Entrati da pochi giorni nel nuovo anno, si ha voglia ancora di fare un bilancio di quello conclusosi da non molto.
Il tornare al cinema mi ha fatto pensare alla panoramica dei film visti nel 2011.
Non tanti, quindici.
Quindi li metto in classifica tutti, perché sicuramente ci sarano molte omissioni, nel senso di film da me non visti, quindi ingiudicabili.
Quindicesimo: Il gioiellino, di Andrea Molaioli, con Toni Servillo, Remo Girone, Sarah Felberbaum.
Il
film racconta in tutta evidenza del caso Parmalat, senza mai fare i
nomi reali dei protagonisti, che risultano però piuttosto riconoscibili.
Per me segno di scarso coraggio da parte della produzione, secondo il
regista la scelta è invece legata al fatto che di casi simili a quello
della Parmalat ce ne sono e ce ne possono essere tanti, quindi il film
presenta un certo modello di azienda familiare e la sua evoluzione
legata agli intrecci fra economia, politica e, in essi, il ruolo delle banche. Può darsi, ma non mi
convince, perché la critica indiretta avrebbe potuto essere ben più corrosiva. Il film non è indimenticabile e non è al livello del
precedente La ragazza del lago.
Quattordicesimo: No impact man, di Laura Gabbert,
Justin Schein con Colin Beavan, Michelle Conlin. Salvare il mondo, a
cominciare dalla propria famiglia. Il film è un documentario che
racconta un esperimento di vita a impatto zero a New York, mettendo in
luce gli sprechi della quotidianità, ma anche la contradditorietà e
l'insensatezza di certe scelte integraliste (il chilometro zero
impossibile nellametropoli, l'inutilità di privarsi della corrente
elettrica e così via). Interessante, un ottimo stimolo alla riflessione
sui modelli di consumo e sulle possibili variazioni.
Tredicesimo: Ladri di cadaveri, di John Landis, con Simon Pegg, Andy Serkis, Jessica Hynes, Tom Wilkinson. Il film narra una reale vicenda accaduta nella Scozia del primo Ottocento. Commedia grottesca, con qualche idea geniale (d'altra parte dietro alla cinepresa c'è Landis), divertente e brillante, gustoso, ma Landis può fare molto di più.
Dodicesimo: Drive di Nicholas Winding Refn, con Con Ryan Gosling, Carey Mulligan, Bryan Cranston.
Film che ha un certo fascino, per la virata
violentissima del secondo tempo, che ti piomba addosso come in un
agguato. Uso un po' estetizzante e non sempre azzeccato del ralenti, che
dilata il tempo senza occuparsi dello spazio in cui si svolge la scena.
Undicesimo: Cose dell'altro mondo, di Francesco Patierno, con Diego Abatantuono, Valentina Lodovini, Valerio Mastandrea. Commedia divertente, surreale, ma capace di scavare nella realtà, che parte da un'idea semplice e geniale: che cosa succederebbe in una cittadina del Veneto nella quale la cultura è impregnata di un razzismo di fondo, se un bel giorno gli abitanti si svegliassero e fossero improvvisamente, di colpo spariti tutti gli immigrati, come molti auspicano?
Notevole la prova d'attore di Abatantuono, imprenditore telepredicatore (contro i "nigher"), e sorprendente la prova di Mastandrea, alle prese con l'interpretazione di un poliziotto cinico ma generosamente umano.
Decimo: L'esplosivo piano di Bazil, di Jean Pierre Jeunet, con con Dany Boon, André Dussollier, Nicolas Marié, Jean-Pierre Marielle. Bazil,
orfano di padre in giovane età a causa di una mina antiuomo e
disoccupato a causa di un proiettile accidentalmente intercettato ,
scopre che i produttori dei due congegni hanno sede ai lati opposti di
una stessa strada. Convinto di farla pagare ad entrambe le imprese,
escogiterà un intricato piano per metterle una contro l'altra ed infine
smascherarne le disonestà. Aiutato da una bizzarra congrega di
senzatetto e freak, riuscirà nel suo intento. Commedia satirica, pieno
di idee e divertente, soprattutto il gruppo di freak che vive
sottoterra.
Nono: Il villaggio di cartone, di Ermanno Olmi, con
Rutger Hauer, Alessandro Haber, Massimo De Francovich, El Hadji
Ibrahima Faye. Film duro, che segna il ritorno di Olmi alla fiction,
dopo una precedente dichiarazione di abbandono. L'idea è venuta a Olmi, che a ottant'anni ha ancora
entusiasmo ed energia da vendere, mentre era costreto a letto da una
frattura. Il film è un pamphlet, girato in modo
asciutto e rigoroso (marchio di stile Olmi) nato da una necessità,
quella di dire qualcosa sui diritti dei migranti e sul rispetto e la
dignità dell'essere umano in generale.
Intento riuscito.
Ottavo: Habemus papam, di Nanni Moretti, con Michel Piccoli e Nanni Moretti. Ho già recensito il film sul blog (vedi etichetta Cinema), ora è collocato in classifica.
Settimo: Carnage, di Roman Polanski, con Jodi Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz, John C. Reilly. Personaggi odiosi, dialoghi fulminanti, crescendo inatteso di conflitto al veleno all'interno di un appartamento, fra due coppie di genitori che discutono su un episodio di aggressione da pare del figlio di una coppia al figlio dell'altra. Poi la litigata mette in luce anche le frizioni e le forti difficoltà esistenti in entrambe le coppie fra i coniugi. Maestria nella conduzione degli attori e nella scrittura dei dialoghi, tratti da un lavoro teatrale. Di questo risente un po', a mio avviso, il film. Gli adulti sono ben peggio dei bambini, sembra dirci Polanski. Senz'altro.
Sesto: Midnight in Paris, di Woody Allen, con Marion Cotillard, Owen Wilson, Rachel McAdams, Michael Sheen. Film elegante e raffinato, commedia surreale brillante. Allen rovescia l'idea del suo La rosa purpurea del Cairo, in cui i personaggi della pellicola entravano nella vita reale, catapultando il protagonista della vicenda parigina in un viaggio nel tempo, nella Parigi dei suoi desideri.
Un'ottima scusa per riempire il film di scrittori e artisti amati dallo stesso Allen. Un bel giocattolo filmico, anche se ho preferito l'Allen acido e corrosivo.
Quinto: La donna che canta, di Denis Villeneuve, con Lubna Azabal, Mélissa Désormeaux-Poulin, Maxim Gaudette, Remy Girard. Ho già recensito il film (vedi etichetta Cinema) e qui lo colloco in classifica, ai piani alti, perché è uno dei film che non dimenticherò per la durezza e per il viaggio nel dolore che esso comporta.
Quarto: Pina di Wim Wenders, con Pina Bausch, Regina Advento, Malou Airaudo, Ruth Amarante. Film dalla storia particolare, perché mentre Wenders lo stava girando la grandissima coreografa e regista, che ha inventato un nuovo modo di fare danza e di fare teatro, è morta, all'età di 69 anni. Era il 30 giugno del 2009. Wenders, sostenuto dai danzatori e attori di scuola Bausch, ha deciso di proseguire il film e di ultimarlo. Nato come documentario che voleva raccontare il lavoro e le scelte artistiche della Bausch, è divenuto, pur mantenendo saldo il timone sull'intento originario, un film testamento, un omaggio a una della più grandi artiste del secolo scorso, che influenzerà anche questo secolo, per la capacità innovativa e la limpida storia di vita e di artista.
Girato da Wenders per il 3D, è godibilissimo anche a due dimensioni. Un atto d'amore, e un gran bel film.
Terzo: molti probabilmente non saranno d'accordo su questa scelta, ma a me This must be the place di Paolo Sorrentino è piaciuto tanto. Con Sean Penn (nei panni di una ex rock star dal volto simile a una maschera-icona, costruito sulle fattezze di Smith dei Cure) e Frances Mc Dormand, la moglie che è un vigile del fuoco. Il film, dopo un inizio da commedia americana sul quotidiano, si trasforma in un road movie perché il protagonista parte alla ricerca di un criminale nazista rifugiatosi negli States, in una sorta di omaggio alla figura del padre col quale il nostro non aveva mai avuto un buon rapporto. Fotografia splendida, atmosfera avvolgente, il film mette a confronto due follie, quella brutale del nazismo, con quella quotidiana e mortale del rifiuto di invecchiare e di cambiare.
Alla fine del viaggio di formazione, il protagonista non potrà più essere lo stesso.
Secondo: Melancholia, di Lars von Trier, con Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Kiefer Sutherland, Charlotte Rampling. Film in due tempi scanditi da episodi fra loro separati, salvo la circolarità data alla narrazione dal prologo che viene ripreso poi nel finale. Il primo racconta di un matrimonio grottesco, sembra un Dogma dei tempi duri, una tragicommedia alla Festen (che non era di von Trier) per le atmosfere e l'escalation della rottura nelle relazioni.
Il secondo vira sul surreale, più che sul fantascientifico come alcuni sostengono, e corrisponde a una sorta di poema tragico sulla fine del mondo, sulle note del Trsitano e Isotta Wagneriano del prologo. Pessimismo totale, da pugno nelle stomaco scagliato da Hulk. E chi non ha buoni addominali soccombe. Apocalittico, perché è impossibile mettere ordine, sia nelle relazioni, sia nel cosmo. Ecco il filo che lega i due episodi così apparentemente diversi fra loro.
Primo: il film che mi è piaciuto di più è stato però Miracolo a Le Havre di Aki Kaurismaki, con André Wilms, Kati Outinen, Jean Pierre Darroussin, Blondine Miguel. E un'apparizione di Jean Pierre Leaud, in un prezioso cameo indimenticabile (e odioso). Film dolce, struggente e divertente, con personaggi belli e autentici, girato da Kaurismaki con mano leggera e tagliente; presenti i suoi stilemi: l'oggettistica e l'rredo sxties/seventies, a dispetto dell'ambientazione nella contemporaneità, le riflessioni stralunate e le espressioni sempre dolenti, anche quando sorridono, dei protagonisti, un senso di povertà e di poesia della miseria e degli umili, secondo la nobile lezione di Pasolini. Il finlandese gira uno dei suoi film migliori, un capolavoro delizioso. Il miracolo a Le Havre è doppio, ma non vi racconto nulla. Andatelo a vedere, è davvero imperdibile, abbiate fiducia. Se è già in fuga dalle sale, appostatevi per l'uscita del dvd, non resterete delusi.
Buon anno cinefilo.
Il blog di Mattia Toscani, il blog del romanzo La schiuma della memoria, La rosa della settimana
La schiuma della memoria
Qui si parla innanzitutto di un romanzo, uscito nel novembre del 2010 presso le edizioni Montag di Tolentino.
Il titolo è La schiuma della memoria e l'ho scritto io.
Poi si parla e si scrive di altre cose, di fotografie e di film, di libri letti e di teatro, di teatroterapia e di paesaggio. E di altro ancora. L'intenzione è comunque quella di raccordare la memoria con l'attualità per ritrovare il senso perduto degli eventi e per non dimenticare personaggi che con le loro vite hanno scritto pagine di storia non solo privata, ma anche collettiva. Molti di essi sono i miei riferimenti culturali e di valore. Il romanzo stesso dialoga con questi contenuti, in modo dinamico, in costante evoluzione, perché la memoria non è cristallizzazione ma è senso e significato. Mi piacerebbe che la lettura del blog desse anche il piacere della scoperta e di un punto di vista sul mondo spostato dalla norma, in qualche modo sorprendente. Buona lettura.
Il titolo è La schiuma della memoria e l'ho scritto io.
Poi si parla e si scrive di altre cose, di fotografie e di film, di libri letti e di teatro, di teatroterapia e di paesaggio. E di altro ancora. L'intenzione è comunque quella di raccordare la memoria con l'attualità per ritrovare il senso perduto degli eventi e per non dimenticare personaggi che con le loro vite hanno scritto pagine di storia non solo privata, ma anche collettiva. Molti di essi sono i miei riferimenti culturali e di valore. Il romanzo stesso dialoga con questi contenuti, in modo dinamico, in costante evoluzione, perché la memoria non è cristallizzazione ma è senso e significato. Mi piacerebbe che la lettura del blog desse anche il piacere della scoperta e di un punto di vista sul mondo spostato dalla norma, in qualche modo sorprendente. Buona lettura.
Visualizzazione post con etichetta The best of. Mostra tutti i post
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domenica 8 gennaio 2012
mercoledì 4 gennaio 2012
Gli album musicali del 2011
Di alcuni ho già parlato in precedenza, qui e ora provo a stilare una classifica, assolutamente personale e senza pretese di esaustività, basata naturalmente su ciò che ho ascoltato di nuovo in quest'ultimo anno.
L'ordine è rigorosamente crescente, quindi comincio dal
posto numero 10: Musica Nuda (Petra Magoni & Ferruccio Spinetti) con Complici. Olte alle leganti cover alle quali il duo ci ha abituato, qui compaiono alcuni inediti firmati dal duo o da un membro del duo. Uno di questi brani, firmato da Petra Magoni insieme a Alfonso De Pietro, mi è parso uno dei migliori dell'album, se non il migliore: Sentieri, strade, saluti (traccia 5).
Posto numero 9: occupato da Ivano Fossati con Decadancing. Brani intimi si alternano a canzoni socialmente impegnate, il mix di qualità che per il cantautore costituisce una firma riconoscibile e una tradizione. Fra le più toccanti, Settembre. Magari l'avessi scritta io per dire quello che mi sta succedendo. E settembre è stato per me un mese decisivo, di svolta negativa nell'anno chiusosi da poco.
Probabilmente sarà l'ultimo album di Fossati: a meno che non si sia trattao di una trovata pubblicitaria, l'intenzione di Fossati è questa. Poi, chissà, magari cambierà idea, vedremo.
Posto numero 8: Il sogno eretico, di Caparezza. Avevo recensito tempo fa questo album con molto entusiasmo; in realtà i fasti di Verità supposte, che rimane l'unico capolavoro di Capa, al riascolto multiplo del Sogno eretico risultano ineguagliati e lontani all'orizzonte. Un buon album e stop.
Posto numero 7: Mauro Ermanno Giovanardi ha realizzato il suo secondo disco da solo, dopo l'esperienza pregevole dei La Crus: Ho sognato troppo l'altra notte?
Però, dico io, uno con un nome e cognome così lungo, non avrebbe potuto scegliere un titolo un po' più breve? Album elegante e coinvolgente, mix di cover originali, frutto di un palato fine e di brani nuovi firmati dal nostro frammento di La Crus. Reintrepretazioni entusiasmanti: Se perdo anche te (Accendilo tu questo sole che è spento...) e Bang bang, già rilanciata da Quentin Tarantino in Kill Bill. Fra i brani nuovi, bello quello presentato a Sanremo (Io confesso) e molto bello Lascia che, pezzo duro che contiene 4 volte il verbo "strappare" coniugato in vari modi, oltre a coniugare il verbo "lasciare" e persino il verbo "mordere". Come dire, quantomeno graffiante.
Posto numero 6: Vitamia di Gian Maria Testa. Prima di cominciare a scrivere i brani, Testa aveva in mente di realizzare un concept album sulla precarietà del lavoro. In realtà ne è poi uscito un disco sulla precarietà come stato d'animo, legato al lavoro ma anche a un senso di insicurezza non solo economica: precarietà dell'amore, precarietà dei valori nei quali magari hai creduto per una vita...
Musicalmente coinvolgente come tutti gli album di Testa, riscaldato dalla voce del cantautore ferroviere. I brani che preferisco: Nuovo, Lasciami andare, 18 mila giorni (dedicata a Erri De Luca, contiene la parola Vitamia, tutt'attaccata).
Posto numero 5: The King of Limbs, Radiohead. Perché i Radiohead sono una garanzia e qui la loro musica elettronica si fa essenziale e basata su ripetizioni che ricordano le composizioni minimaliste, con belle sequenze e lunghe intro musicali nelle quali si inserisce improvvisamente la voce di Thom Yorke. Che c'è di nuovo? Forse niente, ma sono i Radiohead, baby.
Posto numero 4: ecco, il quarto posto è stata una bellissima sorpresa anche per me, che avevo già ascoltato Bobo Rondelli negli altri due album che precedono questo L'ora dell'ormai.
Tutte belle canzoni, composte con stile maturo Omaggi a Giorgio Caproni (L'albero), livornese verace come Rondelli e come Piero Ciampi, di cui Rondelli si candida a essere almeno in parte l'erede, e anche a Franco Loi di cui sono incisi 49 secondi di voce recitante una poesia sull'amore, in dialetto milanese. Brani preferiti: Per amarti, Canto di un padre, Sporco denaro, Livorno nocturne.
Posto numero tre: il gradino più basso del podio è occupato da Raphael Gualazzi. Avevo sentito a Sanremo giovani, per caso, il suo brano Follia d'amore, incluso nell'album Reality and fantasy e mi ero chiesto che cosa ci facesse un mostro di bravura con la sicurezza interpretativa di un veterano a Sanremo giovani. Ha poi vinto senza confronto, un fuoriclsse in mezzo a dei rampolli musicalmente normali. Una felice scoperta per me e per gran parte del pubblico, subito approdato nelle classifiche europee grazie a un talento straordinario, sia nella tecnica strumentale (è un pianista d'eccezione), sia nell'interpretazione vocale dei suoi brani. Pezzi forti dell'album, improntato a una ricerca che sta fra il jazz, il rock e la canzone d'autore: Reality and fantasy, Calda estate, Out of my mind, Sarò sarai, Lady O. Ma tutti i brani sono di ascolto gradevolissimo e di una varietà difficile da incontrare altrove.
Posto numero due: piazza d'onore per il ritorno di un grandissimo della musica internazionale: Tom Waits con Bad as me.
Sette anni dopo l'ultimo album, riecco un Tom Waits che usa la voce in tutta la gamma delle sue possibiità. Quindi chi pensa all'ennesimo Waits dalla voce roca e impastata, qui troverà qualcosa che non si aspetta. Tom Waits sa essere un interprete capace di tonalità acute e di note melodiose, capace di graffiare ma anche di accarezzare l'orecchio di chi ascolta, e qui lo dimostra pienamente.
Gli arrangiamenti e la varietà musicale del disco ne fanno un rientro mai noioso e sorprendente a ogni traccia.
Posto numero uno: il gradino più alto del podio è occupato da Vinicio Capossela, che con Marinai, profeti e balene ha scritto e interpretato un capolavoro assoluto e il suo miglior disco.
Diciannove tracce suddivise in due cd, frutto di una ricerca letteraria e musicale di alto livello, che porta il nostro a una raffinatezza compositiva molto elevata e colta, ma allo stesso tempo, popolare.
Il segreto dei grandi, quello di rendere semplici e appetibili opere di grande spessore, la lezione di Pasolini appresa ed espressa la miglior livello possibile.
Così ti entrano nelle orecchie e ti trovi a canticchiare versi come "Nessuno è mai protetto/dalla sua debolezza/che se ne sta nascosta/ come serpe dentro il rovo/Vilmente sconosciuta/appena sospettata/ma invece rivelata/nel momento che sta a te" (Lord Jim); oppure come "Sospenderanno me, non la mia sentenza/Appenderanno me al capriccio della lenza/Tutto è pronto/Anch'io devo esser pronto" (Billy Budd).
Sorprendente e geniale la trasposizione in canzone del libro di Giobbe della Bibbia (Job), con una sintesi eccellente, capace di cogliere le parti essenziali del libro, arrivando a citazioni pressoché letterali del testo biblico. E ancora: la scintillante Pryntyl, vispa sirena dal caschetto malizioso, "Prima stella del corpo di ballo del balletto delle onde": versi musicali che scivolano via sulla pelle come la schiuma delle onde. Una leggerezza che fa bene, se alternata ai contenuti profondi e filosoficamente impegnativi come quelli di Job. E ancora tanta carne al fuoco: Il secondo cd è ispirato all'Odissea. In Aedo Vinicio propone l'eterno dubbio fra finzione e realtà nella letteratura e nella vita (Del suo canto/la beltà seduce/la verità convince/da quel che attinge, da quello che finge/il vero dal falso più non si distingue).
E in Tiresia c'è quasi il controcanto poetico a quel dubbio, forse una risposta: "La conoscenza è niente senza fede", afferma l'indovino a un dubitante Odisseo.
Altri brani bellissimi sono Polpo d'amor nel primo cd e Vinocolo (il cui protagonista è il ciclope Polifemo), Calipso e Le sirene nel secondo.
L'ordine è rigorosamente crescente, quindi comincio dal
posto numero 10: Musica Nuda (Petra Magoni & Ferruccio Spinetti) con Complici. Olte alle leganti cover alle quali il duo ci ha abituato, qui compaiono alcuni inediti firmati dal duo o da un membro del duo. Uno di questi brani, firmato da Petra Magoni insieme a Alfonso De Pietro, mi è parso uno dei migliori dell'album, se non il migliore: Sentieri, strade, saluti (traccia 5).
Posto numero 9: occupato da Ivano Fossati con Decadancing. Brani intimi si alternano a canzoni socialmente impegnate, il mix di qualità che per il cantautore costituisce una firma riconoscibile e una tradizione. Fra le più toccanti, Settembre. Magari l'avessi scritta io per dire quello che mi sta succedendo. E settembre è stato per me un mese decisivo, di svolta negativa nell'anno chiusosi da poco.
Probabilmente sarà l'ultimo album di Fossati: a meno che non si sia trattao di una trovata pubblicitaria, l'intenzione di Fossati è questa. Poi, chissà, magari cambierà idea, vedremo.
Posto numero 8: Il sogno eretico, di Caparezza. Avevo recensito tempo fa questo album con molto entusiasmo; in realtà i fasti di Verità supposte, che rimane l'unico capolavoro di Capa, al riascolto multiplo del Sogno eretico risultano ineguagliati e lontani all'orizzonte. Un buon album e stop.
Posto numero 7: Mauro Ermanno Giovanardi ha realizzato il suo secondo disco da solo, dopo l'esperienza pregevole dei La Crus: Ho sognato troppo l'altra notte?
Però, dico io, uno con un nome e cognome così lungo, non avrebbe potuto scegliere un titolo un po' più breve? Album elegante e coinvolgente, mix di cover originali, frutto di un palato fine e di brani nuovi firmati dal nostro frammento di La Crus. Reintrepretazioni entusiasmanti: Se perdo anche te (Accendilo tu questo sole che è spento...) e Bang bang, già rilanciata da Quentin Tarantino in Kill Bill. Fra i brani nuovi, bello quello presentato a Sanremo (Io confesso) e molto bello Lascia che, pezzo duro che contiene 4 volte il verbo "strappare" coniugato in vari modi, oltre a coniugare il verbo "lasciare" e persino il verbo "mordere". Come dire, quantomeno graffiante.
Posto numero 6: Vitamia di Gian Maria Testa. Prima di cominciare a scrivere i brani, Testa aveva in mente di realizzare un concept album sulla precarietà del lavoro. In realtà ne è poi uscito un disco sulla precarietà come stato d'animo, legato al lavoro ma anche a un senso di insicurezza non solo economica: precarietà dell'amore, precarietà dei valori nei quali magari hai creduto per una vita...
Musicalmente coinvolgente come tutti gli album di Testa, riscaldato dalla voce del cantautore ferroviere. I brani che preferisco: Nuovo, Lasciami andare, 18 mila giorni (dedicata a Erri De Luca, contiene la parola Vitamia, tutt'attaccata).
Posto numero 5: The King of Limbs, Radiohead. Perché i Radiohead sono una garanzia e qui la loro musica elettronica si fa essenziale e basata su ripetizioni che ricordano le composizioni minimaliste, con belle sequenze e lunghe intro musicali nelle quali si inserisce improvvisamente la voce di Thom Yorke. Che c'è di nuovo? Forse niente, ma sono i Radiohead, baby.
Posto numero 4: ecco, il quarto posto è stata una bellissima sorpresa anche per me, che avevo già ascoltato Bobo Rondelli negli altri due album che precedono questo L'ora dell'ormai.
Tutte belle canzoni, composte con stile maturo Omaggi a Giorgio Caproni (L'albero), livornese verace come Rondelli e come Piero Ciampi, di cui Rondelli si candida a essere almeno in parte l'erede, e anche a Franco Loi di cui sono incisi 49 secondi di voce recitante una poesia sull'amore, in dialetto milanese. Brani preferiti: Per amarti, Canto di un padre, Sporco denaro, Livorno nocturne.
Posto numero tre: il gradino più basso del podio è occupato da Raphael Gualazzi. Avevo sentito a Sanremo giovani, per caso, il suo brano Follia d'amore, incluso nell'album Reality and fantasy e mi ero chiesto che cosa ci facesse un mostro di bravura con la sicurezza interpretativa di un veterano a Sanremo giovani. Ha poi vinto senza confronto, un fuoriclsse in mezzo a dei rampolli musicalmente normali. Una felice scoperta per me e per gran parte del pubblico, subito approdato nelle classifiche europee grazie a un talento straordinario, sia nella tecnica strumentale (è un pianista d'eccezione), sia nell'interpretazione vocale dei suoi brani. Pezzi forti dell'album, improntato a una ricerca che sta fra il jazz, il rock e la canzone d'autore: Reality and fantasy, Calda estate, Out of my mind, Sarò sarai, Lady O. Ma tutti i brani sono di ascolto gradevolissimo e di una varietà difficile da incontrare altrove.
Posto numero due: piazza d'onore per il ritorno di un grandissimo della musica internazionale: Tom Waits con Bad as me.
Sette anni dopo l'ultimo album, riecco un Tom Waits che usa la voce in tutta la gamma delle sue possibiità. Quindi chi pensa all'ennesimo Waits dalla voce roca e impastata, qui troverà qualcosa che non si aspetta. Tom Waits sa essere un interprete capace di tonalità acute e di note melodiose, capace di graffiare ma anche di accarezzare l'orecchio di chi ascolta, e qui lo dimostra pienamente.
Gli arrangiamenti e la varietà musicale del disco ne fanno un rientro mai noioso e sorprendente a ogni traccia.
Posto numero uno: il gradino più alto del podio è occupato da Vinicio Capossela, che con Marinai, profeti e balene ha scritto e interpretato un capolavoro assoluto e il suo miglior disco.
Diciannove tracce suddivise in due cd, frutto di una ricerca letteraria e musicale di alto livello, che porta il nostro a una raffinatezza compositiva molto elevata e colta, ma allo stesso tempo, popolare.
Il segreto dei grandi, quello di rendere semplici e appetibili opere di grande spessore, la lezione di Pasolini appresa ed espressa la miglior livello possibile.
Così ti entrano nelle orecchie e ti trovi a canticchiare versi come "Nessuno è mai protetto/dalla sua debolezza/che se ne sta nascosta/ come serpe dentro il rovo/Vilmente sconosciuta/appena sospettata/ma invece rivelata/nel momento che sta a te" (Lord Jim); oppure come "Sospenderanno me, non la mia sentenza/Appenderanno me al capriccio della lenza/Tutto è pronto/Anch'io devo esser pronto" (Billy Budd).
Sorprendente e geniale la trasposizione in canzone del libro di Giobbe della Bibbia (Job), con una sintesi eccellente, capace di cogliere le parti essenziali del libro, arrivando a citazioni pressoché letterali del testo biblico. E ancora: la scintillante Pryntyl, vispa sirena dal caschetto malizioso, "Prima stella del corpo di ballo del balletto delle onde": versi musicali che scivolano via sulla pelle come la schiuma delle onde. Una leggerezza che fa bene, se alternata ai contenuti profondi e filosoficamente impegnativi come quelli di Job. E ancora tanta carne al fuoco: Il secondo cd è ispirato all'Odissea. In Aedo Vinicio propone l'eterno dubbio fra finzione e realtà nella letteratura e nella vita (Del suo canto/la beltà seduce/la verità convince/da quel che attinge, da quello che finge/il vero dal falso più non si distingue).
E in Tiresia c'è quasi il controcanto poetico a quel dubbio, forse una risposta: "La conoscenza è niente senza fede", afferma l'indovino a un dubitante Odisseo.
Altri brani bellissimi sono Polpo d'amor nel primo cd e Vinocolo (il cui protagonista è il ciclope Polifemo), Calipso e Le sirene nel secondo.
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