La schiuma della memoria

Qui si parla innanzitutto di un romanzo, uscito nel novembre del 2010 presso le edizioni Montag di Tolentino.
Il titolo è La schiuma della memoria e l'ho scritto io.
Poi si parla e si scrive di altre cose, di fotografie e di film, di libri letti e di teatro, di teatroterapia e di paesaggio. E di altro ancora. L'intenzione è comunque quella di raccordare la memoria con l'attualità per ritrovare il senso perduto degli eventi e per non dimenticare personaggi che con le loro vite hanno scritto pagine di storia non solo privata, ma anche collettiva. Molti di essi sono i miei riferimenti culturali e di valore. Il romanzo stesso dialoga con questi contenuti, in modo dinamico, in costante evoluzione, perché la memoria non è cristallizzazione ma è senso e significato. Mi piacerebbe che la lettura del blog desse anche il piacere della scoperta e di un punto di vista sul mondo spostato dalla norma, in qualche modo sorprendente. Buona lettura.

domenica 13 dicembre 2015

Max Manfredi e Federico Sirianni al bar Cristallo

Musica dal vivo di qualità al Bar Cristallo di Parma, ieri sera, 12 dicembre 2015.

Protagonisti sono due cantautori genovesi, Max Manfredi e Federico Sirianni, il primo nato nel 1956, il secondo nel 1968. Max sottolinea, a un certo punto, le differenti generazioni cui i due appartengono; anche dal punto di vista musicale i riferimenti sono diversi. In comune, Genova e la sua atmosfera musicale (ma fatta anche di colori e di profumi e di voci e di suoni).
Ma questo è il "Nogenova tour" e l'atmosfera mediterranea si stempera nella serata nebbiosa che avvolge il locale del centro e lo racchiude in una conchiglia trasparente, dai vetri appannati dalla differenza di temperatura: freddo umido all'esterno e calore anche un po' alcolico all'interno.
Non conoscevo Sirianni, mentre sono da tempo un conoscitore e profondo ammiratore della musica di Max Manfredi, che non ero mai riuscito a sentire dal vivo.
Le canzoni di Max Manfredi sono poetiche, coi testi originali e lessicalmente molto ricchi e creativi, che si uniscono a musiche mai banali, dotate di una certa ricchezza compositiva.
Il Mediterraneo si respira, dentro alle canzoni di Max, più che in quelle di Sirianni. Belle canzoni anche quelle di Federico, comunque: testi originali, ballate rock folk molto ritmate, di cui uno dei riferimenti è senz'altro il migliore Bob Dylan, omaggiato da Sirianni con la cover di Sara (contenuta nell'album Desire del 1975). Ed è proprio la scaletta, costruita sull'alternarsi dei brani di Manfredi e Sirianni, che rende vivo e piacevolissimo il concerto, grazie anche alla varietà musicale presente, oltre che all'elevatissima qualità dei brani.
I 10 brani presentati da Manfredi appartengono a diverse stagioni compositive. Il concerto si apre con L'ora del dilettante (in Luna persa del 2008), eseguita a due voci e due chitarre con Sirianni. Sono le 22. Prima di loro hanno presentato alcune canzoni del loro repertorio Rocco Rosignoli (che si esibirà con bravura in alcuni brani di Manfredi al bouzouki, un liuto greco -a ribadire le sonorità mediterranee che permeano le canzoni di Max) e Ugo Cattabiani.
Dallo stesso album, verso la fine del concerto, Manfredi propone anche Il morale delle truppe, Il treno per Kukuwok e Retsina (che è un vino greco), tre brani che testimoniano insieme al primo la grande varietà musicale e la creatività dei testi dell'album indicato, con atmosfere che spaziano dall'ironia, a tratti quasi satirica, alla malinconia cullata dal bouzouki.
Momenti altissimi con Tra virtù e degrado (tratta da L'intagliatore di santi del 2001), dedicata a Genova con parole poetiche e ironiche: senz'altro una delle mie preferite, insieme a La fiera della Maddalena, tratta da Max, album del 1994, una delle più note di Manfredi, perché nell'album si era prestato con entusiasmo a cantarne le ultime strofe un tal Fabrizio De André. Un pezzo splendido, che merita sicuramente un posto importante fra le più belle canzoni d'autore di tutti i tempi. Genova è la città, oltre che di De André, anche di Don Andrea Gallo, scomparso nel 2013, prete di strada, fondatore e animatore della Comunità di San Benedetto al Porto di Genova.
E proprio a don Gallo, Sirianni dedica una canzone molto bella, in cui si respira la vicinanza agli ultimi del sacerdote di simpatie anarchiche e pacifiste. Ma forse la canzone più bella proposta da Sirianni è Nato sfasciato. Canzone più vicina alle sonorità e alle atmosfere di Manfredi è La rosa nel cielo, dolce ballata romantica. Notevolissima anche la cover di Che cosa sono le nuvole, canzone scritta da Pier Paolo Pasolini per Domenico Modugno, che la canta nel finale del breve film omonimo, ispirato alla vicenda di Otello.
Tornando alle canzoni di Max Manfredi, rimangono da citare Storie del porto di Atene, tratta da L'intagliatore di santi; Natale fuoricorso, tratta da Max e i due brani tratti dall'ultimo album del 2014, Dremong. Si tratta di Sangue di drago e de Il negro, entrata nella cinquina finalista per la migliore canzone del Premio Tenco 2015.  Una canzone quest'ultima, che si chiude con le parole "Ho pagato una controfigura, un prestafaccia che ti scriva una canzone e se non t'è piaciuta/ non importa, spacco il culo al vento, sono l'unico capace a dedicarti una canzone muta".
Poco muta e poco silenziosa, invece, la gente presente nel bar, eccezion fatta naturalmente per chi, come me e pochi altri, fra i quali un artista di lungo corso come Flaco Biondini, hanno scelto di trascorrere la serata al Cristallo proprio per la presenza di Manfredi e Sirianni. Delle volte mi chiedo come facciano certuni a entrare in un bar dove, cosa rara, si sta proponendo musica dal vivo e non si fermino nemmeno per un attimo ad ascoltare la musica, che so, magari semplicemente per curiosità. Come si fa a non cogliere la qualità della musica che ti entra nelle orecchie? Musica che si interrompe poco dopo la mezzanotte dopo due ore di concerto. A mezzanotte e trenta circa, esco dalla conchiglia mediterranea e calda per reimmergermi nella nebbia padana. Cammino verso casa con passo veloce e tengo dentro di me il calore del locale.
Grazie Max, grazie Federico, grazie bar Cristallo.

mercoledì 4 novembre 2015

Salò, urlo di dolore

Salò o Le 120 giornate di Sodoma
Il film di Pasolini, intendo.
Visto il 2 novembre al cinema Astra, in occasione della bella rassegna che è stata il cuore del 18° Parma Film Festival.
Versione originale restaurata.
Cioè mai così bella esteticamente, colori nitidi e luce perfetta, che permettono di apprezzare il capolavoro estetico costruito da Pasolini.
Lo spazio disegnato dentro alla villa, nel salone dei racconti e delle orge, un quadro neoclassico: la scala bianca, dalla quale scendono le narratrici, il tavolo di legno massiccio di fronte alla scala, l'ombra del tavolo simmetrica e trapezoidale sul pavimento.
Uno spazio freddo, teatro dello strazio dei corpi e delle anime dei giovani rapiti e schiavizzati.
Il film è tributario di De Sade e di Dante nella stessa misura; la discesa all'inferno delle giovani vittime è scandita da un antinferno, in cui i giovani vengono braccati nelle campagne padane e sottratti alle loro famiglie di "sovversivi"; segue il girone delle manie, in cui i corpi vengono usati come strumento di soddisfazione delle perversioni sadiche dei loro carnefici (un Duca, un Presidente, un'Eccellenza, un Monsignore: quattro poteri a formare un potere assoluto e totalmente anarchico: il Potere, incarnato nel fascismo storico della Repubblica di Salò); la discesa all'inferno prosegue con il girone della merda, in cui i giovani corpi, ridotti a merce nel girone precedente, vengono nutriti con i loro stessi escrementi (anticipazione mirabile del Junk fast food dei nostri tempi); conclude il supplizio il girone del sangue, in cui i corpi di chi abbia osato, anche in minima parte, contravvenire alle regole, all'obbligo di essere felici nel soddisfare come merce i desideri altrui, viene torturato in modo brutale: bruciature dei genitali, marchiature a fuoco, scotennature e mutilazioni varie... Un delirio di violenza brutale oscena in senso letterale, fuori dalla scena, per certi versi inguardabile. Un pugno allo stomaco, diverse volte ho dovuto deglutire per non star male.
Un film testamento, un capolavoro assoluto in cui la violenza si capovolge, grazie al disgusto, in lezione morale, facendo divenire il film un poema nero di grande potenza etica.
Due sequenze mi sono rimaste negli occhi più di altre: una, l'uccisione del collaborazionista che ha trasgredito alle regole facendo l'amore (desiderio vero e puro, non dettato dal regolamento del potere) con la servetta nera; colto sul fatto dai quattro signori del potere, li saluta col pugno alzato, da comunista, rendendoli per un attimo sbigottiti e sorpresi. Poi la violenza con cui i potenti scaricano le pistole su di lui è figlia della rabbia del potere deriso. Un gesto di libertà assoluta contro il potere assoluto, quando non c'è più niente da perdere.
La seconda sequenza è in realtà una serie di sequenze sul matrimonio: il matrimonio imposto dal Potere a un ragazzo e una ragazza, costretti poi a denudarsi e a "consumare" le nozze davanti ai signori, sul pavimento; il matrimonio grottesco di tre dei signori (il Duca, il Presidente, l'Eccellenza) travestiti da donna con tre dei ragazzi, nozze officiate dal Monsignore, naturalmente. Il matrimonio come contratto imposto e convenzione consunta, per ubbidire al potere e alle sue convenzioni; il matrimonio come struttura sociale parte integrante del sistema consumistico, svuotato da qualsiasi segno e simbolo d'amore.
Un film duro, senza speranza, dal finale apparentemente leggero: due giovani collaborazionisti cercano sulla radio le note del pezzo che accompagna tutta la vicenda in vari tratti di stacco dalla violenza; si tratta del brano di Morricone "Son tanto triste", un valzer leggero e melodico, come una carezza di sollievo nella violenza brutale del film.
Ebbene, quella conclusiva è una scena chiave per l'interpretazione del film: mentre i due ragazzi ballano fra loro uno chiede all'altro: "Come si chiama la tua fidanzata?" Margherita, risponde l'altro.
Conoscendo la poetica di Pasolini, non può essere un nome attribuito casualmente. E allora come non pensare alla Margherita fidanzata di Faust, un tale che aveva venduto l'anima al diavolo, come ha fatto il ragazzo collaborazionista con la ferocia del potere assoluto?
Condanna etica doppia, quindi da parte del regista.
Ma Margherita è anche colei che può riscattare la dignità umana di Faust. E allora il messaggio non è alternativo, ma duplice: da un lato la condanna di chi vende la propria anima al diavolo e che non può ricevere che il muto e rassegnato disprezzo dell'Autore; dall'altro, il poeta sembra dirci: solo nell'amore può esistere un riscatto.
Riscatto dalla violenza del potere, ma anche dalla pusillanimità di coloro che accettano la mercificazione degli altri, pur di slavare la pelle, senza capire che questo significa anche accettare la propria mercificazione. In un mondo totalmente alienato dal consumismo, che ha ridotto i corpi e le anime a merce.

Quando entri in un supermercato, se ti va bene puoi giusto scegliere la marca, è questa la libertà che ci è rimasta, ci dice Pasolini in quest'ultimo elevatissimo e potentissimo urlo di dolore.

mercoledì 27 maggio 2015

Youth - La giovinezza (ovvero Delle cose perdute)

Youth - La giovinezza

La giovinezza è quella perduta di due amici, due maestri nei rispettivi campi: la musica per Fred Ballinger (Michael Caine) e il cinema per Mick Boyle (Harvey Keitel). Giovinezza destinata a perdersi come la memoria: di ciò che è accaduto in passato, ma anche nel senso del terrore di non lasciare traccia di sé a futura memoria. Nonostante la fama e il pubblico riconoscimento di valore.
Ma è anche la giovinezza dei loro figli: Lena Ballinger (splendida Rachel Weisz) e Julian Boyle (Ed Stoppard). E padri e figli hanno senz'altro memoria diversa, dovuta a diversa percezione, a diverse soggettive, degli eventi accaduti in passato in famiglia.
E il confronto fra la giovinezza perduta dei due uomini famosi e la giovinezza che li circonda, spesso ostentata dai giovani che li affiancano (figli, collaboratori, estimatori) è una delle tracce di questo film di Sorrentino. Un confronto che è rispecchiamento, a tratti, ma anche visione difforme delle cose, dei valori, delle emozioni.
La giovinezza, spiega Mick a un certo punto a una delle sue giovani collaboratrici, è il cannocchiale che rende tutto vicino, il futuro a portata di mano; la vecchiaia è il cannocchiale rovesciato, tutto appare lontano, come trascorso, anche le cose e le persone più vicine.
E Sorrentino sta nel mezzo del cammin di nostra vita coi suoi 45 anni, e guarda giovinezza e vecchiaia da una posizione equidistante. Forse per questo trova il tono giusto per dire certe cose.
L'impressione di superficiale narcisismo snob dei due protagonisti lascia presto il posto a una sensazione diversa: la vitalità di Mick si rovescia in disperazione, l'apatia di Fred in profonda umanità, in romantica capacità di amare.
Lo dico subito, a me il film è piaciuto moltissimo.
Più de La grande bellezza, perché nel solco della ricerca estetica di Sorrentino, supportato nella sua visionarietà dalla fotografia di Luca Bigazzi (che allarga la percezione visiva pur rimanendo di una precisione e di una pulizia ammalianti, e che completa una trilogia visiva che è sì immagine costruita, ma anche studio del paesaggio e della sua bellezza: This must be the place, La grande bellezza e, appunto, Youth - La giovinezza), il regista qui evita il grottesco, si concentra sulla riflessione a tratti filosofico-esistenziale, con un tocco più leggero e senz'altro più ironico.
Approfondisce l'analisi dei personaggi, che assumono uno spessore più significativo attraverso i dialoghi (a tratti spassosi quelli fra Fred e Mick), e riesce con pochi tocchi a delineare anche una miriade di personaggi di contorno (io ho molto amato la massaggiatrice che preferisce dialogare con le mani invece che con le parole). L'unica caduta verso il grottesco è probabilmente il Diego Maradona obeso interpretato da Rolly Serrano (anche se il palleggio con la pallina da tennis sul piede sinistro è divertente).
La storia quasi non c'è, il film descrive una settimana in una beauty farm nascosta nelle montagne svizzere, un microcosmo altoborghese con personaggi che lasciano comunque un senso di esistere, una traccia di positività e di verità. Come La grande bellezza rivelava senza troppa fatica lo squallore della borghesia romana, proponendola come una grottesca mascherata di ipocrisia e di crudeltà: "The show must go on", così Youth - La giovinezza rivela la verità delle vite quotidiane, con ironica amarezza.
E poi, oltre alla fotografia che allarga la percezione di Bigazzi, ci sono alcune sequenze visionarie, sia che si tratti di incubi o di sogni, sia che si tratti di inquadrature anomale (bellissime quelle che giocano coi corpi veri e non levigati degli ospiti in piscina con la MDP a fior d'acqua); densa di eros la discesa in vasca di Madalina Diana Ghenea (miss Universo nel racconto), omaggiata nella locandina del film che espone il suo splendido corpo (questo sì levigato e selvaggiamente giovane). In realtà si tratta dell'unica scena di nudo, pochi minuti in due ore di film. Un'apparizione come un fantasma della giovinezza, una bellezza ostentata e provocatrice che risveglia i sensi dei due vecchi amici.
Stupendo il concerto di suoni e voci bucoliche naturali diretto da Fred in un solitario pascolo alpino.
Un film pieno di idee, troppo pieno secondo qualcuno; ma questa è l'estetica di Sorrentino, che nell'uso ridondante del linguaggio filmico  riesce comunque a dare un senso al cinema, utilizzandolo come visione rivelatrice  e raccontando personaggi che stavolta si fanno amare, perché molto più umani e veri di quelli del film premio Oscar; per certi versi essi somigliano a quello di Sean Penn in This must be the place. E, come lì,  anche in Youth, la relazione padre/figli è centrale. Mick e Fred scoprono quanto sia difficile essere padri senza più il supporto delle madri dei loro figli.
E anche Lena scopre, con lo spettatore, lati nascosti della personalità del padre, si lascia sorprendere e trasportare teneramente verso di lui.
Fra inquadrature perfette, sequenze visionarie e colpi di scena (almeno tre solo nel finale...), senz'altro quello di Sorrentino non è un cinema banale. L'ironia amara che attraversa il film dà un tocco di leggerezza al tono del racconto che riequilibra almeno parzialmente la ridondanza e l'accumulo di segni filmici (immagini forti, musica, miriade di personaggi).
Una delle tante riflessioni è sull'importanza delle emozioni: non contano nulla, come sostiene Fred o sono tutto ciò che abbiamo, come sostiene Mick? L'evoluzione e la piega che prendono gli eventi contengono, forse, una risposta. Ma il film non pretende di dare risposte, apre soprattutto a delle domande. E le lascia lì, in attesa che la risposta maturi.
In uno dei rovesciamenti di senso, si comprende nel finale come la vita riservi sempre sorprese se si riesce a guardarla con gli occhi della giovinezza o, meglio, dell'infanzia che si lascia sorprendere e stupire.

Un film che ti resta negli occhi e nella testa.

mercoledì 6 agosto 2014

I vampiri secondo Jim Jarmusch


Only lovers left alive, dice il titolo originale,che suona più o meno così: Solo chi ama rimane vivo; ma chi sa amare, letteralmente? Chi rispetta il mondo che abita, la sua arte, la letteratura, il progresso della scienza, il suono dei nomi, la natura con gli animali e gli alberi e la luna. I Vampiri secondo Jim Jarmusch. Gli altri non sanno amare perché non sono davvero vivi: sono quelli che pensano di essere vivi solo perché hanno un cuore che ancora batte meccanicamente, ma non si emoziona; hanno perso il gusto, lo sguardo, l'ascolto e il lessico, sono creature noiose e pericolose. Sono loro, gli esseri umani, e non i vampiri, i veri cannibali, i veri zombie: stile di vita usa e getta, dal sesso alla musica; privi di memoria del passato, incuranti del futuro, perduti senza senso in un presente più buio della notte dei vampiri, anche alla luce del sole.
Con Solo gli amanti sopravvivono Jarmusch scrive una ballata filmica notturna e rock, un elogio elegiaco dell'arte e della letteratura che contengono lo spirito dell'umanità. Questa ballata canta l'amore come vertigine, come qualcosa che fa vacillare, fa piegare le ginocchia e fa girare la testa. Non a caso il film si apre con una serie di scene montate in sequenza analogica e dissolvenza a partire dall'immagine di un cielo stellato che ruota. Sequenza di sette immagini in movimento: cielo stellato-45 giri che gira sul piatto di un vecchio giradischi-due figure coricate che ruotano-disco che gira-figure che ruotano-disco che gira-figure che ruotano. Che incipit da urlo.
Poi il film scorre via leggero, come un sorso di sangue d'annata, fra citazioni colte e ironiche, fra foto e immagini di grandi del passato (ho riconosciuto fra gli altri Shakespeare, Baudelaire, Kafka), incentrato sulla vita notturna e i lunghi sonni diurni dei due vampiri Eve e Adam (Tilda Swinton e Todd Hiddlestone) colti e geniali, eleganti e raffinati.
Tilda Swinton somiglia al David Bowie de L'uomo che cadde sulla terra.
L'amore come giramento di testa, il sangue come addiction, dipendenza che dà la vita anche eterna.
Ma Solo gli amanti sopravvivono. Allora forse è il sangue dell'amore che dona la vita. Ma chi sa amare? Torniamo all'inizio...
Consigliato a tutti i vampiri e le vampire che ancora credono che la vita abbia un senso e non vogliono abbandonarla; a tutti quelli che rispettano il mondo e la natura, la bella letteratura, l'arte e la musica. A tutti coloro che non hanno perso la memoria e l'amore della bellezza.

lunedì 28 aprile 2014

Nymph()maniac vol. 1 e 2


Ho visto i due volumi di Nymphomaniac di Lars von Trier a distanza di una settimana l'uno dall'altro.
La prima parte (Vol. 1) mi era piaciuta moltissimo. L'avevo trovata ricca di poesia, di colpi d'ala di regia, piena di idee e di scene memorabili, oltre che di alcuni dialoghi preziosi.
Pagine di cinema indimenticabili: le anime degli alberi, il parallelismo fra la pesca a mosca e la caccia agli uomini di ogni età delle due amiche adolescenti, lo spassoso episodio della signora H (con Uma Thurman, moglie tradita e abbandonata, surreale e grottesca), la frase di Joe sul tramonto ("Forse l'unica differenza fra me e gli altri è che io ho preteso di più dal tramonto, colori più spettacolari quando il sole arriva all'orizzonte, forse questo è il mio unico peccato"), il parallelismo fra un Cantus firmus per organo di Bach e la completezza dell'amore erotico (che per Joe è ottenibile in tre uomini dalle caratteristiche caratteriali e fisiche diverse, non in uno solo) e, infine, il bianco/nero struggente e lancinante sulla morte del padre di Joe all'ospedale che mette in scena il dolore vero di una figlia.
Ho trovato il film anche divertente, a tratti ridevo di gusto (per esempio nella scena della foto in alto).
Musiche strepitose, un incipit stile videoclip d'artista.
Insomma, se al cinema ridi, ti emozioni, ti commuovi e ti entusiasma l'uso del mezzo cinema, stai ottenendo il massimo dalla visione di un film.
Quindi avevo un'elevata aspettativa per il Vol. 2.
Che al contrario del precedente mi ha invece deluso.
A parte la fatica di essere costretto a vedere scene molto violente e molto realistiche (frustate, pestaggi a suon di pugni e calci...) con colpi che su un corpo femminile mi turbano sempre moltissimo (ma questo, in fin dei conti, è un problema mio), ho ritrovato pochi colpi d'ala della parte precedente. I momenti migliori sono stati proprio quelli in cui, in qualche modo, si ritornava a quei momenti poetici e geniali del primo volume (Joe che trova l'albero della sua anima); divertente qualche riferimento cinefilo (la pistola di 007, My name is Joe di Ken Loach, l'autocitazione di Antichrist). Per il resto il vol. 2 è il racconto di un degrado e di un buttarsi via crudele, autolesionistico e disperato, ma narrato non con la stessa leggerezza della prima parte. 
Poi che dire del finale: quando l'inquadratura è andata sulla porta chiusa, ho capito che cosa stava per succedere nelle scene successive.
Quindi o il finale è un pochino scontato o io sono un  genio come Lars von Trier. 
Fate voi.
Comunque state tranquilli che il finale non ve lo racconto.


Il mio XXV Aprile

Il mio XXV aprile è cominciato il 24 e finito il 26, quest'anno.
Il 24 ho avuto il piacere di partecipare come attore a una performance teatrale in quadri scenici, ideata e realizzata da Alberto Scozzesi, al suo esordio come regista teatrale.
La performance, svoltasi alle 21,30 nei giardini del Castello di Montecchio, ricordava alcuni episodi della Resistenza. Non so se nelle intenzioni di Alberto ci fosse la volontà di utilizzare i quattro elementi delle origini Acqua, Terra, Aria (cielo) e Fuoco, ma di fatto così è avvenuto. Ha una bella capacità visionaria, Alberto. Bravo, un bell'esordio.
Il 25 mi sono dedicato a rifinire gli elementi di regia di un'altra performance.
Nell'inverno scorso avevo ideato e coordinato un laboratorio taetrale a scuola, all'Istituto Rondani di Parma, condotto da Oreste Braghieri, montecchiese residente in Sardegna da vent'anni.
Oreste da diversi anni trascorre i mesi da novembre a febbraio a Montecchio Emilia e conduce alcuni laboratori teatrali con adulti e con studenti delle scuole secondarie superiori di Parma.
Io l'ho coadiuvato nella realizzazione del laboratorio, fungendo, in pratica, anche da aiuto regista.
Il laboratorio ha messo in scena uno spettacolo liberamente tratto da Se questo è un uomo di Primo Levi. Il laboratorio si era concluso nel febbraio scorso.
Poi il progetto ha avuto la possibilità di essere riproposto alla cittadinanza, grazie al bando del Comune di Parma, al quale l'Istituto Rondani ha partecipato. Al progetto è stata riconosciuta una dignità di rappresentazione pubblica e così, col patrocinio del Comune, il 26 gli studenti del Rondani sono tornati a rappresentare In fin che un giorno (questo il titolo del lavoro), nella Galleria di San Ludovico, alle 11. E stavolta in cabina di regia c'ero io, per la prima volta.
E' stato bello ed emozionante esserci.
Un 25 aprile lungo ed intenso, senz'altro da ricordare nella mia esperienza di vita. Mi ha fatto sentire protagonista attivo di un giorno dedicato alla memoria che mi è fra i più cari, che ritengo fra i più importanti e degni di essere ricordati. Forse il più importante in assoluto, per quanto mi riguarda.

Le foto sono di Ezio Alessandri


venerdì 26 luglio 2013

PER EMILIO (NEL NOME DEL PADRE)



A distanza di una decina di giorni provo a fare una cosa che continuo a trovare difficile, ma che credo valga la pena di fare.
Il 14 luglio scorso è morto all'improvviso mio babbo, Emilio, per un'emorragia connessa a un tumore maligno al polmone, diagnosticato da poco tempo, ma in stadio già molto avanzato.
Il 16 luglio si è svolta una breve cerimonia informale, al Tempio della cremazione di Valera, nella Sala del commiato.
In quell'occasione, mia madre e mio fratello mi hanno chiesto di pronunciare un ricordo e un saluto a mio babbo.
Non avevo scritto nulla per l'occasione, mi sono basato su alcuni appunti e ho parlato "a braccio". Provo ora a ricostruire quanto detto nell'occasione.
"E che do spali, Mattia, Che due spalle, diceva mio padre, spesso, guardandomi.
Spero che le mie spalle oggi siano abbastanza grandi per riuscire a portar a termine questo ricordo e questo saluto a mio padre.
Mio babbo era conosciuto come un brillante compagnone, un baracchiere, che amava condividere le baraccate con gli ospiti di ogni età che di volta in volta erano presenti in casa. In molti dei messaggi e delle mail ricevute nei giorni scorsi, i mie amici dei tempi del liceo e degli anni immediatamente successivi lo ricordavano senz'altro così e probabilmente anche molti dei suoi amici condividerebbero questa immagine.
Molti dei suoi amici, in realtà, lo hanno preceduto in questo difficile passaggio e in occasione dei funerali dei suoi amici lui partecipava, non entrando in chiesa perché non era credente. A questo proposito voglio ricordare che questo saluto e la cremazione sono una sua precisa volontà, non avrebbe avuto senso una cerimonia religiosa. Io, mia madre e mio fratello siamo stati concordi nello stabilire questa modalità di estremo saluto.
Mio babbo si chiamava Emilio, mi viene in mente, aveva lo stesso nome di questa terra che abitiamo, ed è un corrispondenza piena di significato, perché lui era un emiliano verace, di quelli di un tempo, accogliente, capace di fare festa e di condividere, cosa che viene riconosciuta come una caratteristica dell'Emilia.
Era un uomo semplice, non portato a lunghe discussioni teoriche: aveva idee chiare, delle quali era convinto; per lui le cose erano così e basta, non c'era bisogno di lunghe discussioni o riflessioni per dimostrarlo, erano evidenti in sé.
Era di poche parole soprattutto riguardo alle sue emozioni e ai suoi sentimenti; ho ricordato prima la sua partecipazione alle esequie degli amici che lo hanno preceduto: ecco, in quelle occasioni non diceva nulla, ma bastava guardarlo per capire che cosa attraversasse il suo cuore.
Era comunque sempre cordiale e complimentoso e affettuoso.
Come figlio lo ringrazio per i valori che mi ha saputo trasmettere: innanzitutto l'antifascismo; poi l'anticonformismo, che incarnava con alcuni suoi comportamenti, facendo quello che si sentiva, senza curarsi di essere rispettoso o meno delle convenzioni; mi ha anche insegnato, sempre coi comportamenti, un profondo senso di responsabilità, e soprattutto l'onestà, valore per lui primario, forse l'unico attraverso il quale fosse lecito giudicare i comportamenti e gli esseri umani. Inoltre mi ha insegnato e trasmesso quel senso di solidarietà che per lui era comunque un tutt'uno con l'accoglienza delle persone, con la condivisione.
Come figli, io e mio fratello possiamo ringraziarlo perché ci ha permesso di seguire le nostre aspirazioni, di fare le nostre scelte.  Andava fiero di essere riuscito a permettere economicamente che entrambi i figli si fossero laureati, lui impiegato di banca.
E' in queste occasioni che quel senso di responsabilità, al quale ho accennato prima, si manifestava: ci ha insegnato in tal modo a fare piccoli passi, a cominciare dalle cose più importanti, evitando il superfluo.
E' sempre stato generoso e disponibile coi nipoti, che amava tantissimo, ricambiato.
Le storie dell'infanzia, della sua infanzia trascorsa durante  la seconda guerra mondiale (mio babbo era del 1935), sono un patrimonio che ha consegnato loro attraverso i suoi racconti, che io sollecitavo spesso. I nipoti, i miei figli e i figli di mio fratello, lo guardavano a bocca aperta, con occhi attenti e stupiti. Erano storie che venivano da un altro mondo, avventure incredibili per un bambino di oggi o degli anni '90 del secolo scorso. Ricordo che i bambini di allora giocavano con le armi abbandonate da partigiani, americani e fascisti,a Langhirano. Ricordo per esempio quando imbracciò un mitra e sparò, non sapendo che era ancora carico: la sventagliata lo fece cadere per terra per la violenza, i colpi partirono in tutte le direzioni e solo per fortuna non colpì nessuno. Oppure quando lui e i suoi amici fecero saltare una socca di quercia con la dinamite; oppure quando imparò a nuotare: un amico più grande gli aveva spento una sigaretta sul petto nudo mentre erano su un ponte, lui per il dolore cadde nel fiume e non sapeva ancora nuotare; ebbene, invece di affogare, imparò a nuotare.
Avventure inconcepibili per i bambini di oggi, dicevo; ma per lui furono esperienze di vita, come la miseria, vissuta in grande libertà e raccontata con grande leggerezza.
 Infine, un'ultima considerazione non può che essere rivolta a mia madre, sua compagna di vita da oltre 50 anni. La presenza di mio padre nella sua vita era significativa e importante, le saremo vicini nella nuova situazione di solitudine che si trova a dover affrontare.
Nei racconti di mio padre c'era anche la loro storia: entrambi appartengono a una generazione che aveva una grande voglia di riscatto dalla miseria, una gran voglia di vivere. Insieme hanno conosciuto i balli degli anni '50 ed entrambi ricordavano con orgoglio e gioia i loro scatenati rock and roll, i cha cha, i balli del mattone.
Probabilmente non c'è mai un momento giusto per morire, ma in questo caso direi che mio babbo è come se avesse scelto di andarsene all'improvviso, al momento giusto evitando un calvario di sofferenza.
Domenica scorsa, due giorni fa, insieme a mio figlio Giacomo, l'ho visto vivo nelle ore che precedevano la morte. Io e Giacomo avevamo pranzato da loro. Avevo visto per la prima volta un uomo veramente provato dalla malattia, stremato. Lui, che aveva un appetito eccezionale, aveva mangiato pochissimo. Mi guardava con occhi che imploravano aiuto e pieni di paura. Se n'è andato prima di cominciare a soffrire davvero, affrontando la malattia con coraggio e dignità.
In questa occasione, io che da molti anni mi sentivo solo padre e non più figlio, che sono sempre stato molto autonomo e indipendente, grazie anche all'insegnamento di libertà ricevuto, torno a sentirmi per una volta figlio".
Poi ho baciato la bara di abete bianco e ho detto Ciao babbo.
Poi ho detto che chi voleva poteva prendere un fiore della corona come ricordo. Io mi sono tenuto una delle rose bianche.