La schiuma della memoria

Qui si parla innanzitutto di un romanzo, uscito nel novembre del 2010 presso le edizioni Montag di Tolentino.
Il titolo è La schiuma della memoria e l'ho scritto io.
Poi si parla e si scrive di altre cose, di fotografie e di film, di libri letti e di teatro, di teatroterapia e di paesaggio. E di altro ancora. L'intenzione è comunque quella di raccordare la memoria con l'attualità per ritrovare il senso perduto degli eventi e per non dimenticare personaggi che con le loro vite hanno scritto pagine di storia non solo privata, ma anche collettiva. Molti di essi sono i miei riferimenti culturali e di valore. Il romanzo stesso dialoga con questi contenuti, in modo dinamico, in costante evoluzione, perché la memoria non è cristallizzazione ma è senso e significato. Mi piacerebbe che la lettura del blog desse anche il piacere della scoperta e di un punto di vista sul mondo spostato dalla norma, in qualche modo sorprendente. Buona lettura.
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lunedì 30 gennaio 2012

Una rosa per Scalfaro

Oggi ritorno a scrivere assegnando una rosa a Oscar Luigi Scalfaro, un politico di professione che, pur essendo democristiano fino al midollo, non ha mai tradito l'unica fede politica a cui si era votato: la Costituzione. Uno dei padri costituenti che ha difeso nella forma e nella sostanza la Carta costituzionale italiana, anche da Presidente della Repubblica. Nella mia mente e nel mio cuore secondo solo a Sandro Pertini come Presidente della Repubblica. Un fuoriclasse, altro che Napolitano, altro che Ciampi. Per me più genuino, più profondo, meno aristocratico. Antiberlusconiano fino al midollo, nel senso più positivo del termine, perché incarnava altri valori e altri riferimenti. Un onesto nel partito dei corrotti, un giusto nel partito dei mafiosi, un credente vero nel partito dei baciapile, un coerente nel partito dei voltagabbana. E' morto Scalfaro, è morto un signor politico, difficile trovarne in vita ancora di personalità politiche così. Ingrao, mi viene in mente, e nient'altro.
Una rosa per Scalfaro, anche due, se volete.
Buonanotte.

lunedì 4 luglio 2011

Una rosa per i No Tav

Quando chi intende manifestare in modo netto la propria protesta si muove e i movimenti divengono una massa con un peso critico (erano in 50 000 in val di Susa, ieri), succedono fatti violenti e le persone rischiano la vita, per infiltrazioni dei cosiddetti Black block. Allora, i casi sono due: o 'stistronzi si infilano ovunque possano confondersi nella massa per fare danni e divertirsi così, senza essere identificati e riconosciuti, oppure qulcun altro si è inventato i Black block, lasciandoli sfogare senza colpo ferire contro di loro, per giustificare le repressioni violente. Era successo a Genova nel 2001, è successo in val di Susa, 10 anni dopo circa. I numeri sono impressionanti: si parla di circa duecento rappresentanti delle forze dell'ordine feriti e di almeno altrettanti manifestanti picchiati a sangue, anche fra coloro che manifestavano pacificamente. Numeri da guerriglia, numeri ingiustificabili. Ma vogliamo catturarli questi Black block oppure no? Li lasciamo impazzare ovunque e pestiamo qualcun altro, senz'altro meno pericoloso?
Altri  numeri, quelli contabili del costo dell'opera e della quantità di merci per cui essa è stata concepita.
Il finanziamento dell'Unione Europea che si verrebbe a perdere rinunciando all'opera ammonta a "soli" 680 milioni circa di euro. Infatti, il costo dell'opera è di 16-20 miliardi di euro. Mezza finanziaria.
L'opera è stata concepita e progettata negli anni '90, in un contesto socio-economico totalmente diverso da quello attuale. Si ipotizzò allora, sulla base di previsioni di crescita dei flussi di traffico delle merci fuori misura. Si pensò a un ipotetico raddoppio dei circa dieci milioni di tonnellate transitate nel 1997 sulla linea ferroviaria Torino-Modane (la cosiddetta linea storica) entro il 2020, con conseguente saturazione della linea storica stessa. Si sostenne la necessità di garantire il trasporto di 40 milioni di tonnellate con una nuova linea (lattuale progetto contestato dai No Tav). Peccato che oggi sia ben noto che il 1997 è stato il culmine di una tendenza che a partire dall'anno successivo ha visto diminuire costantemente i flussi di merci sulla linea storica. Nel 2000, infatti, il flusso era già sceso a 8,6 milioni di tonnellate; nel 2004 fu di 6,4 milioni; 4,6 milioni nel 2008; 2,4 milioni di tonnellate nel 2009.
Oggi la sola linea storica potrebbe garantire non solo i flussi già indirizzati su treno, ma anche quelli che viaggiano attualmente su gomma, essendo questi pari circa a 10 milioni di tonnellate: cioè sarebbe in grado di assorbire il totale delle merci spostate.  Come mai si è sviluppata questa tendenza? Perché le merci ora viaggiano su un'altra direttrice, quella Genova-porti del Nord Europa, passando dal San Gottardo, su cui ha investito la Svizzera (che, fra l'altro è da tempo orientataa a non concedere il passaggio ai Tir sul territorio elvetico: i camion devono salire sul treno e scendere dal treno in Germania, questo per effetto di un referendum propositivo!). Altri corridoi per il Nord Europa potrebbero essere il Brennero o il Sempione. Fatto sta che il collegamento Genova - Rotterdam è di importanza costantemente in crescita. Pensare che sianole infrastrutture a creare il traffico e non viceversa è un modo obsoleto di pensare le infrastrutture stesse. La Torino Lione dovrebbe condurre poi in Spagna e Portogallo, che però hanno linee a scartamento ridotto, con una serie di problemi enormi. Insomma, la Torino-Lione non è così necessaria...
Quindi, la rosa della settimana va ai No Tav, quelli pacifici, quelli che difendono la valle e la legalità degli appalti, contro le mafie e contro la devastazione paesaggistica e ambientale a cui i governi di questo paese ci hanno abituato da decenni.
Prima o poi verrà l'ora di smetterla. Grazie ai valligiani che senza usare violenza si oppongono a un'opera costosa, inutile e devastante. Un po' come le centrali nucleari.


Foto da me realizzate con inquadratura dall'autostrada del Frejus, in Val di Susa, nell'estate del 2009.

lunedì 27 giugno 2011

Una rosa per Pannella

Non assume alimenti solidi da 69 giorni. Per 5 giorni non ha nemmeno bevuto. Sciopero della fame e della sete, come prima più di prima, ma oggi Marco Pannella ha 81 anni. Le sue condizioni di salute continuano a stupire i medici, come nel 1975, quando arrivò a 90 giorni di sciopero della fame. Scorza dura di abruzzese verace, passione e amore per le lotte di classe, sociali e di diritto, come ama definirle lui. "Perché stare dalla parte delle classi oppresse significa risolvere i problemi di tutti e di ciascuno."
E le classi oppresse di cui prende le parti sono i carcerati, ancora una volta, perché, ancora una volta, le carceri italiane stanno per scoppiare: sovraffollamento, detenuti in gran parte per reati minori; questioni concrete. Per attirare l'attenzione su quella parte di cittadini che quasi sempre noi tutti dimentichiamo, Pannella è tornato al digiuno, tecnica di lotta non violenta appresa da Gandhi, uno dei riferimenti culturali e politici del leader radicale. Che cosa propone, allora Pannella? "L'amnistia non è un atto diclemenza, ma è un atto necessario per salvare lo Stato e la società, non dal punto di vista morale, ma da quello puramente tecnico-giuridico, perché l'Italia è in una condizione di illegalità strutturale e continuativa."
Considerando che circa un terzo dei detenuti è in attesa di giudizio e che, statisticamente, circa il 50% di loro non viene poi condannato, l'amnistia potrebbe dare una prima risposta, seguita da una depenalizzazione di reati minori (cancellando la legge che dichiara reato penale la clandestinità e la legge Fini-Giovanardi sulle droghe, per esempio, che condanna come spacciatori dei consumatori abituali di droga).
Dopo l'intervento del presidente Napolitano, che ha chiesto di rivolgere l'attenzione alla problematica drammatica segnalata da Pannella, il leader radicale ha interrotto lo sciopero della sete, mentre quello della fame prosegue insieme a diecimila detenuti.
Quindi, la rosa di questa settimana va proprio a Marco Pannella, per la sua tenacia nell'affrontare le cose, per la sua grande forza e dignità morale. Una rosa da aggiungere a quella che stringe in pugno e che costituisce il simbolo del Partito Radicale.

martedì 21 giugno 2011

Una rosa per il Teatro Valle

La manovra finanziaria per il 2010, varata dal governo Berlusconi alla fine del 2009, aveva decretato la fine dell'Eti (Ente teatrale italiano) e sigillato il teatro Valle, antico palcoscenico romano, inaugurato il 7 gennaio del 1727. Ebbene, martedì scorso un centinaio di lavoratori e lvoratrici dello spettacolo, definitisi "autorganizzati" hanno rotto i sigilli e occupato lo stabile, organizzando serate e dibattiti sullo stato del teatro e della cultura in Italia.
La cultura come bene comune: l'onda referendaria prosegue e infonde coraggio. Correva voce che il teatro Valle dovesse divenire un ristorante o una specie di bistrot parigino. Ma a Parigi non potrebbe succedere, perché la legge Lang protegge i "luoghi della memoria", obbligando a mantenere strutture architettoniche, arredi e destinazione legata alla memoria dell'edificio.
Le scritte che compaiono sugli striscioni appesi alla faccciata del palazzo sono significative: Come l'acqua, come l'aria, ora la cultura", "Riprendiamoci il Valle". I lavoratori e le lavoratrici scrivono, in un appello volantinato all'ingresso, di voler difendere il patrimonio artistico del Paese e la promozione e la tutela dei beni culturali, inserita anche dai lungimiranti costituenti nella Costituzione.
Gli anonimi lavoratori hanno ricevuto solidarietà e sostegno da parte dei colleghi famosi del cinema e del teatro e del mondo della cultura in generale, far cui Franca Valeri, Fabrizio Gifuni, Toni Servillo, Maddalena Crippa, Maya Sansa, Emma Dante, Filippo Timi, Silvio Orlando. Proprio quest'ultimo ha proposto di preparare una stagione teatrale autorganizzata.
Dunque, in bocca al lupo a tutti quanti, anzi, come si dce a teatro, "tanta merda".
E una rosa per il teatro Valle e per i lavoratori e le lavoratrici dello spettacolo impegnati di persona.

domenica 12 giugno 2011

Una rosa per Enzo Del Re

Il 7 giugno scorso è morto Enzo Del Re. Era nato a Mola (BA) nel 1944. Musicista autodidatta, cantastorie anarchico, cantautore di strada, considerato un maestro da Daniele Sepe e da Vinicio Capossela. Unico strumento che utilizzava nelle sue performance dal vivo, che pretendeva fossero di otto ore, perché tanto dura la giornata di un operaio, era una sedia, su cui batteva le mani a tenere il ritmo. L'altro strumento era semplicemente la sua voce. Aveva scelto la sedia per riscattarne l'immagine terrificante della sedia elettrica, per sovrapporre a uno strumento di morte un oggetto fondamentale nella cultura contadina. Sulla sedia si sedeva chi raccontava la storia nei filò della stalla, gli altri ascoltavano in piedi o seduti per terra. I suoi testi erano pieni di giochi di parole e di ironia. Dopo aver lavorato con Dario Fo verso la fine degli anni Sessanta, ottenne un successo, non certo commeciale, ma di fama, nel 1977, quando un suo brano, Lavorare con lentezza, divenne la sigla di Radio Alice a Bologna e uno dei pezzi simbolo del movimento di protesta generazionale di quell'anno.
Nel 2004 un film di Guido Chiesa, che ricordava la Bologna del 1977, intitolato appunto Lavorare con lentezza, aveva riacceso l'interesse intorno a lui. Nel 2010 riceve un riconoscimento alla carriera dal Premio Tenco, dopo le apparizioni nelle tournee di Vinicio Capossela e dei Tetes de bois.
In dialisi da qualche anno, viveva con la pensione sociale di 300 euro al mese.
Su you tube è reperibile diverso materiale, fra cui il video di Scittrà e la sua apparizione sul palco del 1° maggio 2010, con Vinicio Capossela.
"Lavorare con lentezza/senza fare alcuno sforzo/chi è veloce si fa male e finisce in ospedale/lavorare con lentezza, la salute non ha prezzo/QUINDI rallentare il ritmo.// Lavorare con lentezza/senza fare alcuno sforzo/pausa pausa ritmo lento/sempre fuori dal motore/vivere al rallentatore. //Ti saluto ti saluto/ti saluto a pugno chiuso/nel mio pugno c'è la lotta/ contro la nocività."
Qui sotto un link per chi desiderasseleggere l'omaggio tributatogli da Vinicio Capossela, pubblicato da Repubblica on line.
http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2011/06/12/news/capossela_enzo_del_re-17589067/?ref=HREC1-12
Noi lo salutiamo con una rosa e con le parole di Daniele Sepe: "Buon viaggio, Enzo, una sedia la troverai pure dove stai adesso. E il biglietto di sicuro non l'avrai voluto pagare".
E con la foto della scritta che è rimasta a Bologna in via del Pratello, che ho fotografato nel dicembre dello scorso anno.

domenica 5 giugno 2011

Una rosa per il noir (e per Micromega)

Nel maggio del 1986 nasceva la rivista Micromega. Dunque all'inizio della settimana che si sta concudendo, Micromega ha compiuto 25 anni.
"Bisogna ridicolizzare i fautori o diffusori di romanzi gialli, talora giallissimi, parto di fantasie malate, bisognose di energiche cure". Firmato: Benito Mussolini
Micromega con ben diverse parole, opposte nel senso a quelle del dittatore fascista, sceglie di celebrare i 25 anni con un numero monografico dedicato al giallo e al noir, dal titolo eloquente: crimini d'establishment. (Così, con la "C" minuscola).
"Un numero dedicato ai crimini d'establishment è il più adeguato all'attuale situazione, dove la realtà di regime riesce ogni giorno a superare la più fertile immaginazione. Speriamo in lettori sempre più esigenti, che magari vogliano arricchire l'impegno della testata e del sito web attraverso la nascita di un club". Questo l'auspicio di Paolo Flores d'Arcais, nella presentazione del numero speciale.
Il numero prosegue poi con un saggio di Guido Caldiron, giornalista di Liberazione, dal titolo Il giallo e l'impegno, da Dashiell Hammett a Stieg Larsson. Dopo di che, via libera alla sezione "Finzione e realtà", che comprende vari racconti, più o meno lunghi, che narrano la realtà in forma di giallo o di noir. Che non sono la stessa cosa. Nel giallo c'è un poliziotto o un investigatore che indaga, c'è un reato commesso e un a pista da seguire nelle indagini. Le vicende sono narrate in terza persona dal "narratore onnisciente"o in prima dal detective. Nel noir, la vicenda è torbida e il protagonista è spesso il delinquente stesso, che a volte narra la vicenda in prima persona; il noir, dunque, ti fa entrare nell'anima nera e nella psicologia del malfattore.
Secondo Massimo Carlotto, uno degli autori presenti nella rivista e fra i protagonisti del "noir mediterraneo", il noir stesso può essere letteratura della crisi o letteratura del conflitto.
Letteratura della crisi: raccontare le trasformazioni criminali prodotte dalla globalizzazione dell'economia, i nuovi mercati illegali, il ruolo strategico della politica nei meccanismi criminali.
 Aspetto importante, sostiene Carlotto nei suoi pubblici interventi, che ha colmato il vuoto lasciato dalla scomparsa, o quasi, del giornalismo investigativo. Romanzi veri, che raccontano l'attualità con la forza dell'inchiesta, non inchieste travestite da romanzo. La criminalità si è infiltrata in ogni aspetto della società, questo ci dicono, con dovizia di particolari, i noir della crisi.
Letteratura del conflitto: il noir può farsi portavoce di un altro aspetto, la convinzione che un altro mondo è possibile. E per farlo deve passare attraverso il conflitto. Per esempio certi noir francesi raccontano non solo poliziotti violenti e corrotti, ma anche la rivolta delle banlieus che un controllo sociale marcio provoca. I temi divengono alora il conflitto razziale, economico, culturale, generazionale; il conflitto, appunto.
E oggi il poliziesco classico non può più spiegare nulla del reale, anche perché si è quasi sempre limitato a spiegare chi, come e quando, senza soffermarsi sui perché.
Il perché ce lo spiega il noir. Il noir d'inchiesta, che sia della crisi o del conflitto, è anticipatore della realtà, poiché nasce proprio dal tentativo di rispondere alla quarta domanda del giallo classico lasciata senza risposta: perché? Capire il male, capire come si propaga nella società, capirne i meccanismi e le motivazioni. Spiegare la crisi. E poi dovrebbe seguire la redenzione, spiega Carlotto. Che non è possibile senza conflitto. Con il potere, con la criminalità, con il lettore stesso.
Auguri a Micromega e una rosa per il noir della crisi e del conflitto.

lunedì 30 maggio 2011

Una rosa per i ballottaggi

Yuk, yuk! Scusate l'esordio alla Pippo (che come diceva Andrea Pazienza sembra sempre uno "sballato"), ma i ballottaggi mi hanno dato alla testa. Molto di più e con più efficacia di un'intera bottiglia di champagne. Bollicine di godimento. A parte l'atteso risultato di Milano, dove Pisapia ha vinto con oltre il 55%, aumentando di 50 000 voti il risultato del primo turno; a parte Napoli dove De Magistris ha asfaltato l'avversario Lettieri, raccogliendo il 65% e oltre dei voti, riuscendo quasi a doppiare il candidato berlusconiano, in testa al primo turno (ma mentre Lettieri ha perso al ballottaggio circa 39 000 voti rispetto al primo turno, De Magistris ha incrementato i suoi voti di oltre il 100%, passando da 128 000 a 265 000, staccando il Lettieri di 124 500 voti); a parte Milano e Napoli, nelle quali l'Arrogante aveva dichiarato guerra, ovunque i candidati berlusconiani sembrano la canzone di Bob Dylan Like a rolling stone (e le pietre rotolano in giù, notoriamente). E così quasi tutta la Lombardia al secondo turno volta le spalle al Grande Prepotente (persino Arcore, location del bunga bunga, Desio, Rho e Gallarate); lo stesso dicasi per il Friuli, a Pordenone, ma soprattutto a Trieste (Comune e Provincia al voto); restando al nord anche Novara passa al centrosinistra, così come la provincia di Pavia, mentre a Mantova il centrosinistra si conferma.  Poi c'è da annotare la storica conquista di Cagliari da parte del centrosinistra e la conferma di Crotone, unica eccezione di una Calabria per il resto ancora stregata dall'Imbonitore.
Insomma, c'è di che godere e di cospargere il suolo italiano di rose del mio giardino: per fortuna maggio è il mese delle rose e ne ho a disposizione quante ne volete.
Questa calda primavera del 2011 è una bella primavera per tornare a sperare. E spero innanzitutto che i partiti dell'opposizione capiscano che dal voto sale una forte richiesta di cambiamento: nuovi consensi sono possibili solo di fronte a nuove ricette, nuova partecipazione, nuovo coinvolgimento, nuove idee e soprattutto di fronte a uno stile e a una politica veramente alternative al berlusconismo, che forse inizia il suo declino. E allora, attenzione ai colpi di coda, da esorcizzare e contrastare a colpi di quorum per il referendum. Fra poche settimane c'è un'altra occasione per mandare segnali chiari, di cui chi ha scelto come ruolo politico quello di rappresentare gli altri dovrà tener conto. E allora tutti al voto anche il 12 e il 13 giugno. E cantiamogliele chiare. E poi, rose e champagne per tutti!

domenica 22 maggio 2011

Una rosa per Milano

L'evento da ricordare con una rosa (fra l'altro maggio è il mese delle rose) è senz'altro il primo turno delle amministrative a Milano. E' successo qualcosa di inatteso. Le aspettative dei berlusconidi, premier in prima fila, erano quelle di vincere al primo turno, superando il 50% dei voti o, al limite, di arrivare in vantaggio di 5-6 punti al ballottaggio. Berlusconi aveva chiesto più preferenze di cinque anni fa, in cui aveva toccato quota 52000 (a me pare già anomalo il fatto che un premier corra come capolista in un'elezione amministrativa, ma tant'è); aveva scommmesso su se stesso più che sul sindaco uscente Letizia Brichetto in Moratti, invocando l'importanza nazionale del voto di Milano, considerandolo espressamente un referendum su di sé.
Gli è andata proprio male. Preferenze 27000, la sua candidata ferma al 42%, mentre lo sfidante Giuliano Pisapia ha superato il 48%. In voti assoluti, che sono poi quelli che contano, la signora Moratti dovrebbe recuperare 42000 voti al secondo turno. Impresa non semplice, dato che di voti il Pdl ne ha persi 13000 rispetto alle regionali dello scorso anno e la Lega 17000; la somma fa 30000. E' del tutto evidente che al secondo turno i votanti diminuiscono, tanto più in una situazione dove già hanno superato i partecipanti al voto delle precedenti elezioni. Se Pisapia mantiene i suoi voti al secondo turno, non c'è nulla da fare per la sindaca uscente.
Ergo, ci provano in tutti i modi, ma la disperazione gioca brutti scherzi e le strategie messe in atto sfiorano il ridicolo.
Primo attacco di Bossi: Milano a rischio di zingaropoli con Pisapia. Sterile e risibile.
Secondo affondo: Berlusconi in tv, nei tg compiacenti di cinque reti televisive nazionali e due regionali, oltre che al giornale radio GR1: Raiuno, Raidue, Canale5, Studio Aperto di ItaliaUno, Ilbollettinodelfidofede su Rete4. Un elenco di esempi di inaffidabilità e di servilismo nei confronti del potere. Patetici. Pseudogiornalisti che realizzano false interviste a Sua Maestà, guardandosi bene dall'intervenire a porre domande e a interloquire. Semplicemente porgono il microfono come un personaggio felliniano in Amarcord proponeva se stessa al principe, dicendo: "Gradisca". Ecco, uguale. Stesso stile. Amarcord era un film, questo dei tg con le pseudointerviste è roba da regime dittatoriale, da Cina, dove secondo Sua Prepotenza i comunisti mangiano bambini bolliti.
Un atto disgustoso di inchino al potere per questi pseudoprofessionisti e un atto di arroganza, di prepotenza aggressiva e feroce da parte di Sua Emittenza (più sua di così...).
Un altro limite è stato superato, forse irrimediabilmente. Un prepotente, abusando in modo autoritario del suo potere e del conflitto d'interessi che lo protegge, ha rovesciato il tavolo delle regole, come sua abitudine. Si è lanciato in messaggi promozionali per i candidati della destra. Che cosa resta più del corretto gioco elettorale dopo questo oltraggio? Ci sono da qualche parte nelle istituzioni le energie e la volontà per mettere fine a questa oscenità per la democrazia? In tutte le battaglie che ha combattuto - politiche, economiche, finanziarie, fino ai conflitti matrimoniali - Berlusconi ha truccato le carte, ingannato gli antagonisti, corrotto gli arbitri, violato le regole del gioco.
Tecnicamente, è un imbroglione perché "ricorre al raggiro in modo abituale". Lo fa anche ora. Ha gli arnesi mediatici a sua disposizione e schiere di schiavi a disposizione. Li adopera come meglio crede, non riconoscendo alcun limite e norma. Dopo alcuni giorni di silenzio, il premier s'impadronisce degli schermi televisivi in un illegittimo, abusivo appello alla nazione frammentato nelle interviste ai vari tg, con uno straniante effetto orwelliano (di questo ho già scritto in passato, vedansi i post più letti a fianco): il suo volto e la sua voce ovunque, nelle reti compiacenti, quelle che teoricamente dovrebbero essere viste dai suoi elettori. Il Cavaliere quando mette la testa fuori dal Palazzo vuole un ambiente protetto, riparato e sicuro come il salotto di casa. La prepotenza di Berlusconi dovrebbe trovare un contrappeso nelle autorità che custodiscono, per missione o per legge, il principio di uguale chance.
Irrompere così nei notiziari televisivi consegna a Berlusconi un vantaggio manifesto. Anzi, un doppio vantaggio: nascondere la sconfitta del 15 maggio; definire l'agenda dei temi che terranno banco negli ultimi sette giorni che separano le città dal secondo voto. Salvare la patria dai comunisti. L'orlo della follia è stato oltrepassato in modo ormai eclatante, ma questo è un messaggio che Berlusconi intende imporre con la prepotenza e l'abuso di potere. Chi ha il dovere di assicurare l'equilibrio dell'informazione e un corretto confronto politico faccia sentire la sua voce. Subito. Prima che sia troppo tardi. Eppure, ugualmente, qualcosa non ha funzionato. Ascolti bassissimi quando lui ha invaso i tg, clamoroso il calo di share sul tg 1 in particolare. Giornalisti del tg in rivolta, denunciano il fatto all'Authority (che ha tempi francamente sempre fuori tempo, magari interverrà a voto concluso, ma allora a che cosa serve?). Allora terzo affondo, Berlusconi e Bossi insieme: porteremo due ministeri a Milano e uno a Napoli, niente tasse d'ingresso per chi apre attività a Milano (questo sembra più che altro un regalino alle mafie e a tutti i riciclatori di denaro sporco), sanatoria sulle multe, ecopass gratis. Mancano all'appello le scarpe e i pacchi di pasta in regalo e magari un buono acquisto all'ipermercato, magari sarà il quarto affondo. Perché, e ormai significa che sono alla frutta, anche il terzo affondo è saltato: tutti a litigare, rivolta dei capigruppo del Pdl in Parlamento e bagarre fra Lega e (ex?) alleati. Insomma, per me un godimento unico. E nel frattempo Pisapia fa un figurone perché sventa un furto insieme ai suoi collaboratori, accorrendo alle grida di una signora. Perché Pisapia, oltre a essere una brava persona di sinistra, è anche uno che gira a piedi tutte le strade di Milano, per fare campagna elettorale. E la fiducia nei suoi confronti cresce ogni giorno. 
E allora: una rosa per Milano, anche di incoraggiamento, perché se il secondo turno non smentisce il primo, la capitale del berlusconismo ci dà una bella mano a liberarci di Berlusconi. Milano ci aiuta a sperare, ci ridà un minimo di speranza, che stavolta sia davvero l'inizio della fine per Sua Arroganza e per la sua schiera. E attenzione ai colpi di coda, quell'uomo non accetta le sconfitte, è vendicativo e feroce.
Good night


domenica 15 maggio 2011

Una rosa per Bernardo Bertolucci


Bernardo Bertolucci, che proprio il 16 marzo di quest'anno ha festeggiato i suoi settant'anni, ha ricevuto lo scorso 11 maggio, nel corso della cerimonia di inaugurazione del Festival di Cannes, la Palma d'onore alla carriera. E commentando questo riconoscimento, non ha smentito la sua franchezza e la sua fama combattiva: "Lo dedico all'Italia, agli italiani, a quegli italiani che sanno ancora resistere, criticare, indignarsi per lo stato di tremenda anestesia in cui versa il nostro paese, addormentato quotidianamente dalle tv. Lo dedico a tutti coloro che ancora non hanno ceduto a questa anestesia". Dal suo arco parte anche una frecciata ironica al Festival:"Me la danno perché non mi hanno mai premiato". 
La giuria è presieduta quest'anno da Robert De Niro, da Bertolucci voluto 35 anni fa per Novecento, uno dei capolavori del regista italiano. La carriera è tutt'altro che conclusa (il nostro sta girando un film in 3D tratto dall'ultimo romanzo di Ammaniti, Io e te), ma il 2011 sembra un anno di bilanci:  il traguardo dei 70 anni compiuti il 16 marzo (è nato a Parma nel 1941); il 35° anniversario di Novecento che per l'occasione è stato rieditato in hd; la scomparsa recente e prematura di Maria Schneider, protagonista di Ultimo tango a Parigi, che gli ha fatto dire con rimpianto di non aver fatto in tempo a chiederle scusa per quel rapporto avvelenato dall'impatto mediatico che ebbe sulla sua carriera e la sua vita la famosa scena del burro con Marlon Brando
Una filmografia preziosa e da vero maestro. Bertolucci lavora come assistente nel primo film diretto da Pier Paolo Pasolini, Accattone, nel 1961. Il poeta e cineasta friulano viveva a Roma nel palazzo dei Bertolucci ed era un amico di famiglia, in particolare del padre di Bernardo, Attilio Bertolucci, uno dei grandi poeti del novecento italiano. L'anno seguente, Bernardo realizza il suo primo lungometraggio, La commare secca, su soggetto e sceneggiatura di Pier Paolo Pasolini, che inizialmente avrebbe dovuto esserne anche il regista. Ma già dal film successivo, Prima della rivoluzione (1964), la poetica di Bertolucci si distacca da quella del suo maestro Pasolini. Infatti tema della ricerca espressiva di Bertolucci diventa quello dell'individuo posto di fronte a cambiamenti che non sa gestire e che lo mettono in crisi. In Partner (1968) affronta anche il tema del doppio, ispirandosi liberamente a Il sosia di Dostoevskij; il film non è particolarmente apprezzato da pubblico e critica, ma si distingue per  una conceziona pittorica dello spazio, ispirata a Francis Bacon. Ispirazione letteraria anche per Strategia del ragno (1970), liberamente tratto dal racconto Tema del traditore e dell'eroe di Borges. Il gusto dell'enigma a cui rimanda direttamente il titolo pervade anche Il conformista (1970), tratto dal romanzo omonimo di Moravia. Il protagonista è una sorta di pagina bianca su cui gli altri scrivono la loro storia. Curioso il fatto che la canzone di Mina Il conformista chiudesse il film precedente. Ultimo tango a Parigi (1972) è il film dello scandalo, già ricordato in precedenza. Marlon Brando  e  Maria Scnheider costituiscono una coppia violenta e anomala: i due fano l'amore da sconosciuti e si accordano per non rivelarsi mai reciprocamente i nomi. La scena dello scandalo è la sodomizzazione di Jeanne da parte di Paul, con l'ausilio di un panetto di burro, mentre la obbliga a parlare male della famiglia. Il tutto in uno spazio per lo più claustrofobico, un appartamento rosso. Riferimento ancora a Francis Bacon, esplicitato nei titoli di testa, posti di fianco a due quadri del pittore anglo-irlandese. Il film fu condannato nel gennaio del 1976 e ritirato dalle sale. Il film torna in circolazione solo nel 1987, quando una sentenza riconosce al film la dignità di opera d'arte. E arriviamo a Novecento (1976). Il film viene diviso in due atti, per una durata complessiva di oltre cinque ore. E' l'affresco dell'Emilia del secolo scorso, il canto della civiltà contadina e della Liberazione dal fascismo. L'uso del flashback ne fa una sorta di gioco di scatole cinesi che mescolano generi filmici e stili di ripresa: dal softcore al grand guignol, dalle citazioni pittoriche (Renoir, Manet, Caravaggio) al falso documentario, gestiti con un grande gusto estetico, che travolge anche l'ideologia in un tripudio di bandiere rosse nel finale che non è maoista ma estetizzante. E poi La luna (1979) con elementi leopardiani e freudiani mescolati con la consueta maestria e La tragedia di un uomo ridicolo (1981), commedia padana costruita su una metafora, così espressa nelle parole del protagonista: "Il ciclo della lavorazione del latte mi fa venire in mente la catena della famiglia: il liquido che diventa solido, è incredibile", prima della consacrazione definitiva con L'ultimo imperatore (1987), kolossal premiato con vari premi Oscar. Non il mio preferito, comunque. Seguono Il tè nel deserto (1990), tratto dal romanzo omonimo di Bowles, e Il piccolo Buddha (1993), produzioni hollywoodiane come L'ultimo imperatore. I tre film, insieme, costituiscono anche una sorta di trilogia del distacco dall'utero padano che aveva animato la sua filmografia fino a quel momento. 
In seguito il regista torna a girare in Italia riprendendo le sue predilette tematiche intimiste, che però mantengono un respiro internazionale e direi interculturale, con risultati alterni di critica e pubblico, a partire da Io ballo da sola (1996), per proseguire con L'assedio del 1998, mentre The Dreamers (2003) ripercorre una vicenda di passioni politiche e rivoluzioni sessuali di una coppia di fratelli, nella Parigi del 1968. Fra i tre L'assedio è il mio preferito, un gioiellino, un film che dimostra come si possa girare un capolavoro con pochi soldi, senza la necessità di budget sontuosi.
Da tempo Bertolucci parla di un progetto che prosegua Novecento, per descrivere e raccontare la seconda metà del secolo in Emilia e in Italia.

domenica 8 maggio 2011

Una rosa per la cgil

58% il dato nazionale dell'adesione allo sciopero. Al 50% l'adesione fra i metalmeccanici, che in alcune realtà arriva al 90% e in altre addirittura al 100%. E teniamo presente che i metalmeccanici avevano già scioperato in febbraio. Un segnale forte, importante. 130 manifestazioni in Italia, oltre un milione di persone nelle piazze italiane.
10 000 persone a Parma, non ricordavo da anni una presenza così massiccia in manifestazione. Mi sono fermato in via D'Azeglio, a metà, per veder sfilare tutti: il corteo non finiva più: bello, colorato, pieno di energie. Facce sorridenti, voglia di parlare, anche di ballare al suono del sound system del camion dell'arci. C'era persino un gruppetto che suonava dal vivo dal camion. Il corteo era talmente lungo da distendersi, colorato e allegramente rumoroso da piazzale Santa Croce a Piazza Garibaldi. In piazza ha parlato dal palco il segretario regionale Vincenzo Colla, che ha promesso di non lasciare soli i lavoratori. “L’adesione è stata molto più numerosa di quanto ci aspettavamo” commenta Fabrizio Ghidini, segretario confederale di Cgil Parma. La voglia di stare insieme era diffusa e si percepiva molto bene attraversando il corteo, cosa che ho fatto dopo averlo visto sfilare interamente.
In testa al corteo ci sono i funzionari locali del sindacato.
Seguono subito dopo i lavoratori della Funzione pubblica, dagli impiegati degli enti amministrativi alle cooperative sociali. Numerosi i partecipanti dell’Ausl di Parma e dell’Ospedale Maggiore. Poi i bancari degli istituti di credito locali che hanno il contratto nazionale di lavoro scaduto (quelli di Bancamonte con qualche preoccupazione in più...), insegnanti ed educatrici dei nidi comunali, non solo quelli che passeranno sotto Parma 06, ma anche gli altri che “temono di fare la stessa fine”. E poi il 70% degli impiegati della Chiesi, e gli operai di grandi aziende come Parmacotto e Barilla, che “ogni volta non sanno se arrivano a fine mese”, e quelli della Sidel e di tante altre. Spazio anche al settore della comunicazione, con i poligrafici della Gazzetta di Parma che dal giugno scorso impaginano il quotidiano locale con un contratto di solidarietà, e dello spettacolo: lo striscione dei lavoratori del Teatro Regio non passa inosservato. Dice "Tagli alla guerra/Guerra ai tagli". E sotto lo striscione c'è molta voglia di ballare, fra allegria e indignazione: il Regio precede di qualche metro il camion sound system dell'arci. In coda al corteo, gli studenti universitari, delle scuole medie superiori – “pubbliche”, sottolineano con forza – della città che hanno saltato la scuola per difendere il diritto allo studio e protestare contro i tagli della riforma Gelmini.
In piazza, dopo gli interventi, la manifestazione si chiude sulle note di Bella ciao, nella versione dei Modena City Ramblers, sparata dalle casse del sound system: e di nuovo giovani e meno giovani a ballare.  E' stata una bella mattina, illuminata e scaldata da un sole primaverile. Dalle piazze, quella di Parma e tutte le altre, è salita la richiesta di un investimento sulla cultura, sulla scuola; di una tutela forte e rigorosa dei beni pubblici; di partecipazione alle decisioni in campo economico, sempre più verticistiche e delegate a un club di finanzieri. Soprattutto da queste piazze è venuto un segnale di unità e di ricomposizione fra maschi e femmine, fra diverse generazioni e fra "indigeni" e "migranti". Tutte categorie sociali che la crisi tende a dividere e il governo cerca di mantenere divise. Un bel segnale, dunque, il pensiero di un futuro alternativo al cadaverico presente di solitudine, divisione e precarietà. 
La Cgil ha avuto un mandato, da questo sciopero: essere co-protagonista della costruzione di un modello sociale diverso e alternativo a quello attualmente dominante, un modello basato sulle relazioni, sull'ecologia, sulla conoscenza. A cominciare dai referendum di giugno, non dimentichiamolo.
Qui sotto ci sono le foto scattate da Elisa Lazzarotti. Una cronaca per immagini, che non necessita di altre parole.









domenica 1 maggio 2011

Una rosa per Mereu

Oggi è il primo maggio, Festa del lavoro. E' domenica, quindi di fatto si tratta di una festa saltata sul calendario dei lavoratori. Ma per qualcuno è stata giornata di lavoro: il cosiddetto innovatore/rottamatore del Pd Renzi, sindaco di Firenze, ha pensato bene di lasciare libertà di apertura ai negozi, in questa giornata che è domenica e che è pure festa del lavoro. Mah, sarà una grande innovazione, una delle sue meravigliose idee per far tornare a vincere la sinistra... (considero Renzi solo un ipocrita arrivista, uno che fa politica solo per far carriera, totalmente privo di valori di sinistra e di riferimenti culturali adeguati, per chi non l'avesse capito). Comunque, in questo giorno, ritengo significativo attribuire la rosa della settimana a Gianmarco Mereu, che il 28 aprile ha tenuto la sua rappresentazione teatrale, Giorni rubati,  ad Arbatax, nei capannoni di un'azienda, invitato dai dirigenti dell'azienda stessa, che ha offerto lo spettacolo ai propri dipendenti. Rimane da dire che il 28 aprile è stata la giornata mondiale per la sicurezza sul lavoro e che Mereu ha avuto cinque anni fa un grave incidente sul lavoro al porto di Arbatax, rimanendo paraplegico: una cancellata di sei quintali gli ha spezzato la schiena, fratturando le vertebre D10 e D11. Nello spettacolo, realizzato dalla compagnia Rossolevante di Arbatax, per la regia di Juri Piroddi e Silvia Cattoi, Mereu in scena racconta la tragedia e tutto il flusso di sentimenti, emozioni e reazioni che sono seguite all'incidente e che gli hanno cambiato la vita. Mereu si è esibito di fronte a molti compagni di lavoro, persone che conosceva, perché lui lavorava per una ditta esterna. L'azienda non ha fatto opera di beneficenza, ma semplicemente ha interesse a diffondere la cultura della sicurezza perché, lavorando con molte ditte straniere, esiste in ambito internazionale un problema di costi assicurativi legati alla clausola "incidenti zero". Si tratta di un fatto comunque assolutamente apprezzabile e che dimostra come si possa collaborare a fini comuni per ottenere risultati positivi. L'investimento sulla sicurezza diventa necessario: virtuoso per l'azienda e virtuoso per i lavoratori.
Riporto qui due brani dell'intervista che Mereu ha rilasciato a Gianfranco Cappitta, critico teatrale de il manifesto: "Senza dubbio è stata un'esperienza bellissima e molto forte, ma che mi ha anche messo in difficoltà: è stato duro portare a termine lo spettacolo senza interrompermi, guardando le facce di chi mi conosceva pure prima e che quella storia la conosce già. Riviverla assieme a loro è stato particolarmente toccante, e in certi momento la commozione mi ha attanagliato, soprattutto nel racconto dell'incidente". E, parlando del figlio più grande, che all'epoca dell'incidente aveva 7 anni: "Stiamo cercando di inventarci un nuovo rapporto. All'ospedale mi disse una frase bellissima: -Papà, quando torni a casa, torni con la sedia a rotelle? 
Io avevo le lacrime agli occhi e non ce la facevo a rispondere. Mi ha abbracciato e mi ha detto: -Non è importante, torna a casa in fretta.
Penso che non dimenticherò mai una lezione del genere. Io spero di essere all'altezza e di lasciargli un messaggio che lui possa recepire e trasmettere agli altri. Bisogna salvaguardarsi, indignarsi e rifiutare di lavorare fuori delle condizioni di sicurezza."
Una rosa per Gianmarco Mereu. E per suo figlio. E per il teatro d'impegno civile.

domenica 24 aprile 2011

Una rosa per Vik

Oggi a Bulciago, paese in provincia di Lecco, si sono svolti i funerali di Vittorio Arrigoni, sequestrato e ucciso da frange ultranazionaliste del popolo al quale Vittorio stava dedicando la sua vita, il popolo palestinese. Ucciso a Gaza, la terra che amava, che aveva eletto come seconda patria, dove tutti l conoscevano di persona, a differenza di Bulciago dove, per la maggior parte, avevano solo sentito parlare di lui. O lo avevano conosciuto su facebook, come raccontava stamattina un ragazzino a Radio Popolare.
La famiglia ha voluto che dopo il funerale ci fosse una specie di festa. E niente slogan, niente bandiere di partito. Vittorio, detto Vik, diceva: "...io non credo nei confini, nelle bandiere, nelle barriere...". In tutta evidenza si riferiva al muro eretto contro i Palestinesi nella striscia di Gaza, ma le sue parole divengono in questo momento un simbolo universale di internazionalismo messo in pratica. E ben compreso da chi ha fatto dell'ultranazionalismo la sue cieca fede e quindi ha colpito chi difendeva il popolo palestinese, ma in una visione, appunto internazionalista e non nazionalista. Che tristezza. La solita storia del nemico interno. E il nemico proprio non c'era, c'era una persona amata da molti. Così la sua vita è stata umana per antonomasia, come ricordavano gli slogan dei suoi compagni e dei palestinesi allibiti, feriti per la perdita di quello che consideravano un fratello: "Vittorio nel cuore, restiamo umani", c'era scritto su un cartello molto semplice, scritto a mano, portato da una donna palestinese a Fiumicino, quando giovedì il corpo di Arrigoni è arrivato da Gaza. Nel manifesto funebre, preparato dalla madre, non c'era il colore nero, ma i colori dell'arcobaleno, simbolo di pace, con la scritta:"Io non credo nelle barriere". Un ultimo abbraccio nel segno della resurrezione: non è stata una messa funebre, ma una messa pasquale svolta in un luogo anomalo, una palestra; nella quale, dopo il rito, di è svolto un incontro conviviale, per ricordare la vitalità e la voglia di vivere in pace che contraddistingueva Vik. La madre Egidia racconta la sua commozione legata a una lettera ricevuta nei giorni scorsi dall'Anpi di Como, che dedicherà la festa di domani, 25 aprile, festa della Liberazione, proprio a Vittorio Arrigoni, "per il suo esempio e per il suo sacrificio, che ricorderemo in tutte le circostanze e in tutte le nostre sezioni". E oggi pomeriggio, dopo la messa, è stata intonata Bella ciao, come estremo saluto. A chi, la liberazione, l'aveva nel cuore.
Buon viaggio Vik, questa rosa è per te.

lunedì 18 aprile 2011

Una rosa per i morti sul lavoro

Finalmente un tribunale ha condannato per omicidio volontario un amministratore delegato. La sentenza, davvero storica, è stata pronunciata dalla Corte di Assise di Torino. L'assassino volontario è Il tedesco Harald Espenhahn, amministratore delegato della Thyssenkrupp italiana. E altri cinque dirigenti sono stati condannati per omicidio colposo. Sedici anni e mezzo per il tedesco, tredici anni e dieci anni per gli altri. 
La notte del 6 dicembre 2007, sette operai dello stabilimento di venivano investiti da una fuoriuscita di olio bollente in pressione, che immediatamente prendeva fuoco. Sette sarebbero morti nel giro di un mese, mentre un altro operaio restava ferito in maniera non grave. Critiche all'azienda sono state sollevate da più parti, sia perché alcuni degli operai coinvolti nell'incidente stavano lavorando da 12 ore, avendo quindi accumulato 4 ore di straordinario, sia perché secondo le testimonianze di alcuni operai i sistemi di sicurezza non hanno funzionato (estintori scarichi, idranti malfunzionanti, mancanza di personale specializzato). L'azienda aveva smentito che all'origine dell'incendio vi fosse una violazione degli standard di sicurezza. La Guardia di Finanza ha sequestrato all'amministratore delegato della Thyssenkrupp Italiana un documento dove si affermava che Antonio Boccuzzi, l'unico testimone sopravvissuto, «doveva essere fermato con azioni legali», in quanto sosteneva in televisione accuse pesanti contro la multinazionale. Il documento attribuiva la colpa dell'incendio ai sette operai, che si erano distratti. Per l'amministratore delegato verrà poi formulata dai pubblici ministeri l'ipotesi di reato di omicidio volontario con dolo eventuale e incendio doloso, mentre altri cinque dirigenti saranno accusati di omicidio colposo ed incendio doloso; per tutti l'omissione dolosa dei sistemi antinfortunistici. 
Quindi la sentenza accoglie in toto l'impostazione dell'accusa, sostenuta dal procuratore Guariniello, che commenta così la sentenza: E' il salto più grande di sempre in tutta la giurisprudenza in materia di incidenti sul lavoro. Deve far sperare i lavoratori e far pensare gli imprenditori.Tutte le nostre richieste sono state accolte, ma una condanna non è mai né una vittoria, né una festa. Se si potessero evitare questi processi sarebbe meglio per tutti."
La consapevole negligenza è stata punita: chi avrebbe dovuto investire sulla sicurezza antincendio non l'ha fatto per scelta, per risparmiare, accettando il rischio di un incidente (che l'assicurazione temeva, avendo posto una franchigia di ben 100 milioni!). Infatti Espenhahn posticipò di un anno gli investimenti antincendio relativi a Torino, avendo già programmato la chiusura dello stabilimento, e rinviò gli interventi sulla linea 5, quella dell'incidente, al momento del suo trasloco a Terni. Intanto gli operai a Torino mcontinuavano a lavorare in condizioni sempre più precarie e abbandonati a se stessi. 
Quindi la sentenza ha detto basta alle speculazioni sulla pelle dei lavoratori e ha detto basta all'ipocrisia delle parole: mai che queste morti fossero chiamate con la parola giusta, omicidio. Morti bianche, incidenti sul lavoro, casualità, distrazione degli operai, mancato rispetto da parte dei lavoratori delle n orme di sicurezza. Mai che comparisse la parola omicidio. 
E allora una rosa per questi morti bruciati, i cui nomi in ordine alfabetico sono: Giuseppe De Masi, Angelo Laurino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò, Bruno Santino, Antonio Schiavone, Roberto Scola. 
I magistrati hanno fatto un ottimo lavoro, lavorato con serietà, dimostrato che la legge può essere uguale per tutti, senza timori reverenziali nei confronti dei potenti di turno.
Una rosa che assume anche il significato di ribadire che i magistrati devono restare indipendenti dal potere politico e devono essere difesi da chi, per interesse personale e illegittimo, vuole screditarli e indebolirli. O renderli ossequiosi nei confronti del potere. E dei primi ministri in particolare.

 

domenica 10 aprile 2011

Una rosa a Jack Lang

L'ex ministro francese della cultura, il socialista Jack Lang, ha affermato nei giorni scorsi che "Berlusconi ha berlusconizzato l'Europa". Un'affermazione forte, che forse noi italiani non ci aspetteremmo, visto e considerato che all'estero ci prendono in giro proprio per il premier che ci ritroviamo (e ribadisco come questo sia assolutamente vero, non è un'esagerazione!). Non so dire se l'affermazione di Jack Lang sia corretta e se risponda in qualche modo al vero. Certo c'è da preoccuparsi, se i vaccini cominciano a scarseggiare anche nel resto d'Europa...
Jack Lang è comunque uno che se intende, che la cultura l'ha conosciuta e amata davvero e valorizzata col suo lavoro. Fu sua l'idea, poi divenuta legge francese, di tutelare i cosiddetti "Luoghi della memoria" in Francia. Una legge che obbliga i proprietari e i gestori di luoghi importanti per la memoria culturale francese (per esempio a Parigi i caffè de Flore, Select, Deux Magots, dove si riunivano gli intellettuali della rive gauche, o il ristorante tradizionale Chartier, a prezzi incredibili e con qualità notevole) a mantenere strutture e arredi in linea con la storia del luogo. Quei luoghi conservano un fascino particolare, non sono ammuffiti o cristallizzati: è un gioco di atmosfera e di immersione in un altro tempo, con grande piacere per chi vive la contemporaneità, ma vuole anche conservare memoria delle cose e delle situazioni importanti.
E allora di Jack Lang (noi mai abbiamo avuto un ministro della cultura così, di questo sono sicuro) possiamo fidarci anche quando dice, subito dopo le parole sulla eurodiffusione del berlusconismo: "La vita prevale sui governi e quando Berlusconi non governerà più, il genio italiano continuerà a vivere".
Merci, Jack Lang.
Con questo auspicio e questo riconoscimento gradito e inatteso, trascorreremo un'ottima notte di sogni "geniali".
Una rosa per Jack Lang, dunque, una rosa di speranza.

lunedì 4 aprile 2011

Una rosa per la Locride

Le notizie, a volte, sono davvero sorprendenti. Decido di premiare la sorpresa positiva che ho provato nel leggere di una notizia che ha a che fare con l'emergenza Lampedusa, vale a dire la pressione esercitata dai migranti in fuga per svariati motivi dalle vicende nordafricane esclusivamente sulla piccola isola di Lampedusa. La notizia alla quale mi riferisco non è l'ennesimo insostenibile show mediatico del premier italiano, arrivato sull'isola a promettere di tutto e di più come fa di solito, con l'effetto finale legato all'acquisto on line di una villa da due milioni proprio nell'isola della vergogna. No, non ne voglio parlare. Quello di cui voglio invece parlare è un comunicato dell'associazione dei 42 comuni della Locride che hanno dichiarato la disponibilità immediata ad accogliere i migranti in tendopoli e in case dei vecchi centri storici di alcuni paesi. La Locride ci rimanda a 'ndrangheta e dintorni, diverse amministrazioni comunali sono state sciolte per infiltrazioni mafiose, ma stavolta la questione è del tutto diversa. Dopo avere dato la disponibilità alll'accoglienza, l'associazione di comuni non è più stata contattata, quindi ha deciso di emettere un comunicato stampa per ribadire la disponibilità. Non sono stati richiamati dal Viminale. E' per lo meno strano. Alla domanda: Come se lo spiega?, posta dalla giornalista Cinzia Gubbini de il manifesto, Ilario Ammendolia, sindaco di Caulonia (RC) e rappresentante dell'Associazione Comuni della Locride, risponde così: "Penso che vogliano spaventare la gente, puntare su questa storia dell'emergenza quando invece si tratta di poche migliaia di persone per le quali la soluzione si potrebbe trovare. [...]Intanto ci sono già due comuni, Gerace e Antonimia, che sono disponibili a ospitare le tendopoli. Potrebbero starci 500 persone, questo èil numero che abbiamo comunicato. Ma noi vorremmo mettere a disposizione prima di tutto il nostro modello, che certo non è quello delle tendopoli, che non ci piace. [...] Da anni il comune di Caulonia e quello di Riace hanno dimostrato che si possono ripopolare i vecchi borghi proprio ospitando i profughi. Qui nella Locride, terra di emigrazione, siamo pieni di case abbandonate. E i migranti ospitabili con questo modello sarebbero almeno mille. La popolazione non protesta perché da anni stiamo facendo un lavoro per fostruire l'accoglienza come valore di tutti. [...] Non siamo sindaci per fare le elezioni ogni cinque anni. Un sindaco deve anche andare al di là del consenso elettorale. E noi in questo modo stiamo dimostrando che la Calabria non è solo terra di 'ndrangheta."
Non so che cosa ne pensiate voi, ma a me, a sentire queste parole generose, appassionate e terribilmente ragionevoli, sembra di essere in un altro pianeta. Sì, davvero un altro mondo è possibile, allora.
Ed ecco giustificata la mia rosa della settimana, una rosa per la Locride, un modello d'eccellenza nel campo dell'accoglienza.

domenica 27 marzo 2011

Una rosa per Gino Strada

"Solo quando avremo espulso la guerra dall'arco delle possibilità potremo chiederci davvero che cosa possiamo fare per aiutare le vittime di dittature, terrorismo, pulizie etniche".
Così Gino Strada in un'intervista al manifesto di martedì scorso. La posizione di Strada, contrario all'intervento armato in Libia, è un po' isolata, stavolta, ma io la condivido.
Vediamo perché. Innanzitutto perché spesso le motivazioni degli interventi non reggono alla prova dei numeri. Per esigenze umanitarie fu sganciata la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki. Di quell'intervento si disse che doveva salvare almeno 46 000 vite dalla furia bellica giapponese, che l'intervento si faceva per chiudere con la guerra, con la seconda guerra mondiale.
Ebbene, con le bombe umanitarie si uccisero 400-500 000 giapponesi, un po' subito e un po' per effetto delle radiazioni. Cioè, si fecero vittime dieci volte di più. Quelle motivazioni, una menzogna e un'azione preventiva sproporzionata, furono le prime di una lunga serie. Dal Vietnam alla Palestina, per arrivare ai recenti interventi Onu/Nato: in Iraq, la guerra contro Sadam Hussein fece più vittime civili  di anni del criminale despota al potere; in Afghanistan, per non lasciare impunito un gravissimo crimine, un atto terroristico, per rendere giustizia ai 3 000 morti di New York, sono state stroncate più di 100 000 vite umane; anche in Serbia e Kosovo l'intervento fu invocato per proteggere i civili da Milosevic e dai suoi crimini, ma l'effetto dei bombardamenti fu devastante, sia per la popolazione, sia per l'ambiente, ancora contaminato dall'uranio impoverito, che uccise anche soldati italiani, rientrati da quel fronte malati di tumori e leucemie. 
In secondo luogo, perché le esigenze umanitarie che vengono invocate per giustificare l'intervento (liberare i cittadini di quei paesi da dittatori, portare la democrazia elettiva e rappresentativa al posto del totalitarismo etc) sono solo maschere, bugie di guerra. La ex Jugoslavia aveva un ruolo e una posizione strategica, essendo una cerniera fra il mediterraneo e l'Europa dell'est, e solo questo ha giustificato l'intervento militare; Iraq e Afghanistan sono strategici invece per le risorse energetiche e lo stesso si può dire per la Libia: mettere le mani sul gas e sul petrolio libico è l'obiettivo reale di tutti i combattenti "umanitari".
Naturalmente, le ragioni nobili di Gino Strada non devono essere confuse con quelle di chi, a destra, sostiene posizioni non interventiste con motivazioni opportunistiche e razziste, temendo col conflitto una successione invasione di immigrati a cui dare rifugio politico.
Dirò di più: l'intervento che chiedeva una collaborazione fra maggioranza e opposizione per avallare l'intervento, poiché stabilito da una decisione dell'Onu, pronunciato da Napolitano, attualmente l'uomo politico italiano che gode del maggior consenso popolare, molto ascoltato, è stato sicuramente deleterio e contribuisce a costruire un clima favorevole anche in Italia all'intervento militare.
Nel 1955 Bertrand Russell e Albert Einstein scrissero un manifesto contro la guerra, usando le seguenti parole: "Questo è dunque il problema che vi presentiamo, netto, terribile e inevitabile: dobbiamo porre fine alla razza umana oppure l'umanità dovrà porre fine alla guerra?".
Quindi la guerra non si può umanizzare, è alternativa all'umanità: o c'è una o c'è l'altra, ci dicono Russell e Einstein.
Strada ricorda che la guerra, ogni guerra fa, prima di ogni altra, due vittime: la ragione e la verità.
E allora una rosa a Gino Strada, che ha il coraggio di dire no anche a questa guerra, perché di questo si tratta quando gli aerei bombardano obiettivi civili e militari.
Chiamare la guerra con altri nomi edulcorati, quali interventi militari umanitari, utilizzare termini come bombe intelligenti, bombardamenti chirurgici è un insulto al buon senso oltre che un errore lessicale. Gli interventi umanitari chirurgici lasciamoli a Gino Strada che, innanzitutto, è un chirurgo di guerra. Per questo la guerra la conosce  bene e la detesta. E vorrebbe rimanere senza lavoro al più presto.
Una rosa per Gino Strada, ma anche per Russell e Einstein; insomma, una rosa contro la guerra, contro tutte le guerre.
Qui sotto, Bertrand Russell, Albert Einstein e Gino Strada in curiosi atteggiamenti.


lunedì 21 marzo 2011

Una rosa contro

Una rosa contro. Contro la guerra, per fermare Gheddafi in altro modo. Contro il nucleare, a maggior ragione dopo il disastro giapponese, altro che sciacallaggio, semplice buon senso. Non esiste il nucleare a rischio zero, le scorie sono ingestibili, i costi sono improponibili, che si investano gli stessi soldi destinati alla costruzione di centrali nucleari per incentivare in modo serio l'utilizzo di fotovoltaico, solare ed eolico a livello micro. Tanti piccoli generatori diffusi sul territorio, senza impermeabilizzare ulteriormente il suolo, senza impoverire il paesagio, senza militarizzare il territorio. L'ha capita anche il governo, che dopo una risposta improntata all'indifferenza e alla minimizzazione sui fatti giapponesi, ha cambiato idea, ora è per la moratoria. Probabilmente hanno letto i sondaggi: Italia unita, nei giorni scorsi contro il nucleare. E contro il premier. Fischiato ovunque. Ovunque si presenti, ormai trova centinaia di manifestanti ad accoglierlo a fischi, che contrastano con gli applausi a Napolitano. Se il 60% degli italiani è contro il nucleare, la difesa del nucleare da parte del governo non ha sicuramente entusiasmato gli italiani, che si stanno svegliando. L'Italia s'è desta, magari, era ora. Fiducia nel premier mai così in basso, ma secondo me ancora altissima, nonostante tutto. Pare che il 30% non abbia perso la fiducia in Berlusconi. Mi guardo intorno, se siamo in dieci, tre si fidano di Berlusconi. Vorrei individuarli, per evitarli. Come l'aids, se lo conosci lo eviti. Non comprerei mai una macchina usata da loro, altro che aids. Non gode di buona fortuna, il presidente del consiglio (rigorosamente tutto minuscolo). Dopo aver ostentato un'accoglienza da amico e anche un po' da lenone nei confronti di Gheddafi nell'autunno scorso, quest'ultimo pensa bene di inimicarsi tutti, a cominciare dal suo popolo, bombardandolo perché protesta in piazza. Chissà che invidia deve aver provato il nostro (sì, purtroppo anche mio, come di tutti gli italiani) premier: -Ecco lui sì, io no, avrà pensato. Col bunga bunga gli era venuta meglio, peccato, stavolta non si può fare. Persino i poliziotti hano manifestato contro di lui ad Arcore. Non con tutti i sindacati, ma con buona parte sì. Viva l'Italia, cantava De Gregori molti anni fa, viva l'Italia che resiste.
50 anni fa era il centenario dell'Unità d'Italia. John Kennedy pronunciò un discorso importante, in quell'occasione, il 18 marzo del 1961. Disse con tono solenne più o meno così: che in Italia e prima dell'Italia nell'antica Grecia era nata una civiltà che nei secoli successivi avrebbe portato a produrre i valori per i quali gli americani stessi si battevano, i valori che gli americani difendevano.
Nei dispacci della diplomazia americana, pubblicati da Wikileaks, oggi si legge ben altro. Altri tempi. Un presidente del consiglio così screditato nel mondo non l'abbiamo mai avuto.
Ma l'Italia s'è desta, l'Italia che resiste. Speriamo.
Una rosa contro tutte le schifezze, allora.

domenica 13 marzo 2011

Una rosa per la Costituzione

Tanti presidi nelle città d'Italia, centinaia di presidi, in difesa della Costituzione. Probabilmente solo la nostra civilissima e preziosa Costituzione ha davvero realizzato per la prima volta l'unità d'Italia, dopo 85-87 anni dall'unità storico-politica di Garibaldi, Cavour, Mazzini e i Savoia.
I Savoia sappiamo poi tutti che cosa sono diventati: giannizzeri del fascismo, re Travicello del dittatore.
E ora uno è condannato per vari reati (e l'ha sfangata da quello più grave, l'uccisione in mare di Dirk Hammer, vicino all'isola di Cavallo, in Corsica), l'altro è un vip da riciclare in tv, con l'aiuto di Pupo e di Milly Carlucci (che levatura, accidenti!).
Ma la Costituzione no, quella non toccatela. Quella ci unisce davvero. E ieri eravamo in piazza anche a Parma per dirlo, anzi, in via Mazzini (il centro di Parma è tutto un tripudio risorgimentale, nei nomi delle vie e delle piazze), sotto i portici.
Alcune centinaia di persone si sono alternate al presidio, dove sono stati letti alcuni articoli, in particolare quelli relativi all'istruzione pubblica, il 33 e il 34.
"L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento". Così comincia l'art. 33. Il 34 completa il concetto: "La scuola è aperta a tutti. L'istruzione [...] è obbligatoria e gratuita. I capaci e i meritevoli anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi".
Recentemente, il premier ha espresso pareri a ruota libera sulla scuola e sugli insegnanti, che inculcherebbero valori contrari a quelli delle famiglie. Ebbene, se i valori delle famiglie sono i suoi, mi autoaccuso di educare a valori diversi, senza inculcare, nel rispetto del pluralismo e del confronto di idee.  L'art. 9 ricorda inoltre che "La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione".
Che io traduco nell'educare alla bellezza, con passione e convinzione. E per lo stesso motivo, non è più possibile che si torni a programmare di costruire centrali nucleari nel territorio italiano. Aveva detto "basta" un referendum di 25 anni fa. Lo dice oggi il buon senso, dopo ciò che sta accadendo in Giappone. Sarebbe meglio che Veronesi si occupasse di ciò che sa fare bene, il medico, e che non straparlasse di ciò che non conosce, il nucleare. E la Costituzione tutela anche la salute, articolo 32.
Questo blog è assolutamente denuclearizzato, con convinzione, per rispetto della bellezza e della salute e della sicurezza. E per un semplice ragionamento: come non abbiamo petrolio, non abbiamo nemmeno uranio, quindi passeremmo da una dipendenza a un'altra, anzi sommeremmo la seconda alla prima. Col problema di scorie difficili da gestire, che nessuno vuole. L'unica cosa che abbiamo è il sole. Allora, per favore, diciamolo chiaramente: diamo a ogni casa i pannelli fotovoltaici e solari, investendo in ciò gli stessi soldi che investiremmo per il nucleare. Sarebbe una rivoluzione energetica e un'applicazione della Costituzione.
Tornando al presidio di ieri, c'è da segnalare un fatto increscioso, che testimonia il livello di fastidio per le regole e per la pubblica manifestazione del pensiero diffuso in vari strati della popolazione (segno pessimo dei veleni sparsi dal berlusconismo). Essendosi i manifestanti ammassati sotto i portici di via Mazzini (luogo autorizzato regolarmente), secondo i commercianti della zona, c'è stato meno "passaggio" di clienti. E così alcuni negozianti hanno chiesto ai manifestanti - anche in maniera nervosa - di spostarsi. Ne è nata una diatriba e sul posto - allertati da alcuni esercenti - sono arrivati i carabinieri. Essendo tutto regolare, hanno solo potuto chiedere di non ammassarsi in modo tale da impedire il passaggio sotto i portici, cosa che già non avveniva, il passaggio era garantito.
Anche dopo la conclusione del presidio, a portico completamente sgombro, nel negozio della Lacoste non è entrato nessuno. La crisi non è colpa dei presidi. Commercianti più illuminati avrebbero potuto offrire da bere ai manifestanti e conquistare potenziali clienti. E' il mercato bellezza, almeno non siate così miopi.
Quindi, una rosa convinta per la Costituzione.
Alla faccia della Lacoste e di tutti i coccodrilli di cui abbonda l'Italia contemporanea.

domenica 6 marzo 2011

Una rosa per la libertà d'informazione

Due eventi relativi alla libertà d'informazione hanno caratterizzato la settimana appena conclusa.
Primo: l'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm) ha segnalato con una lettera indirizzata ai presidenti delle Camere e al presidente del Consiglio che "attribuire al Presidente del Consiglio il potere di prorogare o no il divieto di incroci proprietari fra giornali e tv successivamente al 31 marzo 2011, come prevede il cosidddetto decreto Milleproroghe, è inopportuno".
La nota dell'Agcm mette il dito in una piaga tutta italiana e assolutamente anomala nel panorama europeo e dei più avanzati paesi al mondo in materia di libertà d'informazione, come Stati Uniti, Giappone, Australia, Canada. Il maledetto conflitto d'interessi. La nota prosegue infatti sottolineando come "la disciplina di un settore sensibile come quello editoriale richiedeva un atteggiamento di precauzione che evitasse l'attribuzione di ogni potere discrezionale in capo al premier". Inoltre, se la materia non verrà sottratta alle competenze dell'attuale premier, "l'adozione o la mancata adozione dell'atto di proroga, dovranno essere valutati dall'Antitrust per verificare l'incidenza specifica e preferenziale sul patrimonio del presidente del Consiglio e il danno per l'interesse pubblico".
Positivo che l'Autorità sia intervenuta, ma la nota dolente è data dal fatto che i suoi poteri in materia sono molto ridotti: può limitarsi ad aprire un'istruttoria. Forse l'avviso è però sufficiente a ostacolare l'acquisto di quote del Corriere della sera da parte di Mediaset, cosa alla quale punta da tempo Berlusconi. La firma di Berlusconi risulterebbe tecnicamente impossibile anche per la debolissima legge sul conflitto d'interessi, che prevede semplicemente che il premier esca dal Consiglio dei Ministri quando si tratta di provvedimenti che lo riguardano. In questo caso, dovendo firmare l'atto, naturalmente non potrebbe uscire. Insomma, l'ennesimo pasticcio, l'ennesimo sintomo di una democrazia malata di plutocrazia e di continua sovrapposizione fra interesse pubblico e privato, anzi personale (e di perversione sessuale, ma questo è un altro discorso). Fino a quando continueremo a sopportare questo scempio della correttezza oltre che del semplice buon senso?
Secondo: è la settimana in cui si è svolto il congresso di Mediacoop, l'unico editore puro del mercato italiano, associazione che raccoglie 370 cooperative editoriali, giornalistiche, teatrali e librarie (da il manifesto a Radio popolare, da Adista al Salvagente.
Molte di esse lottano quotidianamente e di anno in anno per sopravvivere fra quote modestissime di pubblicità, un certo di lettori e ascoltatori attenti e generosi, la concorrenza spietata dei colossi editoriali e dei rastrellatori del mercato pubblicitario (Mediaset e Rai). L'anomalia, a ben vedere, non è tanto il finanziamento pubblico alle coop, ma il fatto che in Italia la tv assorba da sola il 54% della spesa pubblicitaria complessiva, contro il 28% della carta stampata, mentre negli Usa e in tutta Europa, ad eccezione della Spagna, la quota tv è inferiore al 35%.
Nell'immateriale non tutto può essere riconducibile al mercato e per molti anni le coop editoriali hanno ricevuto un finanziamento statale legato al diritto soggettivo, cancellato dal governo Berlusconi, che ha ridotto i finanziamenti complessivi da 640 a 210 milioni.
Il congresso è stato indetto per discutere di come uscire dalla crisi. Mediacoopo chiede sostanzialmente due cose che io ritengo ragionevoli: 1) la garanzia di finanziamento pubblico ai livelli del 2008 almeno fino al 2013, per dare una tregua alla continua emergenza; 2) che i contributi siano legati ai lavoratori effettivamente assunti in redazione, un tot per ogni giornlaisa e un tot per ogni poligrafico. Naturalmente le coop editoriali devono nel frattempo decidere che cosa vogliono fare. Sarebbe impossibile pensare a soggetti compositi? Per esempio: il manifesto e Radio Popolare non potrebbero fare rete fra loro? Quali innovazioni possono immaginare le coop, quale visione del futuro dell'informazione hanno, superato lo stato di emrgenza? Fatto sta che anche da qui passa la libertà d'informazione, una cosa di cui in Italia c'è tanto bisogno. Basta guardare alcune volte i tg di Raiuno, Raidue e di tutte le reti Mediaset per accorgersene, se si utilizza un pensiero appena critico. Ma qui ricadiamo nella prima questione: il presidente del Consiglio condiziona anche le nomine di quasi tutti i direttori di tg in Italia. E non gli basta, in un crescendo bulimico di potere manipolatorio.
E così le due questioni si saldano.
 Una rosa per la libertà d'informazione, dunque, per la poca che ci rimane.