma il termine ultimo del suo continuo evolvere".
Per me le sue opere pittoriche più importanti sono tre: L'Adorazione dei Magi (Uffizi, Firenze), L'ultima cena (S. Maria delle Grazie, Milano) e La Gioconda (Louvre, Parigi).
"A questo dipinto,
che esalta la pietà religiosa della cerchia neoplatonica,
si riferisce esplicitamente Leonardo interpretando
il tema in chiave simbolica, e non storica o
fiabesca, e raggruppando le figure a cerchio intorno
alla sacra apparizione invece di farle arrivare in corteo.
Andando ancora più in là del Botticelli, elimina
anche la capanna; e confonde i Magi in una ressa di
persone agitate, accorrenti, gesticolanti, prostrate.
Anche il Botticelli sviluppa il tema più come epifania,
o manifestazione del divino, che come adorazione; ma
Leonardo rifiuta di considerare l’aspetto sociale del
tema (l’omaggio dei signori e dei dotti a Dio) e va diritto
al nucleo filosofico. Poiché concetto fondamentale
del pensiero neoplatonico è l’ispirazione o il furor
(anche come grazia divina concessa a pochi spiriti
superiori, a una élite), espone e dimostra il proprio
concetto, completamente diverso, del furor.
Epifania è fenomeno; dunque nel fenomeno e non
nell’astratta idea si manifesta il divino. Il fenomeno
sorprende, emoziona, turba, suscita reazioni diverse,
mette in moto tutta la realtà: anche i cavalli imbizzarriscono
al fenomeno dell’apparizione divina". (Argan)
L'ultima cena è un'opera rivoluzionaria per il contenuto: c'è una donna, probabilmente Maddalena, di fianco a Gesù, fatto ritenuto sacrilego al tempo e mascherato con una barba. Il recente restauro ha riportato in luce fattezze e lineamenti decisamente femminili. Gesù ha voluto, dunque, secondo Leonardo, anche la Maddalena, insieme agli apostoli. Fatto che allude forse a una sua relazione con la donna, ex prostituta da lui convertita, probabilmente innamoratissima di Lui. Se ricambiata non ci è dato di saperlo; Leonardo parrebbe optare per il sì.
Come spiega Giulio Carlo Argan, nulla in realtà è meno enigmatico del sorriso della Gioconda. Quel sorriso è l'espressione dell'uomo rinascimentale che si erge davanti al paesaggio, alla natura che fa semplicemente da sfondo alla propria immagine, rivendicando una posizione preminente che darà luogo alla rivoluzione scientifica e artistica del Rinascimento stesso. Al contempo però ne è partecipe, diremmo oggi è elemento biotico, vivente dell'ecosistema e fattore antropico, elemento determinante nella trasformazione dell'ecosistema stesso. E allora quel sorriso assume il significato del benessere che si manifesta quando essere umano e natura sono in armonia.
Quel sorriso incanta milioni di turisti al Louvre, un gran numero dei quali sono giapponesi, da sempre, e cinesi, negli ultimi anni.
Riuscire a vedere la Gioconda al Louvre senza schiere asiatiche al fianco è un'impresa. Se qualcuno ci riesce, me lo faccia sapere.