La schiuma della memoria

Qui si parla innanzitutto di un romanzo, uscito nel novembre del 2010 presso le edizioni Montag di Tolentino.
Il titolo è La schiuma della memoria e l'ho scritto io.
Poi si parla e si scrive di altre cose, di fotografie e di film, di libri letti e di teatro, di teatroterapia e di paesaggio. E di altro ancora. L'intenzione è comunque quella di raccordare la memoria con l'attualità per ritrovare il senso perduto degli eventi e per non dimenticare personaggi che con le loro vite hanno scritto pagine di storia non solo privata, ma anche collettiva. Molti di essi sono i miei riferimenti culturali e di valore. Il romanzo stesso dialoga con questi contenuti, in modo dinamico, in costante evoluzione, perché la memoria non è cristallizzazione ma è senso e significato. Mi piacerebbe che la lettura del blog desse anche il piacere della scoperta e di un punto di vista sul mondo spostato dalla norma, in qualche modo sorprendente. Buona lettura.
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mercoledì 4 novembre 2015

Salò, urlo di dolore

Salò o Le 120 giornate di Sodoma
Il film di Pasolini, intendo.
Visto il 2 novembre al cinema Astra, in occasione della bella rassegna che è stata il cuore del 18° Parma Film Festival.
Versione originale restaurata.
Cioè mai così bella esteticamente, colori nitidi e luce perfetta, che permettono di apprezzare il capolavoro estetico costruito da Pasolini.
Lo spazio disegnato dentro alla villa, nel salone dei racconti e delle orge, un quadro neoclassico: la scala bianca, dalla quale scendono le narratrici, il tavolo di legno massiccio di fronte alla scala, l'ombra del tavolo simmetrica e trapezoidale sul pavimento.
Uno spazio freddo, teatro dello strazio dei corpi e delle anime dei giovani rapiti e schiavizzati.
Il film è tributario di De Sade e di Dante nella stessa misura; la discesa all'inferno delle giovani vittime è scandita da un antinferno, in cui i giovani vengono braccati nelle campagne padane e sottratti alle loro famiglie di "sovversivi"; segue il girone delle manie, in cui i corpi vengono usati come strumento di soddisfazione delle perversioni sadiche dei loro carnefici (un Duca, un Presidente, un'Eccellenza, un Monsignore: quattro poteri a formare un potere assoluto e totalmente anarchico: il Potere, incarnato nel fascismo storico della Repubblica di Salò); la discesa all'inferno prosegue con il girone della merda, in cui i giovani corpi, ridotti a merce nel girone precedente, vengono nutriti con i loro stessi escrementi (anticipazione mirabile del Junk fast food dei nostri tempi); conclude il supplizio il girone del sangue, in cui i corpi di chi abbia osato, anche in minima parte, contravvenire alle regole, all'obbligo di essere felici nel soddisfare come merce i desideri altrui, viene torturato in modo brutale: bruciature dei genitali, marchiature a fuoco, scotennature e mutilazioni varie... Un delirio di violenza brutale oscena in senso letterale, fuori dalla scena, per certi versi inguardabile. Un pugno allo stomaco, diverse volte ho dovuto deglutire per non star male.
Un film testamento, un capolavoro assoluto in cui la violenza si capovolge, grazie al disgusto, in lezione morale, facendo divenire il film un poema nero di grande potenza etica.
Due sequenze mi sono rimaste negli occhi più di altre: una, l'uccisione del collaborazionista che ha trasgredito alle regole facendo l'amore (desiderio vero e puro, non dettato dal regolamento del potere) con la servetta nera; colto sul fatto dai quattro signori del potere, li saluta col pugno alzato, da comunista, rendendoli per un attimo sbigottiti e sorpresi. Poi la violenza con cui i potenti scaricano le pistole su di lui è figlia della rabbia del potere deriso. Un gesto di libertà assoluta contro il potere assoluto, quando non c'è più niente da perdere.
La seconda sequenza è in realtà una serie di sequenze sul matrimonio: il matrimonio imposto dal Potere a un ragazzo e una ragazza, costretti poi a denudarsi e a "consumare" le nozze davanti ai signori, sul pavimento; il matrimonio grottesco di tre dei signori (il Duca, il Presidente, l'Eccellenza) travestiti da donna con tre dei ragazzi, nozze officiate dal Monsignore, naturalmente. Il matrimonio come contratto imposto e convenzione consunta, per ubbidire al potere e alle sue convenzioni; il matrimonio come struttura sociale parte integrante del sistema consumistico, svuotato da qualsiasi segno e simbolo d'amore.
Un film duro, senza speranza, dal finale apparentemente leggero: due giovani collaborazionisti cercano sulla radio le note del pezzo che accompagna tutta la vicenda in vari tratti di stacco dalla violenza; si tratta del brano di Morricone "Son tanto triste", un valzer leggero e melodico, come una carezza di sollievo nella violenza brutale del film.
Ebbene, quella conclusiva è una scena chiave per l'interpretazione del film: mentre i due ragazzi ballano fra loro uno chiede all'altro: "Come si chiama la tua fidanzata?" Margherita, risponde l'altro.
Conoscendo la poetica di Pasolini, non può essere un nome attribuito casualmente. E allora come non pensare alla Margherita fidanzata di Faust, un tale che aveva venduto l'anima al diavolo, come ha fatto il ragazzo collaborazionista con la ferocia del potere assoluto?
Condanna etica doppia, quindi da parte del regista.
Ma Margherita è anche colei che può riscattare la dignità umana di Faust. E allora il messaggio non è alternativo, ma duplice: da un lato la condanna di chi vende la propria anima al diavolo e che non può ricevere che il muto e rassegnato disprezzo dell'Autore; dall'altro, il poeta sembra dirci: solo nell'amore può esistere un riscatto.
Riscatto dalla violenza del potere, ma anche dalla pusillanimità di coloro che accettano la mercificazione degli altri, pur di slavare la pelle, senza capire che questo significa anche accettare la propria mercificazione. In un mondo totalmente alienato dal consumismo, che ha ridotto i corpi e le anime a merce.

Quando entri in un supermercato, se ti va bene puoi giusto scegliere la marca, è questa la libertà che ci è rimasta, ci dice Pasolini in quest'ultimo elevatissimo e potentissimo urlo di dolore.

mercoledì 27 maggio 2015

Youth - La giovinezza (ovvero Delle cose perdute)

Youth - La giovinezza

La giovinezza è quella perduta di due amici, due maestri nei rispettivi campi: la musica per Fred Ballinger (Michael Caine) e il cinema per Mick Boyle (Harvey Keitel). Giovinezza destinata a perdersi come la memoria: di ciò che è accaduto in passato, ma anche nel senso del terrore di non lasciare traccia di sé a futura memoria. Nonostante la fama e il pubblico riconoscimento di valore.
Ma è anche la giovinezza dei loro figli: Lena Ballinger (splendida Rachel Weisz) e Julian Boyle (Ed Stoppard). E padri e figli hanno senz'altro memoria diversa, dovuta a diversa percezione, a diverse soggettive, degli eventi accaduti in passato in famiglia.
E il confronto fra la giovinezza perduta dei due uomini famosi e la giovinezza che li circonda, spesso ostentata dai giovani che li affiancano (figli, collaboratori, estimatori) è una delle tracce di questo film di Sorrentino. Un confronto che è rispecchiamento, a tratti, ma anche visione difforme delle cose, dei valori, delle emozioni.
La giovinezza, spiega Mick a un certo punto a una delle sue giovani collaboratrici, è il cannocchiale che rende tutto vicino, il futuro a portata di mano; la vecchiaia è il cannocchiale rovesciato, tutto appare lontano, come trascorso, anche le cose e le persone più vicine.
E Sorrentino sta nel mezzo del cammin di nostra vita coi suoi 45 anni, e guarda giovinezza e vecchiaia da una posizione equidistante. Forse per questo trova il tono giusto per dire certe cose.
L'impressione di superficiale narcisismo snob dei due protagonisti lascia presto il posto a una sensazione diversa: la vitalità di Mick si rovescia in disperazione, l'apatia di Fred in profonda umanità, in romantica capacità di amare.
Lo dico subito, a me il film è piaciuto moltissimo.
Più de La grande bellezza, perché nel solco della ricerca estetica di Sorrentino, supportato nella sua visionarietà dalla fotografia di Luca Bigazzi (che allarga la percezione visiva pur rimanendo di una precisione e di una pulizia ammalianti, e che completa una trilogia visiva che è sì immagine costruita, ma anche studio del paesaggio e della sua bellezza: This must be the place, La grande bellezza e, appunto, Youth - La giovinezza), il regista qui evita il grottesco, si concentra sulla riflessione a tratti filosofico-esistenziale, con un tocco più leggero e senz'altro più ironico.
Approfondisce l'analisi dei personaggi, che assumono uno spessore più significativo attraverso i dialoghi (a tratti spassosi quelli fra Fred e Mick), e riesce con pochi tocchi a delineare anche una miriade di personaggi di contorno (io ho molto amato la massaggiatrice che preferisce dialogare con le mani invece che con le parole). L'unica caduta verso il grottesco è probabilmente il Diego Maradona obeso interpretato da Rolly Serrano (anche se il palleggio con la pallina da tennis sul piede sinistro è divertente).
La storia quasi non c'è, il film descrive una settimana in una beauty farm nascosta nelle montagne svizzere, un microcosmo altoborghese con personaggi che lasciano comunque un senso di esistere, una traccia di positività e di verità. Come La grande bellezza rivelava senza troppa fatica lo squallore della borghesia romana, proponendola come una grottesca mascherata di ipocrisia e di crudeltà: "The show must go on", così Youth - La giovinezza rivela la verità delle vite quotidiane, con ironica amarezza.
E poi, oltre alla fotografia che allarga la percezione di Bigazzi, ci sono alcune sequenze visionarie, sia che si tratti di incubi o di sogni, sia che si tratti di inquadrature anomale (bellissime quelle che giocano coi corpi veri e non levigati degli ospiti in piscina con la MDP a fior d'acqua); densa di eros la discesa in vasca di Madalina Diana Ghenea (miss Universo nel racconto), omaggiata nella locandina del film che espone il suo splendido corpo (questo sì levigato e selvaggiamente giovane). In realtà si tratta dell'unica scena di nudo, pochi minuti in due ore di film. Un'apparizione come un fantasma della giovinezza, una bellezza ostentata e provocatrice che risveglia i sensi dei due vecchi amici.
Stupendo il concerto di suoni e voci bucoliche naturali diretto da Fred in un solitario pascolo alpino.
Un film pieno di idee, troppo pieno secondo qualcuno; ma questa è l'estetica di Sorrentino, che nell'uso ridondante del linguaggio filmico  riesce comunque a dare un senso al cinema, utilizzandolo come visione rivelatrice  e raccontando personaggi che stavolta si fanno amare, perché molto più umani e veri di quelli del film premio Oscar; per certi versi essi somigliano a quello di Sean Penn in This must be the place. E, come lì,  anche in Youth, la relazione padre/figli è centrale. Mick e Fred scoprono quanto sia difficile essere padri senza più il supporto delle madri dei loro figli.
E anche Lena scopre, con lo spettatore, lati nascosti della personalità del padre, si lascia sorprendere e trasportare teneramente verso di lui.
Fra inquadrature perfette, sequenze visionarie e colpi di scena (almeno tre solo nel finale...), senz'altro quello di Sorrentino non è un cinema banale. L'ironia amara che attraversa il film dà un tocco di leggerezza al tono del racconto che riequilibra almeno parzialmente la ridondanza e l'accumulo di segni filmici (immagini forti, musica, miriade di personaggi).
Una delle tante riflessioni è sull'importanza delle emozioni: non contano nulla, come sostiene Fred o sono tutto ciò che abbiamo, come sostiene Mick? L'evoluzione e la piega che prendono gli eventi contengono, forse, una risposta. Ma il film non pretende di dare risposte, apre soprattutto a delle domande. E le lascia lì, in attesa che la risposta maturi.
In uno dei rovesciamenti di senso, si comprende nel finale come la vita riservi sempre sorprese se si riesce a guardarla con gli occhi della giovinezza o, meglio, dell'infanzia che si lascia sorprendere e stupire.

Un film che ti resta negli occhi e nella testa.

mercoledì 6 agosto 2014

I vampiri secondo Jim Jarmusch


Only lovers left alive, dice il titolo originale,che suona più o meno così: Solo chi ama rimane vivo; ma chi sa amare, letteralmente? Chi rispetta il mondo che abita, la sua arte, la letteratura, il progresso della scienza, il suono dei nomi, la natura con gli animali e gli alberi e la luna. I Vampiri secondo Jim Jarmusch. Gli altri non sanno amare perché non sono davvero vivi: sono quelli che pensano di essere vivi solo perché hanno un cuore che ancora batte meccanicamente, ma non si emoziona; hanno perso il gusto, lo sguardo, l'ascolto e il lessico, sono creature noiose e pericolose. Sono loro, gli esseri umani, e non i vampiri, i veri cannibali, i veri zombie: stile di vita usa e getta, dal sesso alla musica; privi di memoria del passato, incuranti del futuro, perduti senza senso in un presente più buio della notte dei vampiri, anche alla luce del sole.
Con Solo gli amanti sopravvivono Jarmusch scrive una ballata filmica notturna e rock, un elogio elegiaco dell'arte e della letteratura che contengono lo spirito dell'umanità. Questa ballata canta l'amore come vertigine, come qualcosa che fa vacillare, fa piegare le ginocchia e fa girare la testa. Non a caso il film si apre con una serie di scene montate in sequenza analogica e dissolvenza a partire dall'immagine di un cielo stellato che ruota. Sequenza di sette immagini in movimento: cielo stellato-45 giri che gira sul piatto di un vecchio giradischi-due figure coricate che ruotano-disco che gira-figure che ruotano-disco che gira-figure che ruotano. Che incipit da urlo.
Poi il film scorre via leggero, come un sorso di sangue d'annata, fra citazioni colte e ironiche, fra foto e immagini di grandi del passato (ho riconosciuto fra gli altri Shakespeare, Baudelaire, Kafka), incentrato sulla vita notturna e i lunghi sonni diurni dei due vampiri Eve e Adam (Tilda Swinton e Todd Hiddlestone) colti e geniali, eleganti e raffinati.
Tilda Swinton somiglia al David Bowie de L'uomo che cadde sulla terra.
L'amore come giramento di testa, il sangue come addiction, dipendenza che dà la vita anche eterna.
Ma Solo gli amanti sopravvivono. Allora forse è il sangue dell'amore che dona la vita. Ma chi sa amare? Torniamo all'inizio...
Consigliato a tutti i vampiri e le vampire che ancora credono che la vita abbia un senso e non vogliono abbandonarla; a tutti quelli che rispettano il mondo e la natura, la bella letteratura, l'arte e la musica. A tutti coloro che non hanno perso la memoria e l'amore della bellezza.

lunedì 28 aprile 2014

Nymph()maniac vol. 1 e 2


Ho visto i due volumi di Nymphomaniac di Lars von Trier a distanza di una settimana l'uno dall'altro.
La prima parte (Vol. 1) mi era piaciuta moltissimo. L'avevo trovata ricca di poesia, di colpi d'ala di regia, piena di idee e di scene memorabili, oltre che di alcuni dialoghi preziosi.
Pagine di cinema indimenticabili: le anime degli alberi, il parallelismo fra la pesca a mosca e la caccia agli uomini di ogni età delle due amiche adolescenti, lo spassoso episodio della signora H (con Uma Thurman, moglie tradita e abbandonata, surreale e grottesca), la frase di Joe sul tramonto ("Forse l'unica differenza fra me e gli altri è che io ho preteso di più dal tramonto, colori più spettacolari quando il sole arriva all'orizzonte, forse questo è il mio unico peccato"), il parallelismo fra un Cantus firmus per organo di Bach e la completezza dell'amore erotico (che per Joe è ottenibile in tre uomini dalle caratteristiche caratteriali e fisiche diverse, non in uno solo) e, infine, il bianco/nero struggente e lancinante sulla morte del padre di Joe all'ospedale che mette in scena il dolore vero di una figlia.
Ho trovato il film anche divertente, a tratti ridevo di gusto (per esempio nella scena della foto in alto).
Musiche strepitose, un incipit stile videoclip d'artista.
Insomma, se al cinema ridi, ti emozioni, ti commuovi e ti entusiasma l'uso del mezzo cinema, stai ottenendo il massimo dalla visione di un film.
Quindi avevo un'elevata aspettativa per il Vol. 2.
Che al contrario del precedente mi ha invece deluso.
A parte la fatica di essere costretto a vedere scene molto violente e molto realistiche (frustate, pestaggi a suon di pugni e calci...) con colpi che su un corpo femminile mi turbano sempre moltissimo (ma questo, in fin dei conti, è un problema mio), ho ritrovato pochi colpi d'ala della parte precedente. I momenti migliori sono stati proprio quelli in cui, in qualche modo, si ritornava a quei momenti poetici e geniali del primo volume (Joe che trova l'albero della sua anima); divertente qualche riferimento cinefilo (la pistola di 007, My name is Joe di Ken Loach, l'autocitazione di Antichrist). Per il resto il vol. 2 è il racconto di un degrado e di un buttarsi via crudele, autolesionistico e disperato, ma narrato non con la stessa leggerezza della prima parte. 
Poi che dire del finale: quando l'inquadratura è andata sulla porta chiusa, ho capito che cosa stava per succedere nelle scene successive.
Quindi o il finale è un pochino scontato o io sono un  genio come Lars von Trier. 
Fate voi.
Comunque state tranquilli che il finale non ve lo racconto.


giovedì 21 marzo 2013

Noi siamo infinito


Torno a scrivere su questo blog dopo tanto tempo, vorrei essere più costante, d'ora in poi. Stasera ne ho proprio voglia.
Lo faccio parlando di un film che ho visto lunedì 18 marzo.
Noi siamo infinito di Stephen Chbosky.
Sembra un film adolescenziale, senz'altro lo è, però...
Noi siamo infinito è un film d'amore, nel senso più nobile del termine. Sull'amore che fa male se viene dato e preso male, ma anche sull'amore che riesce a fare incontrare le affinità elettive. "Accettiamo l'amore che pensiamo e crediamo di meritare". E Charlie, che cela una ferita profonda e un crudele quanto ingiusto senso di colpa, non pensa di meritare altro che la solitudine e il dolore. Non sa come essere felice. Fino a quando incontra Patrick e Sam, un ragazzo e una ragazza più grandi di lui, all'ultimo anno del liceo al quale Charlie si è appena iscritto.
Il titolo originale è Wallflower e Patrick e Sam saranno i primi a coltivare quel fragile "fiore da parete" che si nasconde sotto la timidezza di Charlie: che come un germoglio, rinascerà.
Nutrendosi, per la prima volta, di amicizia e vera accettazione.

Chbosky, pur senza edulcorare il difficile rito d'iniziazione che per tutti è l'adolescenza (con le sue scoperte sessuali, musicali, intellettuali), ha la mano lieve e riesce a toccare il cuore.
Noi siamo infinito non è comunque solo un film sull'adolescenza, ma più ampiamente sul senso che decidiamo di attribuire alle nostre vite e racconta il desiderio, l'aspirazione all'infinito di ogni essere umano.
Ma è anche un film per persone timide e introverse o che così sono state nell'adolescenza, che denota una profonda conoscenza del dolore e della sofferenza che un ragazzo o una ragazza si possono portare dentro. E la voglia di riscatto, che ricalca un po' il sogno americano: perché "noi non possiamo cambiare da dove veniamo, ma possiamo decidere dove andare". In una produzione filmica che rispecchia il mondo sempre più frenetico che ci circonda, alla ricerca di emozioni sempre più forti, da inghiottire in modo bulimico come il pop corn delle multisale, c'era il bisogno di un film che ci ricordasse quali siano le vere emozioni. Che sono dentro ciascuno di noi. E non importa se non sono tutte positive perché la vita vera è così: gioia e dolore, rabbia e senso di pace, speranza e disperazione. E nel film le emozioni si percepiscono nelle situazioni: la solitudine di un adolescente che cammina in mezzo a tanti ragazzi, il senso di colpa per eventi al di fuori del suo controllo, l'euforia per un piccolo gesto, le tragedie, la spinta ad attraversare il tunnel della vita (sulle note di Heroes di David Bowie, brano del 1977) con lo sguardo rivolto alla fine del tunnel, alla libertà dalla sofferenza. Ragazzi che hanno conosciuto il dolore e che hanno tanta voglia di conoscere la felicità. I dialoghi sono interessanti, molto divertenti a tratti, e in tutto il film si respira la consapevolezza, propria di una vita segnata dalle tragedie, del vivere un'esperienza bellissima che inesorabilmente dovrà finire.
E poi il film mi ha mosso delle cose dentro.
Il film è ambientato nel 1991-92, vent'anni fa e sembra un'altra epoca, la è. Per quanto mi riguarda è così: matrimonio e immissione in ruolo a scuola, uno dopo l'altro. E il mio matrimonio non c'è più.
E le cassette musicali, per esempio. Che allora fare una cassetta mista per qualcuno era un impegno di tempo e di dedizione, ci mettevi dentro qualcosa di tuo, sempre. E allora mi è venuto in mente il Piccolo Principe o meglio, la volpe da lui incontrata che dice a un certo punto: "E' il tempo che hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante". E' nel rapporto col tempo che si gioca la nostra civiltà e anche la nostra verità di esseri umani.
Io ho ancora una piastra TEAC e ascolto ancora dei nastri vecchissimi, per esempio Ci vuole orecchio di Enzo Jannacci, di cui amo in particolare Musical.
E a 52 anni mi riconosco nella previsione di Charlie e mi rivedo l'adolescente di allora, timido e sognatore: "so che un giorno queste diventeranno delle storie e le immagini diventeranno vecchie fotografie, e noi diventeremo il padre o la madre di qualcuno, ma qui, adesso, questi momenti non sono storie, questo sta succedendo, io sono qui, e sto guardando lei… ed è bellissima. Ora lo vedo: il momento in cui sai di non essere una storia triste, sei vivo, e ti alzi in piedi, e vedi la luce dei palazzi, e tutto quello che ti fa stare a bocca aperta. E senti quella canzone, su quella strada, insieme alle persone a cui vuoi più bene al mondo, e in questo momento, te lo giuro, noi siamo infinito!"
Però volevo anche dire un'altra cosa: che di fianco a me, al cinema, c'era una donna bellissima, e una frase di Charlie nel film l'avrei potuta dire io in quel momento, sono quelle magie strane che a volte ti capitano, perché la donna seduta di fianco a me ha due occhi bellissimi:

"Sam hai dei bellissimi occhi scuri, sai. Di quella bellezza che va trattata come una questione importante. Non so se mi spiego".

Insomma, sì, non so se mi spiego
"noi non possiamo cambiare da dove veniamo, ma possiamo decidere dove andare"
Buonanotte

martedì 7 febbraio 2012

80 anni fa, Truffaut

Arrivo in ritardo di un giorno. Giornata affollata di impegni, ieri, che mi ha impedito di ricordare degnamente Francois Truffaut, che avrebbe compiuto 80 anni. Infatti Truffaut nasce il 6 febbraio del 1932. Ci ha lasciato troppo giovane, all'età di 52 anni, nel 1984, dopo aver girato uno dei suoi film più leggeri e divertenti, Finalmente domenica!
La vita, la malattia, la morte sono un mistero spesso insolubile.
Truffaut se ne va dal mondo ucciso da un tumore al cervello.
Come mai uno con la sua capacità di sognare e di far sognare, con la sua delicatezza di tocco registico, con la sua semplice genialità viene colpito da una malattia così brutale, così deformante il pensiero e los guardo sul mondo.
U o sguardo poetico, quello di Truffaut, che ha saputo donare agli amanti del cinema opere di grande valore, alcune di esse vere e proprie tappe della storia del cinema: I quattrocento colpi (1959), il suo esordio strepitoso e modernissimo (avanti di circa dieci anni sull'orologio della storia, che solo nel 1968 avrebbe innescato un processo di protesta giovanile mondiale, di ribellione pedagogica, di rifiuto della conservazione come autoriproduzione delle classi sociali, tutte tematiche ben poresenti nell'esordio in lungometraggio del regista; Jules e Jim (1961), altro capolavoro che anticipa la rivoluzione sessuale degli anni successivi, proprio a partire da una diversa concezione della sessualità femminile: il personaggio di Catherine, nella splendida interpretazione di Jaenne Moreau è un archetipo del nuovo protagonismo femminile; Il ragazzo selvaggio (1969), che propone il racconto di un episodio storico e un'indagine sul rapporto fra linguaggio e sviluppo sociale e individuale; L'uomo che amava le donne (1977), girato con un lungo flashback sulla storia di un seduttore che si è giocato la vita, un dongiovanni della modernità che sfida le tentazioni senza resistervi. Effetto notte (1973) e L'ultimo metrò (1980) costituiscono due tappe di una trilogia sul mondo dello spettacolo: il primo sul cinema e sulla sua magia (Effetto notte è una tecnica di ripresa che fa sembrare notturne delle riprese effettuate di giorno) e sul teatro il secondo; il terzo, che avrebbe dovuto affrontare il musical, non fu mai girato per la morte prematura del nostro.
Poi i due ultimi film: il tragico La signora della porta accanto (1981) e il vivace Finalmente domenica! (1983).
Chi ama il cinema non può non amare i film di Truffaut.


martedì 24 gennaio 2012

Shame

Steve Mc Queen, il regista del film, è semplicemente un omonimo britannico del noto attore americano. E' nat nel 1969. Nessun rapporto di parentela li lega. Mc Queen è anche artista visivo e questo nel film si nota.
 La fotografia è di una bellezza notevole. Lo sguardo d'artista si posa sui corpi e sugli sfondi e va a costruire immagini esteticamente perfette, senza cadere nell'estetismo fine a se stesso.
Nel film ci sono i long playing in vinile, musiche adeguate all'atmosfera straniante che contrasta con le ossessioni del protagonista, malato di sesso on line e dal vivo a pagamento. Onanista biblico, il nostro Brendam/Michael Fassbender scoperebbe chiunque, soprattutto se la cosa consiste in un colpo (massimo due) e via. Ma non riesce, causa mancata erezione, a fare l'amore con l'unica donna che ama, una collega di colore incantevole.
Questa storia è ambientata a New York e anche qui un ruolo centrale è occupato dal rapporto fra fratello e sorella (come in Enter the Void, ambientata a Tokyo). Metropoli disperate, ben lontana la retorica di NY centro del mondo, città viva e frizzante. Città piuttosto di solitudini e di ossessioni. All'ossessione sessuale di Brendam corrisponde una fragilità autolesionista di Linda. Brendam sembra anaffettivo, ma probabilmente la sua è solo una autodifesa dal dolore, dalla sofferenza che già deve aver patito in passato. Brendam, a differenza della sorella, si è corazzato, ma non sa amare. E alla fine del film c'è un cielo disperato di pioggia, che infradicia altre disperazioni.
Se andate al cinema per uscire dalla sala di buonumore, decisamente questo non è il vostro film. Se avete altri motivi d'interesse, la regia di Mc Queen vale il biglietto.



mercoledì 18 gennaio 2012

Enter the Void

Gaspar Noè è argentino, ma vive e lavora in Francia.
Il suo ultimo film, Enter the Void, è ambientato in Giappone, a Tokio.
Una città che vive 24 su 24, senza sosta, senza senso della bellezza.
Enter the Void è un film anomalo, direi di nicchia.
Una particolarità tecnico-stilistica: girato in soggettiva dall'inizio alla fine, tranne che nei flashback, dove l'occhio-che-guarda del protagonista è rivolto verso un sé girato di spalle (vede alle spalle e vede le spalle).
Ci sono fratello e sorella, superstiti di un terribile incidente d'auto che molti anni prima, nella loro infanzia, ha portato loro via i genitori.
E poi nel film ci sono molte droghe sintetiche e psichedeliche, Il libro tibetano dei morti, dolore diffusoe a tratti lacerante, un forte senso di nostalgia per la vita, persino una reincarnazione.
L'unica possibile, in un mondo che vive di solitudini e di violenza, di sesso e di dominio dell'essere umano sull'essere umano.
Pochi dialoghi, molto silenzio, senso di fluttuazione, immersione in macchie di luce di colore.
Vita e morte, in un ciclo quasi privo di interruzioni.
Interessante; bello è una parola difficile da usare in un film così. C'è chi lo troverà bellissimo, c'è chi lo odierà. Uno sguardo surreale e quasi mistico sul mistero della vita.

domenica 8 gennaio 2012

2011: è la volta dei film

Entrati da pochi giorni nel nuovo anno, si ha voglia ancora di fare un bilancio di quello conclusosi da non molto.
Il tornare al cinema mi ha fatto pensare alla panoramica dei film visti nel 2011.
Non tanti, quindici.
Quindi li metto in classifica tutti, perché sicuramente ci sarano molte omissioni, nel senso di film da me non visti, quindi ingiudicabili.
Quindicesimo: Il gioiellino, di Andrea Molaioli, con Toni Servillo, Remo Girone, Sarah Felberbaum.
Il film racconta in tutta evidenza del caso Parmalat, senza mai fare i nomi reali dei protagonisti, che risultano però piuttosto riconoscibili. Per me segno di scarso coraggio da parte della produzione, secondo il regista la scelta è invece legata al fatto che di casi simili a quello della Parmalat ce ne sono e ce ne possono essere tanti, quindi il film presenta un  certo modello di azienda familiare e la sua evoluzione legata agli intrecci fra economia, politica e, in essi, il ruolo delle banche. Può darsi, ma non mi convince, perché la critica indiretta avrebbe potuto essere ben più corrosiva. Il film non è indimenticabile e non è al livello del precedente La ragazza del lago.
Quattordicesimo: No impact man, di Laura Gabbert, Justin Schein con Colin Beavan, Michelle Conlin. Salvare il mondo, a cominciare dalla propria famiglia. Il film è un documentario che racconta un esperimento di vita a impatto zero a New York, mettendo in luce gli sprechi della quotidianità, ma anche la contradditorietà e l'insensatezza di certe scelte integraliste (il chilometro zero impossibile nellametropoli, l'inutilità di privarsi della corrente elettrica e così via). Interessante, un ottimo stimolo alla riflessione sui modelli di consumo e sulle possibili variazioni.
TredicesimoLadri di cadaveri, di John Landis, con  Simon Pegg, Andy Serkis, Jessica Hynes, Tom Wilkinson. Il film narra una reale vicenda accaduta nella Scozia del primo Ottocento. Commedia grottesca, con qualche idea geniale (d'altra parte dietro alla cinepresa c'è Landis), divertente e brillante, gustoso, ma Landis può fare molto di più.
Dodicesimo: Drive di Nicholas Winding Refn, con Con Ryan Gosling, Carey Mulligan, Bryan Cranston. 
Film che ha un certo fascino, per la virata violentissima del secondo tempo, che ti piomba addosso come in un agguato. Uso un po' estetizzante e non sempre azzeccato del ralenti, che dilata il tempo senza occuparsi dello spazio in cui si svolge la scena.
Undicesimo: Cose dell'altro mondo, di Francesco Patierno, con Diego Abatantuono, Valentina Lodovini, Valerio Mastandrea. Commedia divertente, surreale, ma capace di scavare nella realtà, che parte da un'idea semplice e geniale: che cosa succederebbe in una cittadina del Veneto nella quale la cultura è impregnata di un razzismo di fondo, se un bel giorno gli abitanti si svegliassero e fossero improvvisamente, di colpo spariti tutti gli immigrati, come molti auspicano?
Notevole la prova d'attore di Abatantuono, imprenditore telepredicatore (contro i "nigher"), e sorprendente la prova di Mastandrea, alle prese con l'interpretazione di un poliziotto cinico ma generosamente umano.
Decimo: L'esplosivo piano di Bazil, di Jean Pierre Jeunet, con con Dany Boon, André Dussollier, Nicolas Marié, Jean-Pierre Marielle. Bazil, orfano di padre in giovane età a causa di una mina antiuomo e disoccupato a causa di un proiettile accidentalmente intercettato , scopre che i produttori dei due congegni hanno sede ai lati opposti di una stessa strada. Convinto di farla pagare ad entrambe le imprese, escogiterà un intricato piano per metterle una contro l'altra ed infine smascherarne le disonestà. Aiutato da una bizzarra congrega di senzatetto e freak, riuscirà nel suo intento. Commedia satirica, pieno di idee e divertente, soprattutto il gruppo di freak che vive sottoterra.
Nono: Il villaggio di cartone, di Ermanno Olmi, con Rutger Hauer, Alessandro Haber, Massimo De Francovich, El Hadji Ibrahima Faye. Film duro, che segna il ritorno di Olmi alla fiction, dopo una precedente dichiarazione di abbandono. L'idea è venuta a Olmi, che a ottant'anni ha ancora entusiasmo ed energia da vendere, mentre era costreto a letto da una frattura. Il film è un pamphlet, girato in modo asciutto e rigoroso (marchio di stile Olmi) nato da una necessità, quella di dire qualcosa sui diritti dei migranti e sul rispetto e la dignità dell'essere umano in generale. 
Intento riuscito.
Ottavo: Habemus papam, di Nanni Moretti, con  Michel Piccoli e Nanni Moretti. Ho già recensito il film sul blog (vedi etichetta Cinema), ora è collocato in classifica.
Settimo: Carnage, di Roman Polanski, con Jodi Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz, John C. Reilly. Personaggi odiosi, dialoghi fulminanti, crescendo inatteso di conflitto al veleno all'interno di un appartamento, fra due coppie di genitori che discutono su un episodio di aggressione da pare del figlio di una coppia al figlio dell'altra. Poi la litigata mette in luce anche le frizioni e le forti difficoltà esistenti in entrambe le coppie fra i coniugi. Maestria nella conduzione degli attori e nella scrittura dei dialoghi, tratti da un lavoro teatrale. Di questo risente un po', a mio avviso, il film. Gli adulti sono ben peggio dei bambini, sembra dirci Polanski. Senz'altro. 
Sesto: Midnight in Paris, di Woody Allen, con Marion Cotillard, Owen Wilson, Rachel McAdams, Michael Sheen. Film elegante e raffinato, commedia surreale brillante. Allen rovescia l'idea del suo La rosa purpurea del Cairo, in cui i personaggi della pellicola entravano nella vita reale, catapultando il protagonista della vicenda parigina in un viaggio nel tempo, nella Parigi dei suoi desideri.
Un'ottima scusa per riempire il film di scrittori e artisti amati dallo stesso Allen. Un bel giocattolo filmico, anche se ho preferito l'Allen acido e corrosivo.
Quinto: La donna che canta, di Denis Villeneuve, con Lubna Azabal, Mélissa Désormeaux-Poulin, Maxim Gaudette, Remy Girard. Ho già recensito il film (vedi etichetta Cinema) e qui lo colloco in classifica, ai piani alti, perché è uno dei film che non dimenticherò per la durezza e per il viaggio nel dolore che esso comporta.
Quarto: Pina di Wim Wenders, con Pina Bausch, Regina Advento, Malou Airaudo, Ruth Amarante. Film dalla storia particolare, perché mentre Wenders lo stava girando la grandissima coreografa e regista, che ha inventato un nuovo modo di fare danza e di fare teatro, è morta, all'età di 69 anni. Era il 30 giugno del 2009. Wenders, sostenuto dai danzatori e attori di scuola Bausch, ha deciso di proseguire il film e di ultimarlo. Nato come documentario che voleva raccontare il lavoro e le scelte artistiche della Bausch, è divenuto, pur mantenendo saldo il timone sull'intento originario, un film testamento, un omaggio a una della più grandi artiste del secolo scorso, che influenzerà anche questo secolo, per la capacità innovativa e la limpida storia di vita e di artista.
Girato da Wenders per il 3D, è godibilissimo anche a due dimensioni. Un atto d'amore, e un gran bel film.
Terzo: molti probabilmente non saranno d'accordo su questa scelta, ma a me This must be the place di Paolo Sorrentino è piaciuto tanto. Con Sean Penn (nei panni di una ex rock star dal volto simile a una maschera-icona, costruito sulle fattezze di Smith dei Cure) e Frances Mc Dormand, la moglie che è un vigile del fuoco. Il film, dopo un inizio da commedia americana sul quotidiano, si trasforma in un road movie perché il protagonista parte alla ricerca di un criminale nazista rifugiatosi negli States, in una sorta di omaggio alla figura del padre col quale il nostro non aveva mai avuto un buon rapporto. Fotografia splendida, atmosfera avvolgente, il film mette a confronto due follie, quella brutale del nazismo, con quella quotidiana e mortale del rifiuto di invecchiare e di cambiare.
Alla fine del viaggio di formazione, il protagonista non potrà più essere lo stesso.
Secondo: Melancholia, di Lars von Trier, con Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Kiefer Sutherland, Charlotte Rampling. Film in due tempi scanditi da episodi fra loro separati, salvo la circolarità data alla narrazione dal prologo che viene ripreso poi nel finale. Il primo racconta di un matrimonio grottesco, sembra un Dogma dei tempi duri, una tragicommedia alla Festen (che non era di von Trier) per le atmosfere e l'escalation della rottura nelle relazioni.
Il secondo vira sul surreale, più che sul fantascientifico come alcuni sostengono, e corrisponde a una sorta di poema tragico sulla fine del mondo, sulle note del Trsitano e Isotta Wagneriano del prologo. Pessimismo totale, da pugno nelle stomaco scagliato da Hulk. E chi non ha buoni addominali soccombe. Apocalittico, perché è impossibile mettere ordine, sia nelle relazioni, sia nel cosmo. Ecco il filo che lega i due episodi così apparentemente diversi fra loro.
Primo: il film che mi è piaciuto di più è stato però Miracolo a Le Havre di Aki Kaurismaki, con André Wilms, Kati Outinen, Jean Pierre Darroussin, Blondine Miguel. E un'apparizione di Jean Pierre Leaud, in un prezioso cameo indimenticabile (e odioso). Film dolce, struggente e divertente, con personaggi belli e autentici, girato da Kaurismaki con mano leggera e tagliente; presenti i suoi stilemi: l'oggettistica e l'rredo sxties/seventies, a dispetto dell'ambientazione nella contemporaneità, le riflessioni stralunate e le espressioni sempre dolenti, anche quando sorridono, dei protagonisti, un senso di povertà e di poesia della miseria e degli umili, secondo la nobile lezione di Pasolini. Il finlandese gira uno dei suoi film migliori, un capolavoro delizioso. Il miracolo a Le Havre è doppio, ma non vi racconto nulla. Andatelo a vedere, è davvero imperdibile, abbiate fiducia. Se è già in fuga dalle sale, appostatevi per l'uscita del dvd, non resterete delusi.

Buon anno cinefilo.

venerdì 6 gennaio 2012

Emotivi al cioccolato

Dopo il primo libro dell'anno, il primo film dell'anno.
 L'ho visto la sera di capodanno. Si tratta di Emotivi anonimi  (tradotto letteralmente dal francese Les èmotifs anonymes), del regista francese Jean Pierre Ameris. 
La prima buona notizia è quella che ho appena dato: cioè finalmente un titolo tradotto alla lettera nella versione italiana; chi saranno quei geni che a volte storpiano in modo indecente i titoli originali con delle invenzioni peraltro di pessimo gusto?
Ma torniamo al film e non divaghiamo in polemiche sterili :)
E' un film comico, con alcune situazioni veramente esilaranti, da commedia dell'equivoco hollywoodiana, ma con quella finezza e quel tocco delicato in più che sa mettere il buon cinema francese.
Il gruppo di emotivi anonimi ricalca i gruppi degli alcolisti anonimi: i partecipanti si presentano alla stessa maniera e alla stessa maniera raccontano le loro vicende, naturalmente non storie di alcool ma di emotività, come questa abbia causato loro guai e perdita di occasioni e così via.
Bella questa idea di partenza. Non credo che esistano davvero i gruppi di emotivi anonimi, ma se non esistono a qualcuno verrà in mente di provarci, dopo avere visto il film.
I due protagonisti soffrono di iperemotività.
Lui suda in ogni situazione di confronto con gli altri, vissuta come una vera e propria tortura, tanto più se l'altro in questione è una donna. Quindi, la sua organizzazione prevede una valigia con varie camicie da cambiare e continui allontanamenti per cambiarsi con scuse poco credibili.
Anche lei soffre molto il confronto con gli altri, specialmente se si sente messa alla prova, ma la sua specialità è lo svenimento.
Il confronto fra questi due colossi dell'iperemotività si svolge intorno e all'interno di una "fabbrica di cioccolato", piccola, artigianale (vi lavorano sei persone in tutto, compreso il principale) che ha bisogno di un rilancio, di un colpo d'ali di creatività.
Detto questo mi fermo qui, per evitare di raccontare il film invece che di recensirlo.
Il regista non si perde nelle situazioni e tiene il filo del racconto, anche se la prima mezzora è quella più interessante per lo spettatore cinefilo. Poi prende il sopravvento lo spettatore romantico che c'è in noi o il gusto del divertirsi nelle situazioni proposte, si fa il tifo perché finisca in un certo modo e non vi dirò mai quale, neanche sotto tortura (però è facile...)  :)
Una commedia gradevole, che pur affondando le radici dentro un realismo delle situazioni, utilizza stilisticamente dei colori e delle luci più da fiaba (le canzoni soliste dei protagonisti, per fortuna non tradotte e comprensibilissime in francese -non ricordo neanche se ci sono i sottotitoli, mi sembra di sì manon ne sono sicuro: segno che non li ho letti- e notate bene, non so il francese). Mi ha richiamato alla memoria Chocolat e Mary Poppins, per il tocco surreale ben inserito nellla quotidianità dei personaggi.


giovedì 29 settembre 2011

Miguel e Michelangelo

Il 29 settembre è la data di nascita anche di Miguel de Cervantes, ideatore di Don Chisciotte e di Michelangelo Merisi noto come il Caravaggio, dal luogo di nascita.
Qui sopra l'interpretazione del personaggio prototipo delle avventure picaresche da parte di Picasso (1955).
Del Caravaggio voglio invece ricordare il realismo delle luci, la crudezza delle scene e dei particolari raccapriccianti, il taglio quasi cinematografico di certe immagini. Lo ritengo un probabile ispiratore di certo cinema splatter d'autore.
Qui sotto, la Testa di Medusa e Giuditta e Oloferne: terrificanti e straordinari.




venerdì 17 giugno 2011

Auguri a Ken Loach

Il 17 giugno del 1936 a Nuneaton nasce Kenneth Loach, meglio noto come Ken Loach. Esponente della corrente artistica del free cinema, fondato verso la metà degli anni cinquanta dal regista inglese Lindsay Anderson (che ne fu il leader), dal regista e sceneggiatore ceko Karel Reisz e dalla scrittrice e regista italiana Lorenza Mazzetti e con la collaborazione del regista Tony Richardson. Il free cinema nasce dalla necessità che il cinema fosse parte attiva di una società diversa. Rispetto alla quasi contemporanea nouvelle vague francese, l'attenzione è rivolta più alla contestazione e alla rabbia dei contenuti che non alla contemporanea evoluzione formale: anzi, molto spesso le opere del free cinema sono ben costruite spettacolarmente, fotografate con correttezza e risentono di un'impostazione teatrale. Ne capiremo fra poco la ragione. All'inizio, il free cinema dedica tutta la sua attenzione al documentario, ma presto anche la finzione suscita l'interesse della nuova leva di registi e di attori. Il concetto di free cinema conteneva un atteggiamento implicito: il credere nella libertà, nell'importanza dell'individuo e nel significato della quotidianità. Nessun film doveva essere però troppo personale, la durata aveva poca importanza, la perfezione non rappresentava in se stessa uno scopo. Un atteggiamento significava uno stile, uno stile significava un atteggiamento (questo era l'unico credo del free cinema). I film del free cinema si riallacciavano a quello spirito che, nello stesso periodo, gli anni sessanta, costituiva l'elemento specifico delle opere letterarie e teatrali degli "Angry Young Men", vale a dire i Giovani Arrabbiati (gruppo formato da John Osborne, Harold PinterDorothy Lessing, John Braine, Shelagh Delaney e Alan Sillitoe), eroi ribelli delle classi popolari che si esprimevano con l'accento linguistico e culturale della loro provincia, un fenomeno che si ritroverà più tardi proprio nei film di Ken Loach. Questi scrittori e autori teatrali divennero infatti molto spesso sceneggiatori del free cinema.
Al movimento aderirono anche altri registi come Joseph Losey, John Schlesinger, Richard Lester.
L'esordio cinematografico di Loach, Poor cow (1967) e il successivo Kes (1969), sono appunto da ascrivere al free cinema.
È un sostenitore del movimento politico Respect, attivo a sinistra del Labour Party e molto critico soprattutto nei confronti del New Labour di Blair.
Il successo arriva solo negli anni Novanta. Riff Raff (1991) e Piovono pietre (1993) sono film che ci parlano della working class britannica, capaci di unire un forte e ben schierato impegno sociale alla capacità di divertire. Si ride, anche, in questi film di Ken Loach, per le situazioni e per le battute, per i dialoghi serrati e caustici sulla società britannica.
Le opere successive di Loach sono più drammatiche e disperate: Terra e libertà (1995) racconta i dissidi interni ala guerra di Spagna fra socialisti e anarchici, dalla parte degli anarchici; La canzone di Carla (1996) narra una storia d'amore che non può decollare: il film è ambientato nel 1987 e racconta la storia dell'autista di autobus scozzese George Lennox e della rifugiata nicaraguense Carla. Alla ricerca del passato di lei e del suo ex fidanzato i due lasciano Glasgow e si recano in Nicaragua,  insanguinato all'epoca dal conflitto tra il governo sandinista e i Contras, aiutati dagli Stati Uniti. My name is Joe (1998) ritorna a raccontare la società britannica, segnatamente la scozzese Glasgow, con una storia di esseri umani marginali, un ex alcolizzato, una copia di tossicodipendenti, un'assistente sociale. Con Bread and roses (2000), il set si sposta in America, fra Stati Uniti e Messico, e racconta la precarietà del lavoro, con dolcezza struggente. Vogliamo il pane e anche le rose, dice una donna riferendosi all'importanza di un lavoro pagato il giusto e che conceda la possibilità della bellezza, le rose, appunto. Paul, Mick e gli altri (2001) ritorna in Gran Bretagna, epoca privatizzazione ferrovie sulla spinta della globalizzazione. Il lavoro da stabile diviene precario e terribilmente insicuro. Ne faranno le spese un gruppo di amici ex dipendenti delle Ferrovie pubbliche, divenuti lavoratori a contratto per una ditta appaltatrice. Duro, durissimo, terribile, mette in scena la disumanizzazione del lavoro e la distruzione dei rapporti umani e del rispetto reciproco.
Il 2002 è l'anno di Sweet sixteen, che narra la quotidianità di un gruppo di sedicenni in una Glasgow spietata e davvero senza speranza per chi voglia riscattarsi da una vita che offre solo sofferenza e solitudine. I personaggi di Loach divengono sempre più soli.
Nello stesso anno Loach gira anche un episodio del film 11' 09" 01, collettivo a episodi in ricordo della strage e dell'attentato delle Twin Towers di New York. Spostando lo sguardo verso un altro 11 settembre, Loch sceglie di raccontare la caduta di Allende in Cile, avvenuta con l'assalto alla sede governativa e presidenziale l'11 settembre del 1973. Lo fa nella forma di un profugo cileno che scrive una lettera ai familiari delle vittime del 2001, chiedendogli di ricordare anche quell'altro, dimenticato 11 settembre del 1973.
Nel 2004 con Un bacio appassionato, Loach torna a sperare: la vicenda di una storia d'amore fra una ragazza irlandese che insegna muisca in una scuola cattolica di Glasgow e un dj pakistano, promesso sposo a una cugina che non conosce. La vicenda è dura ma colma di speranza nell'amore.
Dopo alcuni altri film, nel 2009 è la volta di Il mio amico Eric, divertente e colmo di sorprese e di colpi di scena, il film più fantasioso e surreale di Ken Loach. Uno dei miei preferiti, insieme a Piovono pietre, My name is Joe, Bread and roses e Sweet sixteen.
Allora, auguri caro Ken Loach, buon 75° compleanno.

Qui sotto, Loach ed Eric Cantona, grande calciatore del Manchester United non più in attività dal 1997, sul set de Il mio amico Eric.

domenica 15 maggio 2011

Una rosa per Bernardo Bertolucci


Bernardo Bertolucci, che proprio il 16 marzo di quest'anno ha festeggiato i suoi settant'anni, ha ricevuto lo scorso 11 maggio, nel corso della cerimonia di inaugurazione del Festival di Cannes, la Palma d'onore alla carriera. E commentando questo riconoscimento, non ha smentito la sua franchezza e la sua fama combattiva: "Lo dedico all'Italia, agli italiani, a quegli italiani che sanno ancora resistere, criticare, indignarsi per lo stato di tremenda anestesia in cui versa il nostro paese, addormentato quotidianamente dalle tv. Lo dedico a tutti coloro che ancora non hanno ceduto a questa anestesia". Dal suo arco parte anche una frecciata ironica al Festival:"Me la danno perché non mi hanno mai premiato". 
La giuria è presieduta quest'anno da Robert De Niro, da Bertolucci voluto 35 anni fa per Novecento, uno dei capolavori del regista italiano. La carriera è tutt'altro che conclusa (il nostro sta girando un film in 3D tratto dall'ultimo romanzo di Ammaniti, Io e te), ma il 2011 sembra un anno di bilanci:  il traguardo dei 70 anni compiuti il 16 marzo (è nato a Parma nel 1941); il 35° anniversario di Novecento che per l'occasione è stato rieditato in hd; la scomparsa recente e prematura di Maria Schneider, protagonista di Ultimo tango a Parigi, che gli ha fatto dire con rimpianto di non aver fatto in tempo a chiederle scusa per quel rapporto avvelenato dall'impatto mediatico che ebbe sulla sua carriera e la sua vita la famosa scena del burro con Marlon Brando
Una filmografia preziosa e da vero maestro. Bertolucci lavora come assistente nel primo film diretto da Pier Paolo Pasolini, Accattone, nel 1961. Il poeta e cineasta friulano viveva a Roma nel palazzo dei Bertolucci ed era un amico di famiglia, in particolare del padre di Bernardo, Attilio Bertolucci, uno dei grandi poeti del novecento italiano. L'anno seguente, Bernardo realizza il suo primo lungometraggio, La commare secca, su soggetto e sceneggiatura di Pier Paolo Pasolini, che inizialmente avrebbe dovuto esserne anche il regista. Ma già dal film successivo, Prima della rivoluzione (1964), la poetica di Bertolucci si distacca da quella del suo maestro Pasolini. Infatti tema della ricerca espressiva di Bertolucci diventa quello dell'individuo posto di fronte a cambiamenti che non sa gestire e che lo mettono in crisi. In Partner (1968) affronta anche il tema del doppio, ispirandosi liberamente a Il sosia di Dostoevskij; il film non è particolarmente apprezzato da pubblico e critica, ma si distingue per  una conceziona pittorica dello spazio, ispirata a Francis Bacon. Ispirazione letteraria anche per Strategia del ragno (1970), liberamente tratto dal racconto Tema del traditore e dell'eroe di Borges. Il gusto dell'enigma a cui rimanda direttamente il titolo pervade anche Il conformista (1970), tratto dal romanzo omonimo di Moravia. Il protagonista è una sorta di pagina bianca su cui gli altri scrivono la loro storia. Curioso il fatto che la canzone di Mina Il conformista chiudesse il film precedente. Ultimo tango a Parigi (1972) è il film dello scandalo, già ricordato in precedenza. Marlon Brando  e  Maria Scnheider costituiscono una coppia violenta e anomala: i due fano l'amore da sconosciuti e si accordano per non rivelarsi mai reciprocamente i nomi. La scena dello scandalo è la sodomizzazione di Jeanne da parte di Paul, con l'ausilio di un panetto di burro, mentre la obbliga a parlare male della famiglia. Il tutto in uno spazio per lo più claustrofobico, un appartamento rosso. Riferimento ancora a Francis Bacon, esplicitato nei titoli di testa, posti di fianco a due quadri del pittore anglo-irlandese. Il film fu condannato nel gennaio del 1976 e ritirato dalle sale. Il film torna in circolazione solo nel 1987, quando una sentenza riconosce al film la dignità di opera d'arte. E arriviamo a Novecento (1976). Il film viene diviso in due atti, per una durata complessiva di oltre cinque ore. E' l'affresco dell'Emilia del secolo scorso, il canto della civiltà contadina e della Liberazione dal fascismo. L'uso del flashback ne fa una sorta di gioco di scatole cinesi che mescolano generi filmici e stili di ripresa: dal softcore al grand guignol, dalle citazioni pittoriche (Renoir, Manet, Caravaggio) al falso documentario, gestiti con un grande gusto estetico, che travolge anche l'ideologia in un tripudio di bandiere rosse nel finale che non è maoista ma estetizzante. E poi La luna (1979) con elementi leopardiani e freudiani mescolati con la consueta maestria e La tragedia di un uomo ridicolo (1981), commedia padana costruita su una metafora, così espressa nelle parole del protagonista: "Il ciclo della lavorazione del latte mi fa venire in mente la catena della famiglia: il liquido che diventa solido, è incredibile", prima della consacrazione definitiva con L'ultimo imperatore (1987), kolossal premiato con vari premi Oscar. Non il mio preferito, comunque. Seguono Il tè nel deserto (1990), tratto dal romanzo omonimo di Bowles, e Il piccolo Buddha (1993), produzioni hollywoodiane come L'ultimo imperatore. I tre film, insieme, costituiscono anche una sorta di trilogia del distacco dall'utero padano che aveva animato la sua filmografia fino a quel momento. 
In seguito il regista torna a girare in Italia riprendendo le sue predilette tematiche intimiste, che però mantengono un respiro internazionale e direi interculturale, con risultati alterni di critica e pubblico, a partire da Io ballo da sola (1996), per proseguire con L'assedio del 1998, mentre The Dreamers (2003) ripercorre una vicenda di passioni politiche e rivoluzioni sessuali di una coppia di fratelli, nella Parigi del 1968. Fra i tre L'assedio è il mio preferito, un gioiellino, un film che dimostra come si possa girare un capolavoro con pochi soldi, senza la necessità di budget sontuosi.
Da tempo Bertolucci parla di un progetto che prosegua Novecento, per descrivere e raccontare la seconda metà del secolo in Emilia e in Italia.

venerdì 22 aprile 2011

Habemus papam

Nel senso del film di Nanni Moretti. Visto l'altro ieri. Non è un film su qualche papa o sul papa in generale. Non è un film sulla chiesa. Non è un film sulla religione. Incomprensibili le polemiche scatenate anche sul quotidiano Avvenire: probabilmente chi critica il film per l'affronto che farebbe alla chiesa e al papa non l'ha visto. Non che mi interessi molto, chinque avrebbe diritto di girare un film sulla chiesa o sul papa, peraltro, ma va detto comunque: qui si parla d'altro. All'inizio sembrerebbe profilarsi come una sfida fra il papa dubbioso e lo psicanalista d'assalto ("il migliore", come viene definito e si autodefinisce il personaggio interepretato da Nanni Moretti stesso). E' un film sul dubbio di chi ha potere; magari quei dubbi fossero più diffusi nella realtà. Siamo abituati a Presidenti del Consiglio che non hanno mai dubbi, che mai si ritengono comuni mortali, ma sempre e comunque si sentono al di sopra della legge. Il papa Melville, un bravissimo Michel Piccoli, si sente fuori dal mondo e vuole immergersi nel mondo, così se ne va in giro per Roma in borghese, in fuga dai suoi impegni dovuti a un'elezione che non si aspettava e che non voleva. Prende l'autobus ripassando mentalmente un discorso di inzio papato che lo mette in difficoltà, non tanto perché rifugga dalle sue responsabilità, ma proprio perché ne sente il peso e non si sente all'altezza. Si aggira umile fra la folla che se sapesse chi è lo osannerebbe, sfiora i "papaboys" accampati in piazza San Pietro, come invisibile ai loro occhi. Avrebbe voluto fare l'attore, ma non aveva sufficiente talento, comunque conosce Il gabbiano di Cechov a memoria. E' la storia di una crisi, dolente e commovente nel finale. Divertente a tratti, per esempio quando lo psicanalista rimane intrappolato nel Vaticano perché lo vuole la legge dell'elezione del papa: fino a che non pronuncia il discorso di inizio papato, nessuno può uscire e nessuno può dire chi sia. Così il professore, come viene chiamato con cortesia dal cardinali, dopo alcune sfide a scopa e dopo alcune prolusioni sulla depressione nella Bibbia, organizza un torneo di pallavolo fra cardinali, una sorta di campionato mondiale. Ma il torneo si ferma alle semifinali, il papa è rientrato e pare accingersi a iniziare il pontificato, non c'è tempo di continuare. Il suo discorso però gelerà tutti, fedeli che gremiscono ancora, dopo giorni di attesa, la piazza San Pietro e i cardinali raccolti attorno a quello che rinuncerà al pontificato, non ritenendosi all'altezza di una sfida che dovrebbe cambiare molte cose, innovare e assumersi scelte anche scomode, per una chiesa che da un po' di tempo fatica a capire le cose. E in un mondo in cui ben pochi hanno la consapevolezza del proprio ruolo, in cui nessuno esce di scena, si dimette, anche quando dovrebbe farlo, il gesto di rinuncia, annunciato con semplicità, umiltà e sofferenza, è un gesto forte, a suo modo rivoluzionario. Forse è proprio questo il motivo che rende il film indigesto a chi non è abituato a dubitare, a fermarsi a pensare con la sua testa. A dire no. Dire no non basta, è vero, ma è il primo passo per dire dei sì alternativi a quelli che vorrebbe chi invece al potere non rinuncia e lo esercita senza il pensiero del bene comune. I referendum di giugno, proprio per questo, fanno la stessa paura e il governo sta facendo di tutto per disattivarli e disincentivare la partecipazione, sperando nel mancato raggiungimento del quorum. Lì dovremmo dire "" all'abrogazione degli articoli sotto esame, per dire alcuni no e fare incamminare la legislazione verso direzioni diverse: niente nucleare, ma energie alternative; acqua bene pubblico e non appaltato a privati; e potremmo anche dire no a una legge ad personam, quella sul legittimo impedimento, che permette al premier di disertare i processi che lo riguardano e allungarne i tempi. Il papa di Nanni Moretti, invece, dice no per pronunciare il suo al mondo. Ma è un po' la stessa cosa.

sabato 16 aprile 2011

Charlot, il vagabondo

Il 16 aprile del 1889, a Londra, nacque Charlie Chaplin, destinato a divenire Sir Charles Spencer Chaplin. Fu senz'altro fra i più importanti cineasti del Novecento, in particolare nell'era iniziale del muto. Il personaggio attorno al quale costruì larga parte delle sue sceneggiature, e che gli diede fama universale, fu quello del "vagabondo" (The Tramp in inglese; Charlot in italiano, francese e spagnolo): un omino dalle raffinate maniere e la dignità di un gentiluomo, vestito di una stretta giacchetta, pantaloni e scarpe più grandi della sua misura, una bombetta e un bastone da passeggio in bambù; tipici del personaggio erano anche i baffetti e l'andatura ondeggiante, nonché un sorriso un po' malinconico, ma capace di accendersi in qualsiasi situazione della vita. L'emotività sentimentale e il malinconico disincanto di fronte alla spietatezza e alle ingiustizie della società moderna, fecero di Charlot l'emblema dell'alienazione umana - in particolare delle classi sociali più emarginate - nell'era del progresso economico e industriale. I film che resero famoso nel mondo il suo vagabondo dolcissimo furono Il monello (1921), La febbre dell'oro (1925). A partire dal 1927, il sonoro cominciò ad affermarsi e Chaplin si trovò da un lato spiazzato, avendo costruito il suo Charlot per il cinema muto; dall'altro, era sospettoso verso un'innovazione tecnologica che a suo avviso snaturava l'essenza poetica del film. Comunque, nel 1929, l'assegnazione del suo primo premio Oscar, lo consacrò come la prima star a vincere tale premio (e a tutt'oggi è rimasto il più giovane regista ad averlo vinto). Chaplin girò nel 1931 Luci della città, un film muto accompagnato dalla musica. Fu il primo film di Chaplin con sonoro e musiche sincronizzate. All'inizio del film la voce delle persone è resa con il suono degli strumenti musicali. Nel 1936 fu la volta di Tempi moderni, un altro capolavoro del muto. http://it.wikipedia.org/wiki/Tempi_moderni
 Charlot qui è il vero alienato da catena di montaggio, fino a provocare lo stop della produzione con gesti irridenti di ribellione, per finire poi in clinica (considerato esaurito) e infine in carcere. Poi varie avventure e disavventure, in piena crisi economica, poi l'amore, quello vero.
Il grande dittatore (1940)fu il primo film completamente sonoro di Chaplin, girato e distribuito negli Stati Uniti poco prima dell'entrata nella Seconda guerra mondiale. Nel film, Chaplin interpreta due personaggi: Adenoid Hynkel, il dittatore di Tomania, esplicitamente ispirato ad Adolf Hitler, e un barbiere ebreo perseguitato dai nazisti. Commedia degli equivoci con scambio di persona e momenti poetici.
Nel 1942 conobbe la diciassettenne Oona O'Neill, figlia del celebre drammaturgo Eugene O'Neill, terzo e ultimo dei suoi grandi amori, che divenne sua moglie nel 1946: da lei ebbe otto figli, tre nati negli Stati Uniti e cinque in Svizzera.
Nel 1947 girò Monsieur Verdoux, ispirato alla storia vera di Henry Landru, alias Barbablù, criminale e assassino seriale, soprattutto di donne.
Già all'uscita di Monsieur Verdoux venne pubblicamente accusato di "filocomunismo" e nel 1949 divenne uno dei bersagli del movimento innescato dal senatore Mc Carthy. Chaplin negò sempre, con veemenza. Disse anche che era stanco di rispondere sempre alla stessa domanda.
Nel 1951 iniziò a girare quello che sarebbe stato il suo film d'addio a un certo modo di fare cinema: Luci della ribalta, tratto da un suo romanzo Footlights, mai pubblicato. Fu il suo ultimo film prodotto a Hollywood, e anche l'unico che interpretò assieme ad un altro mattatore del cinema muto: Buster Keaton.
Il sistema americano ormai mal tollerava questo inglese che mai aveva chiesto la nazionalità e col suo lavoro veniva considerato un sovversivo. Così, nel 1952, mentre egli si trovava in viaggio verso l'Europa per una vacanza, il ministro della giustizia statunitense dispose per pubblico decreto che a Chaplin, in quanto cittadino britannico, non sarebbe stato permesso di rientrare nel paese a meno che non avesse convinto i funzionari dell'immigrazione di essere "idoneo". Avutane notizia, Chaplin decise di stabilirsi in Europa, fissando la sua residenza in Svizzera. Poi girò gli ultimi film, Un re a New York e La contessa di Hong Kong. Produsse anche la versione sonora di alcuni suoi capolavori muti.
Nel 1972, riconciliatosi con l'opinione pubblica americana, ritornò negli Stati Uniti per ritirare il suo secondo premio Oscar, questa volta alla carriera, assegnatogli per "aver fatto delle immagini in movimento una forma d'arte del Ventesimo secolo". In tale occasione fu protagonista della più lunga ovazione nella storia dell'Academy Awards.
Charles Chaplin morì a Corsier sur Vevey, in Svizzera, la notte di Natale del 1977 e lì fu sepolto.

martedì 29 marzo 2011

Ladri di cadaveri

Divertente, questo film di John Landis. Bella la premessa: "tutto ciò che vedrete è veramente accaduto, eccetto quello che è stato completamente inventato".  O roba del genere. Comunque il senso del messaggio era questo. In questa semplice frase che compare alla fine dei titoli di testa c'è già un programma di lavoro: un incrocio fra storia e leggenda, scienza e fantasia, in cui si può leggere tanto un omaggio alla migliore tradizione del romanzo gotico britannico, quanto molte delle peculiarità del cinema di Landis. Dichiarazione d'intenti: innanzitutto prendersi gioco dei film storici, che pretendono di ricostruire in modo oggettivo (mentre l'arte cinematografica è epistemologicamente soggettiva, visto che è opera di motaggio, di scelta di inquadrature e così via); in secondo luogo dichiarare che l'intento è quello di divertirsi, giocando con fatti storici, ma aggiungendo a essi gli ingredienti per sfornare una fragrante commedia nera. Nerissima. Nella direzione degli attori il regista americano può dare sfogo alla sua folle poetica.  Lo sguardo maniacale di Andy Serkis risulta la perfetta controparte cinica e dissoluta del più romantico Pegg. Attraverso i due attori britannici, gli assassini William Burke e William Hare diventano così una perfetta coppia da buddy movie: l'amicizia fortissima fra i due delinquenti (che risultano dannatamente simpatici, e questo è molto alla John Landis) è nel gioco degli opposti, dove la grettezza e la genialità corrotta dell'uno vengono compensate dall'ingenuità e dal romanticismo sognatore dell'altro. Una coppia che eleva l'omicidio a impresa capitalista dall'alto valore scientifico, principio di tutte le più grandi scoperte della modernità: la mappatura anatomica, le teorie dell'evoluzionismo, l'arte femminista, la fotografia.
Il cinismo dei due amici è comunque ampiamente sorretto dal medico ipocrita e un po' megalomane che, pur sapendo benissimo da dove prevengano i cadaveri, fa finta di niente e compensa i due ladri di cadaveri inizialmente, divenuti poi assassini e occultatori con lauti premi in denaro. Tanto da consentire al romantico Burke di finanziare il lavoro teatrale dell'amata Ginny (Isla Fisher), una bella attrice ex prostituta. E non è importante domandarsi quali siano a questo proposito i “fatti reali” e quali no. Quel che è importante è che, a quasi trent'anni da Un lupo mannaro americano a Londra, per Landis l'amore è ancora l'unico sentimento positivo in mezzo a tanto esilarante orrore. E che la scienza non possa essere asettica e necessariamente etica.

sabato 19 marzo 2011

Il gioiellino

Nei giorni scorsi ho visto Il gioiellino di Andrea Molaioli. Sensazione strana. Quella di esserci, o meglio, di esserci stato. Molaioli giura e spergiura che non si tratta di un film sulla Parmalat, ma gli ingredienti ci sono tutti: un'industria ubicata in provincia che produce latte, yogurt, merendine, biscotti, e succhi di frutta, proprio come la Parmalat (nel film si chiama Leda); il patron vecchio stile un po' casa chiesa e famiglia e un po' cialtrone dalla fede solo esibita e dal perbenismo di facciata, con un nome improponibile: Amanzio (non che Callisto, il nome di Tanzi, patron della Parmalat, sia meglio...); il figlio presidente della squadra di calcio, usata come un giocattolino insieme alle macchine sportive, proprio come faceva il figlio di Tanzi; l'acquisto del settore turismo per ingraziarsi i favori di una banca, proprio come fece Tanzi con il Banco di Napoli, acquisendo Club Vacanze e la Cit, che insieme alla Donzelli e World vision Travel andarono a comporre la galassia Parmatour, buco nero finanziario in cui si disperse poco alla volta il patrimonio aziendale, fungendo da fondo per prelievi familiari. E ancora: la vendita a Berlusconi di un giocatore considerato fino a pochi minuti prima incedibile (alla squadra di Tanzi, il Parma, successe con Gilardino), gli assalti con monetine dei risparmiatori truffati dalle obbligazioni, del tutto simili a quelli della vicenda dei bond Parmalat. Eppoi molte delle parole pubbliche del ragionier Tonna, contabile della Parmalat, le ritroviamo in bocca a Toni Servillo, che interpreta magistralmente tal ragionier Botta nel film. Come la sua famosa frase, rivolta ai giornalisti presenti il giorno dell'arresto: "Vi auguro di morire di morte lenta con molte sofferenze".
Insomma, non sarà proprio un film sul crack Parmalat, ma ci assomiglia molto. Probabilmente la vicenda Parmalat è stata presa come emblema del capitalismo nostrano, delle sue collusioni e del suo meschino senso del potere. Significative due frasi pronunciate da Amanzio Rastelli: "Ognuno vuole la sua fetta e il piatto resta vuoto"; "A nessuno conviene accorgersi di niente". Nel racconto Lo strano caso della Parmalat, ovvero Copropoli e altre città, pubblicato in Strani risvolti quotidiani, la mia raccolta di racconti del 2004, definivo Parma una città di tetrapack, per significare come il potere di Tanzi fosse molto ramificato in vari posti chiave della città. Ma cominciato il declino, Tanzi non se lo ricordava più nessuno, non se lo filava più nessuno, nessuno lo voleva vicino allo stadio o a messa. Prima invece, facevano la fila, per essergli vicini e farsi fotografare con lui.
Quindi la sensazione si fa ancora più forte: io c'ero e davvero è andata così, l'ho anche già raccontata questa storia. Che ci piaccia o no, Parma è anche questo.
Del film rimangono da dire parecchie cose.
Innanzitutto, il racconto di un intero sistema guasto, in cui il successo di facciata si intreccia ai rapporti coi poteri forti (i ricatti delle banche, non solo italiane; le complicità politiche esplicite e spesso bipartisan, non si sa mai; le mazzette alle guardie di finanza, così si sistemano i controllori con regali adeguati; il silenzio complice e indecente della chiesa, purché si vada a messa insieme ai familiari).
Quindi: cinema etico, morale, che analizza e critica ferocemente i guasti del sistema. Duro da digerire, ma, di nuovo, la realtà è questa, che ci piaccia o no.
In secondo luogo, lo stile narrativo, asciutto e rigoroso, che costruisce un racconto con un ritmo notevole senza perdere in profondità e acutezza nell'analisi. Terzo elemento, la fotografia di Bigazzi, che lavora sui contrasti di luce e bellezza fra il paesaggio e le ville della campagna di Acquiterme in Piemonte, scelta come location, e la grettezza e l'oscurità dei personaggi della vicenda. Infine, come in ogni buon film, una buona prova di attori: impeccabili Remo Girone nella parte di Amanzio Rastelli e Sarah Felberbaum nella parte di una nipote di Rastelli, raro personaggio femminile non di contorno in un film italiano degli ultimi vent'anni. Ma soprattutto una prova eccellente di Toni Servillo, qui mai fuori dalle righe come successo in altri film, capace di dare spessore e credibilità a un direttore finanziario di insostenibile antipatia.
Senz'altro da vedere, anche perché il film non ci parla solo del recente passato, ma anche del presente. Le cose continuano ad andare così, basta cambiare i nomi dei protagonisti del capitalismo nostrano, comunque fasullo, famelico, cialtrone e ipocrita (chiede i sacrifici agli altri mentre si ingrassa coi profitti e chiede la depenalizzazione del reato di falso in bilancio).