La schiuma della memoria

Qui si parla innanzitutto di un romanzo, uscito nel novembre del 2010 presso le edizioni Montag di Tolentino.
Il titolo è La schiuma della memoria e l'ho scritto io.
Poi si parla e si scrive di altre cose, di fotografie e di film, di libri letti e di teatro, di teatroterapia e di paesaggio. E di altro ancora. L'intenzione è comunque quella di raccordare la memoria con l'attualità per ritrovare il senso perduto degli eventi e per non dimenticare personaggi che con le loro vite hanno scritto pagine di storia non solo privata, ma anche collettiva. Molti di essi sono i miei riferimenti culturali e di valore. Il romanzo stesso dialoga con questi contenuti, in modo dinamico, in costante evoluzione, perché la memoria non è cristallizzazione ma è senso e significato. Mi piacerebbe che la lettura del blog desse anche il piacere della scoperta e di un punto di vista sul mondo spostato dalla norma, in qualche modo sorprendente. Buona lettura.
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mercoledì 4 novembre 2015

Salò, urlo di dolore

Salò o Le 120 giornate di Sodoma
Il film di Pasolini, intendo.
Visto il 2 novembre al cinema Astra, in occasione della bella rassegna che è stata il cuore del 18° Parma Film Festival.
Versione originale restaurata.
Cioè mai così bella esteticamente, colori nitidi e luce perfetta, che permettono di apprezzare il capolavoro estetico costruito da Pasolini.
Lo spazio disegnato dentro alla villa, nel salone dei racconti e delle orge, un quadro neoclassico: la scala bianca, dalla quale scendono le narratrici, il tavolo di legno massiccio di fronte alla scala, l'ombra del tavolo simmetrica e trapezoidale sul pavimento.
Uno spazio freddo, teatro dello strazio dei corpi e delle anime dei giovani rapiti e schiavizzati.
Il film è tributario di De Sade e di Dante nella stessa misura; la discesa all'inferno delle giovani vittime è scandita da un antinferno, in cui i giovani vengono braccati nelle campagne padane e sottratti alle loro famiglie di "sovversivi"; segue il girone delle manie, in cui i corpi vengono usati come strumento di soddisfazione delle perversioni sadiche dei loro carnefici (un Duca, un Presidente, un'Eccellenza, un Monsignore: quattro poteri a formare un potere assoluto e totalmente anarchico: il Potere, incarnato nel fascismo storico della Repubblica di Salò); la discesa all'inferno prosegue con il girone della merda, in cui i giovani corpi, ridotti a merce nel girone precedente, vengono nutriti con i loro stessi escrementi (anticipazione mirabile del Junk fast food dei nostri tempi); conclude il supplizio il girone del sangue, in cui i corpi di chi abbia osato, anche in minima parte, contravvenire alle regole, all'obbligo di essere felici nel soddisfare come merce i desideri altrui, viene torturato in modo brutale: bruciature dei genitali, marchiature a fuoco, scotennature e mutilazioni varie... Un delirio di violenza brutale oscena in senso letterale, fuori dalla scena, per certi versi inguardabile. Un pugno allo stomaco, diverse volte ho dovuto deglutire per non star male.
Un film testamento, un capolavoro assoluto in cui la violenza si capovolge, grazie al disgusto, in lezione morale, facendo divenire il film un poema nero di grande potenza etica.
Due sequenze mi sono rimaste negli occhi più di altre: una, l'uccisione del collaborazionista che ha trasgredito alle regole facendo l'amore (desiderio vero e puro, non dettato dal regolamento del potere) con la servetta nera; colto sul fatto dai quattro signori del potere, li saluta col pugno alzato, da comunista, rendendoli per un attimo sbigottiti e sorpresi. Poi la violenza con cui i potenti scaricano le pistole su di lui è figlia della rabbia del potere deriso. Un gesto di libertà assoluta contro il potere assoluto, quando non c'è più niente da perdere.
La seconda sequenza è in realtà una serie di sequenze sul matrimonio: il matrimonio imposto dal Potere a un ragazzo e una ragazza, costretti poi a denudarsi e a "consumare" le nozze davanti ai signori, sul pavimento; il matrimonio grottesco di tre dei signori (il Duca, il Presidente, l'Eccellenza) travestiti da donna con tre dei ragazzi, nozze officiate dal Monsignore, naturalmente. Il matrimonio come contratto imposto e convenzione consunta, per ubbidire al potere e alle sue convenzioni; il matrimonio come struttura sociale parte integrante del sistema consumistico, svuotato da qualsiasi segno e simbolo d'amore.
Un film duro, senza speranza, dal finale apparentemente leggero: due giovani collaborazionisti cercano sulla radio le note del pezzo che accompagna tutta la vicenda in vari tratti di stacco dalla violenza; si tratta del brano di Morricone "Son tanto triste", un valzer leggero e melodico, come una carezza di sollievo nella violenza brutale del film.
Ebbene, quella conclusiva è una scena chiave per l'interpretazione del film: mentre i due ragazzi ballano fra loro uno chiede all'altro: "Come si chiama la tua fidanzata?" Margherita, risponde l'altro.
Conoscendo la poetica di Pasolini, non può essere un nome attribuito casualmente. E allora come non pensare alla Margherita fidanzata di Faust, un tale che aveva venduto l'anima al diavolo, come ha fatto il ragazzo collaborazionista con la ferocia del potere assoluto?
Condanna etica doppia, quindi da parte del regista.
Ma Margherita è anche colei che può riscattare la dignità umana di Faust. E allora il messaggio non è alternativo, ma duplice: da un lato la condanna di chi vende la propria anima al diavolo e che non può ricevere che il muto e rassegnato disprezzo dell'Autore; dall'altro, il poeta sembra dirci: solo nell'amore può esistere un riscatto.
Riscatto dalla violenza del potere, ma anche dalla pusillanimità di coloro che accettano la mercificazione degli altri, pur di slavare la pelle, senza capire che questo significa anche accettare la propria mercificazione. In un mondo totalmente alienato dal consumismo, che ha ridotto i corpi e le anime a merce.

Quando entri in un supermercato, se ti va bene puoi giusto scegliere la marca, è questa la libertà che ci è rimasta, ci dice Pasolini in quest'ultimo elevatissimo e potentissimo urlo di dolore.

domenica 8 gennaio 2012

A Milano, tre mostre e tre lavoratori sulla Torre

Oggi ho trascorso la giornata a Milano. Ma, visto l'orario in cui pubblico il post, è già diventato ieri.
Sono andato a vedere tre mostre: l'Arte Povera alla Triennale, nel parco Sempione; le fotografie di Leonard Freed ("Io amo l'Italia") alla fondazione Stelline, nei pressi di S. Maria delle Grazie; le fotografie di Robert Mapplethorpe al Forma (zona Porta Ticinese).
La mostra dedicata all'arte povera fa parte di una rete di esposizioni in diversi spazi italiani di arte moderna: a Torino, a Bologna, a Napoli, a Roma e, appunto, a Milano.
Un'operazione culturale che fa di questo autunno/inverno una stagione di riscoperta dell'arte povera, movimento artistico e culturale che ha riscosso negli anni '60 e '70 l'interesse internazionale.
Belle le installazioni presenti a Milano, una delle esposizioni più importanti, se non la più importante, del circuito, per quantità e qualità delle opere presenti.
 Mi hanno colpito in particolare alcuni lavori, che provo a raccontare.
Verso oltremare di Giovanni Anselmo (1984): una grande pietra di Luserna a forma di vela, un cavo agganciato al muro che la sostiene, un quadrato blu scuro che incornicia allo sguardo il vertice alto della pietra. Emozionante.
Iconografie (Bacinelle) (1980) di Luciano Fabro. La sua idea è davvero notevole per semplicità ed efficacia, realizzando al massimo livello i dettami dell'arte povera: qualcosa che tutti potrebbero realizzare dal punto di vista tecnico, ma solo l'artista ha l'idea di realizzare l'opera. Le sue bacinelle sono pezzi di vetro immersi in bacinelle ripiene di acqua distillata. Sui pezzi di vetro ci sono incisi dei nomi: Socrate, Archimede, Giovanni Battista, Lavoisier, Pasolini.
 E l'artista dice nella didascalia che vuole rendere omaggio a quegli intellettuali che hanno pagato col corpo violentato e ucciso la loro indipendenza, la loro libertà di pensieo rispetto al pensiero dominante.
E come è successo al Battista, qualcuno ha chiesto su un vassoio la loro testa. Il vassoio qui diviene bacinella e il vetro e l'acqua sono frammenti della loro limpida esistenza. I loro nomi scritti come graffiti sui vetri.
Infine, segnalo L'albero porta di Giuseppe Penone (1993), un tronco di sequoia scavato, nel quale è stato inserito un tronco di abete lavorato.
Si tratta di lavori più recenti rispetto alla nascita dell'arte povera, segno però che la vitalità è ancora intatta. Nata come ribellione al consumismo, ha in Pasolini uno degli intellettuali di riferimento.
La crisi dei consumi attuale, dovuta non a un cambiamento culturale, ma semplicemente alla crisi economica, può dare impulso per ulteriori riflessioni e realizzazioni artistiche che utilizzino materiali naturali lavorati al minimo. La mostra è aperta fino al 29 gennaio.
La mostra di Leonard Freed alle Stelline espone fotografie in b/n scattate dagli anni '50 al 2000. L'amore per l'Italia non è mai scomparso in Freed, che nelle sue foto cercava più l'emozione e il senso dell'esistenza che il realismo e la documentazione epocale.
 Così le differenze fra il 1956, primo viaggio italiano di Freed, e il 2000, ultimo viaggio a Roma, non mostrano particolari che ci fanno riconoscere l'epoca diversa.
Le immagini sono bellissime, alcune sono composizioni veramente originali e rendono uno sguardo sul mondo molto atttento a cogliere l'attimo irripetibile, l'emozione forte o sottile, sotto pelle.
Giochi di forme, di luci e di ombre, di contrasti assorbiti in un equilibrio elegante e un po' visionario, mai estetizzante. La mostra è aperta fino al 22 gennaio, ospita 100 fotografie, di cui almeno 30 davvero straordinarie. 
Milano, 1992

Senz'altro estetizzante, invece, il lavoro di Robert Mapplethorpe, visibile al Forma.
Fotografo di corpi, di cazzi (una delle foto più divertenti si intitola, appunto, Cazzo e Pistola e sopra a un pene c'è una magnum), di fiori (in particolare di calle) e di Patti Smith.
Patti Smith fu proprio una delle sue prime modelle. Il modello estetico di Mapplethorpe era ambiguo, con femmine affascinanti ma con una parte maschile molto sviluppata e con maschi dai corpi scolpiti, ma esposti e resi esteticamente come quelli delle modelle femminili.
A Mapplethorpe interessava la forma, con la quale giocava, costruendo immagini dalla luce perfetta e dalle geometrie precise al millimetro.
Alcune immagini sono veramente geniali nella composizione e talmente perfette da suscitare anche qualche emozione, oltre all'ammirazione tecnica e stilistica.
Ma per lo più, le sue sono foto fredde, tendenzialmente classicheggianti nella scultura dei corpi e nelle proporzioni.
Sua la copertina del primo disco di Patti Smith, Horses, in cui le sue regole estetiche sono ben connotate e decodificabili. La mostra è aperta fino al 9 aprile e comprende circa 180 scatti.

In Stazione Centrale, intanto, prosegue la clamorosa protesta dei lavoratori del servizio notturno soppresso da Trenitalia e Fs. Tre dipendenti di Wagons Lits, vivono da quasi un mese sulla torre faro della Stazione centrale di Milano, per protestare contro i 539 licenziamenti previsti dalla soppressione del servizio.





martedì 18 ottobre 2011

Un poeta

Oggi è mancato Andrea Zanzotto.
Nato a Pieve di Soligo il 10 ottobre del 1921, aveva da poco compiuto novant'anni. E' morto nell'ospedale di Conegliano, a due passi dal paese natale. Aveva partecipato alla Resistenza, nelle brigate di Giustizia e libertà. L'esperienza partigiana e l'attaccamento al suo territorio ed al suo passato ne hanno segnato l'opera, come elementi che ritornavano attraverso i temi sociali, politici e ambientali. Nel giorno del suo 90° compleanno era stato intervistato dal Tg3 del Veneto nella sua casa di Soligo: "Che cosa si capisce della vita dopo 90 anni? Niente - aveva risposto al giornalista - per dire parole che valgano la pena bisognerebbe almeno averne 900 di anni...".
Parole miti, ma Andrea Zanzotto non ha mai interrotto la sua riflessione sulla natura, sulle violenze della Storia, sulla società e sulla politica. Scriveva e il suo linguaggio, a volte difficile, affondava nella realtà e nei grandi interrogativi della società occidentale per poi librarsi e trasformarsi in un messaggio di speranza, in una lode alla realtà e alla libertà. A volte, come nel caso della Lega nord, definita una "peste", la sua voce si faceva sferzante, arma affilata per una battaglia civile. La poesia non fu una scelta, ma una vocazione. Cantilene, filastrocche, strofette avevano esercitato su di lui, fin dall'infanzia a Pieve di Soligo, un'attrazione fatale. L'opera prima è del 1950. Dietro il paesaggio, legata a una personale forma di elegia, alla campagna veneta e a tarde suggestioni ermetiste. Nella raccolte successive la poetica di Zanzotto, pur continuando a trovare ispirazione nel paesaggio, ha una svolta: viene introdotto un io autobiografico pieno di ansie e interrogativi ma c'è anche uno spostamento formale con una lingua simile al sogno, che imita i meccanismi dell'incoscio e si avvicina alla neoavanguardia. Il mondo, tutto intorno a lui sta cambiando: l'Italia è ormai immersa in una nuova realtà industriale e consumistica che a Zanzotto, poeta e intellettuale impegnato, sembra invadente e nevrotizzante. Nel '68 un'ulteriore svolta. Esce infatti La Beltà, presentata a Roma da Pier Paolo Pasolini e considerata dalla critica uno dei maggiori risultati della poesia italiana della seconda metà del XX secolo: gli oggetti esterni, il paesaggio e la natura sono ancora presenti ma appiattiti perchè la realtà esterna è ora distrutta dalla società dei consumi. Tutto è in crisi e in discussione e in questo vortice l'unico appiglio è il linguaggio che diventa rarefatto, ammasso di fonemi e balbettii. E' il linguaggio dei bambini, fermo a uno stadio di semincoscienza. D'altronde in tutta la sua ricerca poetica, anche nelle tappe intermedie in lingua veneta, punto costante è il linguaggio che muta e si deforma ma sempre per riflettere sulla realtà e sull'individuo, soggetto di riflessioni filosofiche ed esistenziali. Al centro il silenzio della Natura e le violenze della Storia, l'ordine e il disordine. Accanto alla sua produzione poetica, vastissima e ripercorribile attraverso l'antologia che Mondadori gli dedica negli Oscar, il suo impegno civile. Che partiva dal Veneto, la terra tanto amata e cantata, difesa dalla speculazione e dalla devastazione del paesaggio ma anche dal partito del territorio per eccellenza, la Lega nord, al quale rimproverava, a proposito di linguaggio, un uso a sproposito, dozzinale e deformante del dialetto, che per lui era lingua madre e ricrca linguistica. L'amore per il paesaggio, per la sua integrità è forse la nota dominante e costante di tutta la sua poesia.
Io ebbi la fortuna di ascoltare una sua lezione magistrale al liceo classico Romagnosi di Parma, quando lo frequentavo nella seconda metà degli anni '70. Fui folgorato dalla bellezza dei suoi versi e dal suo amore per la ricerca espressiva, dalla sua pacatezza  e umiltà nel proporsi a dei ragazzini un po' presuntuosi.

Un po' di frammenti, vagando qua e là nella sua opera poetica.

O terra invano medicata/da tutto il verde/che promettevi negando le tue sere;/sere palpebre oppresse dal fango dei cieli.
***
La case che camminano sulle acque/e che vogliono dirmi/benvenuto, se scendo dalla sera,/ le case che camminano sulle acque
***
LA PERFEZIONE DELLA NEVE
Quante perfezioni, quante/quante totalità./ Pungendo aggiunge./ E poi astrazioni astrificazioni formulazioni d'astri/assideramento, attraverso sidera e caelos/assideramenti assimilazioni
***
LA PASQUA A PIEVE DI SOLIGO
Aleph: Da quali chiuse o antri, da che chiese o macelli/da che prati infiniti, polveri, geli, velli,/ da che eczemi diffusi, da che parestesie/diffuse, in che paresi in che cloni in che mie/o tue carenze alterne, mie o teu semipresenze,/ riapparizioni di straforo, giochi di sbiechi e intermittenze,/ rifiorisco siccome fatuo vanto di riscrivere/lo squisitoinsatellirsi, al non vivere, di ogni vivere,/ rifiorisco per dire peste: a calcolo e a sorte,/ vivo sarò la tua peste, morto sarò la tua morte?
***
lassù, nei dintorni del tirar vento di stelle/si accenderanno i nostri mille parlari e pensieri nuovi/in un parlare che sarà uno per tutti,/ fondo come in un baciare,/ aperto sulla luce, sul buio,/ davanti la mannaia piantata nel buio/ col suo taglio chiaro, appena affilato da sempre.

mercoledì 22 giugno 2011

La vita agra

La settimana scorsa ho concluso la lettura de La vita agra, romanzo di Luciano Bianciardi. Nato a Grosseto nel 1922, ha scritto questo libro nel 1962, all'inizio del boom economico italiano. L'io narrante è uno scrittore giornalista che dalla Maremma si trasferisce a Milano. Di fatto il romanzo racconta, con molte idee geniali e con un linguaggio chiaro e diretto, una parte della biografia dell'autore Luciano Bianciardi. Nella vita di Bianciardi la partenza per Milano avviene nel 1954. E le date paiono coincidere, più o meno, perché l'io narrante, senza parlare di date, descrive la sua partenza, già avvenuta in precedenza rispetto al perido narrato dal romanzo, con un flashback commosso ma anche divertente.
Le date più o meno coincidono perché viene raccontato un fatto di cronaca che diviene l'occasione della partenza e il fatto di cronaca è del 1954. Si tratta dell'esplosione di un pozzo di una miniera per il grisù, a Ribolla, in Toscana, che uccide 43 minatori.
Nel romanzo, lo spunto per partire è raggiungere a Milano un palazzo di vetro e cemento, sede della compagnia industriale, e farlo esplodere per vendicare i minatori morti.
Questa, ironicamente e amaramente, sarebbe la missione da anarchico dell'io narrante.
Poi la vita sceglie altro, vale a dire che il protagonista abbandona i suoi propositi esplosivi e comincia a lavorare nel campo dell'editoria.
"L'avrei scritta come un bitinicco arrabbiato, dieci anni or sono, quando il signor Jacques Querouaques forse non aveva nemmeno imparato a tirarsi su i calzoni. L'avrei fatto, ma mi mancò il tempo e mi mancarono i mezzi."
Così dalla narrativa alla "beatnik" ("bittinicco") stile Kerouac ("Querouaques"), l'io narrante è costretto a ripiegare sulle traduzioni. Ma il suo obiettivo è la narrativa integrale:
"Costruirò la mia storia a vari livelli di tempo, di tempo voglio dire sia cronologico che sintattico. Farò squillare come ottoni gli aoristi, zampognare come fagotti gli imperfetti, pagine e pagine di avoivoevo da far scendere il latte alle ginocchia, svariare i presenti dal gemito del flauto al trillo del violino alla pasta densa del violoncello, tuonare come grancasse e timpani i futuri carichi di speranza. [...] Vi darò la narrativa integrale dove il narratore è coinvolto nel suo narrare proprio in quanto narratore e il lettore nel suo leggere in quanto lettore, insomma interi".
E ne La vita agra, l'operazione riesce, la metafora musical-strumentale approda sulle pagine di un bellissimo libro.
Il capitolo X è il più bello, caustico sul miracolo economico incipiente (è scritto nel 1962) e visionario sul futuro desiderato.
"I miracoli veri sono quando si moltiplicano pani e pesci e pile di vino, e la gente mangia gratis tutta insieme, e beve (il fatto fu uno solo, anche se il dottor Giovanni scinde e sposta la storia del vino nella località di Cana). Mangiano e bevono a brigate sull'erba, per gruppi di cento e di cinquanta. Mangiano e bevono e cantano, stanno a sentire la conferenza e appena buio, sempre lì sull'erba, come capita capita, fanno all'amore. Il conferenziere si è tirato in disparte coi suoi dodici assistenti, e discorre con loro sorridendo. E' un dottore ebreo, biondo, sui trent'anni. I miracoli veri sono sempre stati questi. E invece ora sembra che tutti ci credano a questo miracolo balordo."
Come si fa a non amare pagine così?
"Io mi oppongo", dichiara l'io narrante; al miracolo economico, intende. E "ora so che non basta sganasciare la dirigenza politico-economico-social-divertentistica italiana. La rivoluzione deve cominciare da ben più lontano, deve cominciare in interiore homine".
E queste parole non sono ancora attuali? Non sembrano scritte il giorno dopo i referendum del 12 e 13 giugno?
Il futuro immaginato da Bianciardi è un "neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio", in cui nessuno lavora, la terra produce i suoi frutti, l'essere umano li raccoglie, vivendo in pace e nel piacere di un amore e di un sesso liberi dalla famiglia. Ma nel frattempo, dice l'io narrante, bisogna sopravvivere e adattarsi al ondo così com'è. E provare a capire una città grigia come i suoi abitanti, che in tram non si salutano e mal si sopportano.
Un gran libro, questo, di quelli importanti. Sarà piaciuto a Pasolini, mi son detto. Poi cerca cerca e non ho trovato contatti fra Pasolini e Bianciardi. E pensare che dicevano un po' le stesse cose, decenni prima degli altri.

venerdì 27 maggio 2011

L'uomo medio

Questa edizione del telegiornale andrà in onda in forma ridotta per venire incontro alle vostre capacità mentali.
Daniele Luttazzi
*****
Ma chi è l'uomo medio? E' colui che ha negato per secoli che la terra girasse, che ha gettato nel rogo le streghe e ha bruciato i pazzi; che ha massacrato Pisacane e gli eroi del Risorgimento. E' colui che è destinato a essere smentito dalla storia, dalla vita, dalla scienza mentre la società si evolve e si trasforma... Vuoi vedere che l'uomo medio sono io?
Marcello Marchesi
*****
Regista: Scriva, scriva quello che le dico: lei non ha capito niente, perché è un uomo medio. E' così?
Tegliesera: Beh, sì.
Regista (trionfante, con timido disprezzo):  E ne è fiero! Fiero di essere un uomo medio! Un uomo-massa. Così la vogliono i suoi padroni. Ma lei non sa che cos'è, un uomo medio. E' un mostro. Un pericoloso delinquente. Conformista. Colonialista! Razzista! Schiavista!
(dal film La ricotta, 1962, Pier Paolo Pasolini; il regista è interpretato da Orson Welles, Tegliesera è un giornalista che lo intervista sul set)


giovedì 26 maggio 2011

Berlinguer, la questione morale e i referendum

Ieri 25 maggio era l'anniversario della nascita di Enrico Berlinguer. Infatti Berlinguer nacque il 25 maggio del 1922 a Sassari. Cresciuto in una famiglia della nobiltà sassarese, nel 1943 si iscrisse al Partito Comunista Italiano. Nel 1949 divenne segretario della FGCI, organizzazione giovenile del partito, che diresse fino al 1956. Nel 1968 fu eletto deputato per la prima volta, nel collegio elettorale di Roma. Nel 1969 eseguì il primo clamoroso "strappo" dall'Unione Sovietica: guidò una delegazione del partito ai lavori della conferenza internazionale dei partiti comunisti che si tenne a Mosca; in tale occasione, trovandosi in disaccordo con la "linea" sovietica (fonte massima degli indirizzi dell'Internazionale comunista) a sorpresa rifiutò di sottoscrivere la relazione finale. La presa di posizione, inattesa quanto "scandalosa", fu memorabile: tenne il discorso decisamente più critico in assoluto fra quelli che mai leader comunisti abbiano tenuto a Mosca, rifiutando tassativamente la "scomunica" dei comunisti cinesi e rinfacciando a Leonid Breznev che l'invasione sovietica della Cecoslovacchia nel 1968 (che definì espressivamente la "tragedia di Praga") aveva solo evidenziato le radicali divergenze affioranti nel movimento comunista su temi fondamentali come la sovranità nazionale, la democrazia socialista e la libertà di cultura. 
Nel 1972 divenne segretario generale del partito. La sua segreteria fu caratterizzata da un lato dal tentativo di collaborare con la Democrazia Cristiana nella prospettiva di realizzare riforme sociali ed economiche che considerava indispensabili, dall'altro dalla convinzione della necessità di rappresentare un nuovo comunismo indipendente dall'URSS (chiamato "eurocomunismo"). Negli anni in cui Berlinguer fu segretario il PCI raggiunse il suo massimo storico, il 34,4% del 1976, e in molti ritengono che questo risultato sia stato ottenuto principalmente per merito di Berlinguer. Il 1976 fu anche l'anno del secondo "strappo" dall'URSS. In occasione di un congresso a Mosca, dinanzi a 5.000 delegati provenienti da tutto il mondo, Berlinguer parlò in aperto contrasto con le posizioni "ufficiali" dell'Internazionale comunista di "sistema pluralistico" e descrisse l'intenzione del PCI di costruire un socialismo "che riteniamo necessario e possibile solo in Italia", il primo nucleo teorico dell'eurocomunismo.
Nell'ottobre 1977, Berlinguer, proseguendo le manovre per raggiungere il compromesso storico, cioè una politica di accordi politici con la DC senza partecipare direttamente al governo del Paese, cercando di dissipare le paure dei cattolici italiani, aprì un dialogo con l' allora vescovo di Ivrea Mons. Luigi Bettazzi, tramite la pubblicazione, sulla rivista Rinascita, di lettere scambiatisi in cui affermava di volere "realizzare una società che, senza essere cristiana, cioè legata integralisticamente a un dato ideologico, si organizzi in maniera tale da essere sempre più aperta e accogliente verso i valori cristiani"; le lettere sono pubblicate sotto il titolo comune significativo di "Comunisti e cattolici: chiarezza di principi e base di un’intesa".
Sempre nel 1977 sviluppò il tema dell'austerità, criticando in modo pesante e acuto il modello di sviluppo vigente, giudicandolo dissennato. Di fatto riprendeva l'articolo di Pier Paolo Pasolini di qualche anno prima sulle differenze fra Progresso e Sviluppo.
All'inizio degli anni '80 intuì per primo la degenerazione del sistema politico italiano in mero sistema di potere e pose le basi della cosiddetta "questione morale".
"La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, denunciarli e metterli in galera.  La questione morale, nell'Italia di oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d'essere forze di rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude".
Il tutto sembra detto sull'Italia di oggi, invece è tratto da un'intervista rilasciata a Eugenio Scalfari su Repubblica il 28 luglio del 1981. Un altro passaggio sembra parlare dell'Italia di oggi, sottolineando l'importanza dei Referendum e della libertà di voto che essi esprimono.
"Molti italiani si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani danno in occasione dei referendum e in occasione delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo di parte. E' un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti, è un voto libero e di progresso".
Sarà per questo che cercano in tutti i modi di depotenziare il significato e la partecipazione dei referendum che ci attendono il 12 e 13 giugno? Trovo impressionante rileggere oggi quelle parole di trenta anni fa. Provo anche rabbia e tristezza perché, in fondo siamo rimasti lì, forse siamo anche peggiorati, antropologicamente devastati, direbbe Pasolini. E comunque non ho la minima intenzione di arrendermi alla devastazione.
Ma torniamo alla piccola grande storia di Berlinguer, giunta alle ultime battute.
Dopo una legislatura da parlamentare europeo (eletto nel 1979 al primo Parlamento europeo per le liste del PCI), in vista delle successive elezioni (1984), Berlinguer si recò a Padova il 7 giugno, dove tenne un comizio. Mentre si apprestava a pronunciare la frase "Compagni, lavorate tutti, casa per casa, strada per strada, azienda per azienda" venne colpito da un malore, che poi si rivelò essere un ictus. Pur se palesemente provato dal malore e sofferente, continuò il discorso fino alla fine, nonostante anche la folla, dopo i cori di sostegno, urlasse in lacrime: "Basta, Enrico!". Alla fine del comizio rientrò in albergo, dove si addormentò sul letto della sua stanza, entrando subito in coma. Dopo il consulto con un medico, venne trasportato all'ospedale e ricoverato in condizioni drammatiche. Morì l'11 giugno, a causa di una emorragia cerebrale.
Il Presidente dellla Repubblica Sandro Pertini, che si trovava già a Padova per ragioni di Stato, si recò in ospedale per constatare le condizioni di Berlinguer. Fece in tempo a entrare in stanza per vederlo e baciarlo sulla fronte. Poche ore dopo il decesso, si impose per trasportare la salma sull'aereo presidenziale. Commovente fu il suo saluto al funerale del 13 giugno, al quale partecipò circa un milione di persone, dove si chinò con la testa sopra la bara, baciandola.
Persino il segretario del MSI (Movimento Sociale Italiano, dichiaratamente nostalgico della Repubblica Sociale Fascista), Giorgio Almirante, si recò a rendere omaggio al feretro dell'avversario, suscitando lo stupore e il rispetto della folla in coda per entrare nella camera ardente.
Il giorno delle elezioni europee, il 17 giugno 1984 il PCI, nonostante la scomparsa di Berlinguer, decise di lasciare il suo segretario capolista e chiese di votarlo. Le elezioni, forse anche per gli eventi precedenti, decretarono la vittoria del PCI che, per la prima e unica volta nella storia, sorpassò seppur di poco la DC, affermandosi come primo partito italiano (33,3% contro il 33,0%): questo "sorpasso" è ricordato come dovuto all'"effetto Berlinguer".
Nel 1977 Giuseppe Bertolucci girò un film che aveva come protagonista Roberto Benigni, all'inizio della sua carriera di comico, e che s'intitolava Berlinguer ti voglio bene. Ecco, anch'io.

domenica 15 maggio 2011

Una rosa per Bernardo Bertolucci


Bernardo Bertolucci, che proprio il 16 marzo di quest'anno ha festeggiato i suoi settant'anni, ha ricevuto lo scorso 11 maggio, nel corso della cerimonia di inaugurazione del Festival di Cannes, la Palma d'onore alla carriera. E commentando questo riconoscimento, non ha smentito la sua franchezza e la sua fama combattiva: "Lo dedico all'Italia, agli italiani, a quegli italiani che sanno ancora resistere, criticare, indignarsi per lo stato di tremenda anestesia in cui versa il nostro paese, addormentato quotidianamente dalle tv. Lo dedico a tutti coloro che ancora non hanno ceduto a questa anestesia". Dal suo arco parte anche una frecciata ironica al Festival:"Me la danno perché non mi hanno mai premiato". 
La giuria è presieduta quest'anno da Robert De Niro, da Bertolucci voluto 35 anni fa per Novecento, uno dei capolavori del regista italiano. La carriera è tutt'altro che conclusa (il nostro sta girando un film in 3D tratto dall'ultimo romanzo di Ammaniti, Io e te), ma il 2011 sembra un anno di bilanci:  il traguardo dei 70 anni compiuti il 16 marzo (è nato a Parma nel 1941); il 35° anniversario di Novecento che per l'occasione è stato rieditato in hd; la scomparsa recente e prematura di Maria Schneider, protagonista di Ultimo tango a Parigi, che gli ha fatto dire con rimpianto di non aver fatto in tempo a chiederle scusa per quel rapporto avvelenato dall'impatto mediatico che ebbe sulla sua carriera e la sua vita la famosa scena del burro con Marlon Brando
Una filmografia preziosa e da vero maestro. Bertolucci lavora come assistente nel primo film diretto da Pier Paolo Pasolini, Accattone, nel 1961. Il poeta e cineasta friulano viveva a Roma nel palazzo dei Bertolucci ed era un amico di famiglia, in particolare del padre di Bernardo, Attilio Bertolucci, uno dei grandi poeti del novecento italiano. L'anno seguente, Bernardo realizza il suo primo lungometraggio, La commare secca, su soggetto e sceneggiatura di Pier Paolo Pasolini, che inizialmente avrebbe dovuto esserne anche il regista. Ma già dal film successivo, Prima della rivoluzione (1964), la poetica di Bertolucci si distacca da quella del suo maestro Pasolini. Infatti tema della ricerca espressiva di Bertolucci diventa quello dell'individuo posto di fronte a cambiamenti che non sa gestire e che lo mettono in crisi. In Partner (1968) affronta anche il tema del doppio, ispirandosi liberamente a Il sosia di Dostoevskij; il film non è particolarmente apprezzato da pubblico e critica, ma si distingue per  una conceziona pittorica dello spazio, ispirata a Francis Bacon. Ispirazione letteraria anche per Strategia del ragno (1970), liberamente tratto dal racconto Tema del traditore e dell'eroe di Borges. Il gusto dell'enigma a cui rimanda direttamente il titolo pervade anche Il conformista (1970), tratto dal romanzo omonimo di Moravia. Il protagonista è una sorta di pagina bianca su cui gli altri scrivono la loro storia. Curioso il fatto che la canzone di Mina Il conformista chiudesse il film precedente. Ultimo tango a Parigi (1972) è il film dello scandalo, già ricordato in precedenza. Marlon Brando  e  Maria Scnheider costituiscono una coppia violenta e anomala: i due fano l'amore da sconosciuti e si accordano per non rivelarsi mai reciprocamente i nomi. La scena dello scandalo è la sodomizzazione di Jeanne da parte di Paul, con l'ausilio di un panetto di burro, mentre la obbliga a parlare male della famiglia. Il tutto in uno spazio per lo più claustrofobico, un appartamento rosso. Riferimento ancora a Francis Bacon, esplicitato nei titoli di testa, posti di fianco a due quadri del pittore anglo-irlandese. Il film fu condannato nel gennaio del 1976 e ritirato dalle sale. Il film torna in circolazione solo nel 1987, quando una sentenza riconosce al film la dignità di opera d'arte. E arriviamo a Novecento (1976). Il film viene diviso in due atti, per una durata complessiva di oltre cinque ore. E' l'affresco dell'Emilia del secolo scorso, il canto della civiltà contadina e della Liberazione dal fascismo. L'uso del flashback ne fa una sorta di gioco di scatole cinesi che mescolano generi filmici e stili di ripresa: dal softcore al grand guignol, dalle citazioni pittoriche (Renoir, Manet, Caravaggio) al falso documentario, gestiti con un grande gusto estetico, che travolge anche l'ideologia in un tripudio di bandiere rosse nel finale che non è maoista ma estetizzante. E poi La luna (1979) con elementi leopardiani e freudiani mescolati con la consueta maestria e La tragedia di un uomo ridicolo (1981), commedia padana costruita su una metafora, così espressa nelle parole del protagonista: "Il ciclo della lavorazione del latte mi fa venire in mente la catena della famiglia: il liquido che diventa solido, è incredibile", prima della consacrazione definitiva con L'ultimo imperatore (1987), kolossal premiato con vari premi Oscar. Non il mio preferito, comunque. Seguono Il tè nel deserto (1990), tratto dal romanzo omonimo di Bowles, e Il piccolo Buddha (1993), produzioni hollywoodiane come L'ultimo imperatore. I tre film, insieme, costituiscono anche una sorta di trilogia del distacco dall'utero padano che aveva animato la sua filmografia fino a quel momento. 
In seguito il regista torna a girare in Italia riprendendo le sue predilette tematiche intimiste, che però mantengono un respiro internazionale e direi interculturale, con risultati alterni di critica e pubblico, a partire da Io ballo da sola (1996), per proseguire con L'assedio del 1998, mentre The Dreamers (2003) ripercorre una vicenda di passioni politiche e rivoluzioni sessuali di una coppia di fratelli, nella Parigi del 1968. Fra i tre L'assedio è il mio preferito, un gioiellino, un film che dimostra come si possa girare un capolavoro con pochi soldi, senza la necessità di budget sontuosi.
Da tempo Bertolucci parla di un progetto che prosegua Novecento, per descrivere e raccontare la seconda metà del secolo in Emilia e in Italia.

venerdì 13 maggio 2011

Beni pubblici e referendum

Io, proprio, non ne posso più. Ma davvero. E' un bene che sia tramontata l'ipotesi del diritto di superficie per 90 anni per le spiagge date in concessione a privati, dopo le immediate e allarmate osservazioni dell'Unione Europea. Ma non è passata la nottata e c'è un altro rischio nascosto nel decreto sviluppo: scadute le future concessioni, il Demanio sarà costretto a "comprare" le strutture edificate sul suolo pubblico. La denuncia viene da Fai e Wwf a poche ore dalla firma del capo dello Stato sul decreto che contiene le norme sulle nuove concessioni a fini turistici sul litorale demaniale. Il governo, dopo le polemiche dei giorni scorsi, è stato costretto a modificare il termine delle concessioni, riducendo drasticamente a vent'anni la durata di 90 anni inizialmente prevista. Ma in quanti sanno che cosa sia il diritto di superficie? Il nome farebbe pensare a diritto a occupare una superficie, pagando un canone. Eh, no. Questa è la concessione. Le spiagge sono beni demaniali, di proprietà dello Stato, che possono esse ceduti in cncessione, pagando un canone. Questo era quello che accadeva fino all'idea di questo decreto, il Decreto pr lo Sviluppo. Un'idea di sviluppo molto datata, ritenere che il motore dell'economia possa essere l'edilizia priva di qualità. Tremonti l'ha detto espressamente: "Delle spiagge non me ne importa un tubo". Complimenti, ministro, a me allora non importa un tubo delle sue idee vecchiotte e un po' patetiche, allora, se permette. Le spiagge rappresentano una delle bellezze del territorio italiano. Distruggere la bellezza è semplicemente una cosa completamente idiota. D'altra parte, se il premier è riuscito a comprare un pezzo di costa Smeralda in Sardegna e a costruirci pure un vulcano artificiale che mette fuochi d'artificio tali da spaventare i vigili del fuoco di Olbia, che più di una volta sono dovuti intervenire perché allarmati dal fragore e dalle fiamme dei fuochi di villa Certosa, ben si capisce quale sia la sua concezione del territorio, della bellezza e del paesaggio. Cerchiamo di capire meglio che cosa sia il diritto di superficie, cosa ben diversa, dunque, dallla concessione di un terreno demaniale. Il diritto di superficie consiste nel diritto di edificare un fabbricato su un terreno di proprietà altrui (art. 952 C.C.). Teniamo presente che il diritto di superficie viene normalmente applicato dai Comuni nei piani PEEP (Piani per l'Edilizia Economica e Popolare). Quindi è utilizzato contestualmente all'esproprio di aree private per fini di pubblica utilità e con uno sfondo sociale ben preciso. Qui i termini si rovesciano, privatizzando un bene comune: dopo la finanza creativa, siamo passati al diritto creativo. Dentro alla democrazia creativa, intendendo con "creativo" il significato di "illusorio" ci siamo già da un po'. E io, appunto, non ne posso più.
Il diritto di superficie, quasi secolare, inizialmente previsto era stato istituito a garanzia della programmazione e della certezza degli investimenti degli operatori privati (per rendere redditizio coatruire su terreni pubblici, su beni comuni!). Ma quella sorta di concessione "a vita" è stata giudicata dall'Ue "non conforme" alla disciplina del mercato comune europeo, che prevede in casi simili tempi ragionevolmente ridotti. A volte la UE è la nostra assicurazione sulla vita,
anche se mi fa orrore utilizzare il termine "mercato" parlando dei beni comuni. Inoltre, il decreto aveva sollevato anche le perplessità del Quirinale. Il Colle aveva chiesto che il termine fosse riconsiderato. Così il testo è stato modificato e il termine di 20 anni dovrebbe comparire nell'ultima versione del decreto.
Gli ambientalisti del Fai e del Wwf temono però che questo non basti e chiedono che si ritorni al diritto di concessione oggi in vigore. "L'inghippo - sostengono le due associazioni - della trasformazione del diritto
di concessione in diritto di superficie mette a rischio di cementificazione le spiagge. Si vuole infatti separare la proprietà del terreno da quello che viene edificato e questo significa garantire ai privati la proprietà degli immobili, già realizzati o futuri sul demanio marittimo".
Oggi come oggi, questo rischio era escluso perché, tramite la concessione, gli immobili, anche se realizzati da privati, rimanevano in uso per il tempo della concessione, ma erano del demanio. Ora la situazione giuridica diviene più incerta.

Questa è una vergogna, significa svendere il patrimonio pubblico ai soliti noti, che certo non hanno in mente la collettività e la bellezza del paesaggio. E' come dire: Largo agli ecomostri. Volgari come il vulcano del premier. Ma ci rendiamo conto, esattamente, di che cosa stiamo diventando?
"In via teorica - concludono Wwf e Fai - , anche se poco applicata, lo Stato oggi può revocare le concessioni in caso di violazioni; cosa che non sarà più possibile con il diritto di superficie". Cioè viene a mancare quella briciola di controllo che c'era fino a questo momento.
Per il 18 giugno i Verdi hanno indetto a Ostia una manifestazione contro il decreto della vergogna. Ostia è un simbolo di squallore della cementificazione. A Ostia è stato ucciso Pasolini, il primo a denunciare lo scempio della cultura e del territorio, insieme a Cederna, a favore del consumismo di beni privati e pubblici.
"Il diritto di superficie - accusa Bonelli, segretario dei Verdi - si utilizza infatti per l'edificazione in fondi altrui ovvero pubblici e sarà proprio il diritto all'edificazione, da esso garantito, il vero killer delle spiagge italiane. Diritto di superficie e norme sui distretti turistici 'a burocrazia zero' consentiranno di realizzare qualunque attività e intervento edilizio sulle spiagge". Tra l'altro, dice Bonelli, il Decreto sviluppo lo sostiene espressamente: "Il diritto di superficie - si legge -  si costituisce sulle aree inedificate formate da arenili... Sulle aree già occupate da edificazioni esistenti, aventi qualunque destinazione d'uso in atto alla data di entrata in vigore del presente articolo".
Ho accennato al fatto che le spiagge siano Beni Comuni.
Prima del 18 giugno, pochi giorni prima, il 12 e il 13, abbiamo l'occasione di fermare questo processo devastante a partire dall'acqua e dall'energia nucleare. SE vincono i Sì, anche per le spiagge è raggionevole ritenere che rimanga qualche speranza; se non si dovesse raggiungere il quorum, beh, la devastazione è alle porte.
Da oggi parlerò dei referendum due volte alla settimana, molti bloggers lo faranno per bucare il silenzio colpevole della Rai.
Non voglio rinunciare alla lotta, non voglio che qualcuno mi possa dire: Ma tu che cosa hai fatto per fermarli. Io ci provo.
 

sabato 12 marzo 2011

Jack Kerouac

Il 12 marzo del 1922 nasce a Lowell, Massachusets, Jack Kerouac.
Il 1944 è uno degli anni significativi per Kerouac: conosce William Burroughs e Allen Ginsberg, con i quali darà vita al nucleo orginario della beat generation. Ma l'incontro più importante per la sua vita avviene nel 1946, quando conosce Neal Cassady, un giovane che aveva fatto l'esperienza del riformatorio e aveva interessi letterari e che diventa per Kerouac il simbolo della vera emarginazione e fonte di ispirazione letteraria.
Deciso a raggiungere il nuovo amico a Denver, Jack intraprende il primo viaggio attraverso il Nord America, viaggio che verrà poi raccontato nella prima parte di On the road. Jack Kerouac esordisce come scrittore nel 1946-1948 con il romanzo La città e la metropoli ("The Town and the City").
Ritornato a New York in seguito ad un nuovo viaggio verso ovest, Jack conosce Joan Haverty, che sposerà nel 1950. Nell'aprile del 1951 scrive interamente Sulla strada in sole tre settimane; in ottobre elabora il suo metodo di scrittura che definiva "prosa spontanea" e comincia a riscrivere Sulla strada e il romanzo sperimentale Visioni di Cody.




Sulla strada (On The Road) tratta del suo incontro con Neal Cassady e di quella che lui stesso definì la mia vita sulla strada alla maniera degli hobo. L'hobo è un vagabondo che adotta deliberatamente uno stile di vita tipico degli homeless, improntato alla semplicità, al viaggio, all'avventura. Questo romanzo, pubblicato solo nel 1957, viene definito il manifesto della beat generation, ovvero quel movimento culturale americano che gravitava attorno ad autori come Allen Ginsberg, William Burroughs, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti, Gary Snyder, naturalmente Jack Kerouac, che influenza profondamente la società del tempo.
Altre opere importanti di Kerouac sono I vagabondi del Dharma, I Sotterranei, Big Sur.
Senza averlo voluto o previsto Jack diviene presto la voce letteraria della protesta giovanile degli anni Sessanta e Settanta e dell'opposizione alla guerra in Vietnam.
Poi decide di colare a picco, nei meandri delle droghe e dell'alcol, che gli distrugge il fegato e la vita, definitivamente, il 21 ottobre del 1969.
Kerouac si definì un poeta jazz. Forse non molti sanno che Pasolini l'avrebbe voluto nella parte di Gesù nel suo Vangelo secondo Matteo, proprio per quello che rappresentava, in particolare per il rifiuto di uno stile di vita materialista e consumista, del quale era già l'America della fine anni Cinquanta.
Dal punto di vista stilistico l'opera di Kerouac rappresenta un'importante novità nel panorama della letteratura internazionale. Egli lancia, infatti, un nuovo stile, del tutto innovativo: la prosa spontanea. Questo stile, senza regole apparenti, segue dei principi fondamentali dettati dallo stesso Kerouac e che prevedono libertà mentale da cui far scaturire poi quella lessicale come dirà in The Essentials of Spontaneous Prose: "Prima soddisfa te stesso, e poi al lettore non mancherà lo choc telepatico e la corrispondenza significante perché nella tua e nella sua mente operano le stesse leggi psicologiche".
 Jack Kerouac con il manoscritto di On the road, scritto su un rullo di carta, da leggere e scorrere in verticale.

sabato 5 marzo 2011

Pier Paolo Pasolini


Oggi è il 5 marzo. Con entusiasmo e con dolore ricordo che è la data di nascita di Pier Paolo Pasolini, avvenuta a Bologna nel 1922. Con entusiasmo perché, per quanto mi riguarda, Pier Paolo Pasolini è la figura di riferimento come intellettuale, come interpretazione del ruolo dell'intellettuale nella società. Un ruolo critico, di stimolo culturale, di riflessione mai banale, di capacità di leggere e interpretare i fatti al di là dell'accertamento dei dati.
A questo proposito, riporto qui sotto uno dei brani più significativi al riguardo, scritti da Pasolini.
È l”Io so” o “Romanzo delle stragi”, comparso sul Corriere della sera il 14 novembre 1974, col titolo: “Che cos’è questo golpe?”.

Il romanzo delle stragi. 14 novembre 1974
Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del vertice che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpe, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi. Io sono i nomi di coloro che, fra una messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali e a giovani neofascisti. Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste.
Io so tutti i nomi e so tutti i fatti di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di leggere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio progetto di romanzo sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti.
Il potere è responsabile dei tentativi di colpo di stato e delle stragi.

L'intellettuale deve sapere andare oltre i fatti, deve saperli collegare fra loro, deve saper ricostruire una visione diversa da quella stereotipata proposta dai media, deve suggerire alternative, non semplicemente prendere atto del reale e delle proposte altrui.
Ogni suo intervento scatenava una polemica, ma faceva riflettere. Quante volte mi sono chiesto: che cosa direbbe oggi Pasolini, che già nel 1975 aveva capito il potere dei media e in particolare della tv, il potere del consumismo di distruggere le coscienze critiche, di addormentare il paese. Aveva capito l'uso che il potere avrebbe fatto del sesso. Rileggere ora Pasolini (articoli, saggi, poesie, romanzi, teatro), rivedere i suoi film fa un effetto strano. Certe cose sembrano scritte per interpretare la realtà odierna. E' impressionante sapere  e ricordare che invece è stato ucciso la notte fra l'1 e il 2 novembre del 1975, ben 36 anni fa.
Proprio il 2 novembre scorso ho pubblicato un post su Pasolini, Pasolini e la ciltura come cibo. 
Più volte l'ho citato in altri post, perché per me è un riferimento costante, continua a forinirmi chiavi di lettura assolutamente originali e indispensabili.
Pubblico oggi nel blog una pagina di approfondimento (che è il testo integrale di un saggio pubblicato presso Unicopli nel testo Tra il dire e lo scrivere. Saggi sull'oralità di ritorno, 2008, da me curato con Alessandra Pozzi), che trovate nella stringa della home page del blog, Una disperata passione di essere nel mondo
A essa rimando per chi volesse andare oltre il richiamo alla figura di Pasolini e volesse approfondire la ricostruzione di alcuni aspetti del suo lavoro. Più di ogni altra cosa il nostro Autore è definibile come poeta, un poeta che sapeva dire di no. Il poeta, come l'intellettuale, credo che debba saper dire di no. E saper dare visioni diverse, saper cogliere ciò che altri non colgono, fare un lavoro di scavo nel senso e nel significato delle parole e delle immagini, di ogni altro elemento culturale. Abbiamo bisogno di "no", abbiamo bisogno di scavi nel senso e nel significato, abbiamo bisogno di visioni alternative, di poter immaginare un futuro diverso.
Su Pasolini ho avuto modo di lavorare anche col teatro, col mio gruppo Civico Teatro Inesistente.
Rimando ad altre pagine web che illustrano il nostro lavoro, messo in scena al Parma Poesia Festival del 2009.
Aggiungo anche altri link selezionati per conoscere la vita e il lavoro di Pasolini, uno dei grandi, forse il più grande del novecento italiano, anche perché ha saputo esprimere le sue idee, le sue visioni in un linguaggio poetico, qualsiasi fosse la forma espressiva scelta. E scusate se sottolineo più volte questo aspetto della poesia costantemente presente in Pasolini, perché è un aspetto spesso dimenticato. Pasolini va visto come poeta sempre e comunque, oltre che come intellettuale.
Come già per De André, provo, con difficoltà, a stilare una playlist delle opere migliori.
In forma di poesia: La nuova gioventù, Le ceneri di Gramsci.
In forma di cinema: La ricotta (in RoGoPaG), Il vangelo secondo Matteo, Che cosa sono le nuvole? (in Capriccio all'italiana), Teorema, Porcile, Il fiore delle Mille e una notte, Salò.
In forma di saggistica: Scritti corsari, Lettere luterane.
In forma di romanzo: Ragazzi di vita, Una vita violenta, Teorema.
In forma di teatro: Calderòn, Pilade.
Ma tutto quanto merita di essere leto, visto, meditato.
L'opera di Pasolini è un lungo, incompiuto poema, in fondo.
Infatti, l'ultimo lavoro, su cui sono ancora aperte molte questioni e qualche mistero, che in parte affronto nel saggio citato qui sopra, è l'incompiuto Petrolio.
Il lungo poema incompiuto è un capolavoro assoluto, di cui ho segnalato, secondo il mo gusto, i capitoli più elevati.
 

mercoledì 16 febbraio 2011

Luigi Meneghello

Luigi Meneghello nacque a Malo, in provincia di Vicenza, il 16 febbraio del 1922.
Lo stesso anno di Pasolini.
E come Pasolini scrisse libri in una lingua nuova, un mix di dialetto  e italiano raffinato.
Nel dopoguerra si trasferì a Reading, dove lavorò all'Università. Di lì fece spesso ritorno in Veneto, in particolare a Thiene. Dal 1980 si trasferì a Londra.
Il suo primo libro uscì nel 1963 e si intitolava Libera nos a Malo, giocando fin dal titolo sulla citazione del Padre Nostro e su Malo, il suo paese d'origine, il suo microcosmo da cui osservava il mondo.
Nel secondo libro, I piccoli maestri, uscito nel 1968, raccontò la sua esperienza della Resistenza, avvenuta contestualmente alla sua adesione al Partito d'Azione. Un gruppetto di studenti e neolaureati diviene grupppo di "banditi" nel moderato e politicamente "bianco" Veneto. I piccoli maestri è divenuto anche un film di Daniele Luchetti (1998). La prima bozza fu scritta in gran parte in inglese, come quella de Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio.
L'incipit di Libera nos a Malo: "S'incomincia con un temporale. Siamo arrivati ieri sera, e ci siamo messi a dormire come sempre nella camera grande, che è poi quella dove sono nato. Coi tuoni e coi primi scrosci della pioggia, mi sono sentito di nuovo a casa".

domenica 23 gennaio 2011

Antonio Gramsci, l'intellettuale, il berlusconismo e la storia.

Il 22 gennaio di centoventi anni fa, nel 1891, nasceva ad Ales, in provincia di Cagliari, Antonio Gramsci.
Uno degli intellettuali più veri e importanti che l'Italia abbia mai avuto. Uno dei padri nobili del Partito Comunista Italiano, arrestato dal fascismo e costretto a lunghi anni di carcere, dal quale scrisse molte delle sue opere, che non a caso portano la parola "carcere" nel titolo. Quel carcere che l'avrebbe lentamente portato alla consunzione fisica, negli dal 1926 al 1934. Condannato a vent'anni di reclusione dal regime, ne uscì nel 1934 in libertà condizionata, per gravi motivi di salute. Dopo tre anni la condanna venne sospesa, ma la malattia lo aveva ormai consumato. Morì il 27 aprile del 1937 per emorragia cerebrale.
Nel sito http://www.antoniogramsci.com/ è possibile leggere vari materiali e una sintesi dell'eredità culturale.
Come intellettuale Gramsci ci ha insegnato che la cultura è un elemento fondamentale e che il cambiamento sociale e politico può avvenire solo se è stato coltivato un terreno culturale adatto a sorreggerlo. Questo probabilmente può spiegare, almeno in parte, il successo di un uomo politico come Berlusconi, che ha preparato il terreno al suo ingresso politico somministrando antidoti culturali all'intelligenza critica, all'istinto di immediata reazione di indignazione alle sue azioni e alle sue parole, grazie a un mix di culi e tette per tutti, di simpatia da viveur, di incarnazione del mito dell'eterna giovinezza e del successo grazie alle proprie capacità. Ha incarnato la possibilità di sognare e desiderare un mondo che prima aveva sapientemente costruito col suo orripilante lavoro di distruzione culturale, andando a completare con strumenti di sterminio di massa quel genocidio culturale denunciato in tempoi non sospetti da un altro degli intellettuali più lucidi e severi del novecento italiano: Pasolini. Questo significa che i suoi 33 Quaderni dal carcere possono servire a comprendere e sconfiggere culturalmente il berlusconismo, che non se ne andrà con la fine, che ritengo ormai prossima, di Berlusconi politico. L'imperatore stesso ha dichiarato che è in corso il suo attacco decisivo, sferrato il quale o vince del tutto o si ritira nelle sue ville. Ma il paese che lascia è comunque devastato, talmente devastato culturalmente da non riuscire a indegnarsi in massa: uno così andebbe preso a schiaffi ogni volta che lo si incontra; io da tempo non guardo più la tv, ma l'istinto che ho quando sento spezzoni del tg 1 o di un qualsiasi intervento del premier è quello di sputare sullo schermo. Craxi, alla fine della sua parabola politica, nella fase di discesa, ogni volta che si presentava in pubblico veniva accolto da lanci di monete, di uova e di verdura. Ah, già, dimenticavo che nell'Italia di oggi lanciare le uova è diventato un atto terroristico. Berlusconi era l'ispiratore del peggior Craxi, con lui è cominciata la sua ascesa al potere mediatico. E la forza, il denaro e l'astuzia politica di Berlusconi sono state sottovalutate. Ecco come siamo messi.
Quindi, l'alternativa da costruire non potrà che essere frutto di un lavoro lungo e paziente, un lavoro che metta insieme inanzitutto chi ha saputo indignarsi e chi ha proposto alternative di vita, di economia, di cultura in questi anni.
Molti di questi soggetti si sono ritrovati ieri e oggi a Marghera, luogo orribile e simbolo di un certo modo di fare industria un po' criminale.
 Quindi torno a Gramsci e a qualche suo insegnamento: "Il mio stato d'animo è tale che se anche fossi condannato a morte continuerei a essere tranquillo, e anche la sera prima dell'esecuzione magari studierei una lezione di lingua cinese per non c adere più in quegli stati d'animo banali e volgari che si chiamano pessimismo e ottimismo. Il mio stato d'animo sintetizza questi due sentimenti e li supera: sono pessimista con la ragione e ottimista con la volontà".
E di volontà oggi ce n'è molto bisogno, direi.
"L'indifferenza è il peso morto della storia, è la materia inerte in cui spesso affogano gli entusiasmi più splendenti, è la palude che circonda la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica". Ecco, il berlusconismo è una palude con cui dovremo fare i conti e l'indifferenza sarebbe il peggiore degli atteggiamenti nell'attraversare la melma della palude.
E concludo questo post con la citazione di un brano di Gramsci che amo molto, sul senso della storia, tratto da una delle Lettere dal carcere scritta al figlio Delio.
"Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi, non può non piacerti più di ogni altra cosa."

sabato 13 novembre 2010

Le nuvole di De André e quelle di Pasolini







Vanno
vengono
ogni tanto si fermano
e quando si fermano
sono nere come il corvo
sembra che ti guardano col malocchio.






Certe volte sono bianche

e corrono

e prendono la forma dell’airone

o della pecora

o di qualche altra bestia.


 

 
Ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro per tanti metri.

Certe volte ti avvisano con rumore
prima di arrivare
e la terra si trema
e gli animali si stanno zitti
certe volte ti avvisano con rumore




Vanno
vengono
ritornano
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere più
il posto dove stai 








Vanno
vengono
per una vera
mille sono finte
e si mettono tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia.

(Le nuvole, Fabrizio De André, da Le nuvole,  Dischi Ricordi, 1990)

Che cosa sono le nuvole

-      Che cosa sono quelle?

-      Quelle sono le nuvole

-      E che cosa sono ‘ste nuvole?

-      Mah

-      Quanto son belle, quanto son belle, quanto son belle!

-      Ah, straziante e meravigliosa bellezza del creato...


Pier Paolo Pasolini, Dialogo fra Totò e Ninetto (che guardano il cielo da una discarica) nel finale di Che cosa sono le nuvole, da Capriccio all'italiana, 1967 

Le fotografie sono tutte state da me scattate in Francia, luglio 2009 (Bretagna) e luglio 2010 (Annecy).